Al vertice di Cipro l’UE scommette tutto sull’Ucraina
Il 23 e 24 aprile, mentre il mondo monitorava lo Stretto di Hormuz e il prezzo del gas saliva, 27 leader europei sedevano a Cipro per un vertice sulla carta secondario. Ne sono usciti con 90 miliardi di euro sbloccati per l’Ucraina, il negoziato di adesione aperto e – per la prima volta in sedici anni – nessun Viktor Orbán nella stanza

Illustrazione © Tomas Ragina / Shutterstock
Illustrazione © Tomas Ragina / Shutterstock
In Iran c’è la guerra, lo Stretto di Hormuz è (ancora) chiuso e il prezzo del gas è alle stelle. L’Europa è in una sorta di limbo, indecisa se e come intervenire militarmente nel Golfo. In questo contesto, il vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’UE, convocato ad Ayia Napa il 23 e 24 aprile, ha rischiato di passare come un appuntamento di second’ordine, schiacciato dall’urgenza mediorientale.
Non è andata così. O meglio, non nei fatti, perché l’incontro tra i ventisette leader europei è riuscito a mandare a Mosca e a Kyiv un doppio segnale politico: più soldi per l’Ucraina, più pressione sulla Russia. Le due giornate cipriote – come riporta l’inviato di EUrologus/HVG, György Folk – hanno prodotto, infatti, qualcosa di più di un semplice annuncio finanziario in ballo da mesi, ridisegnando, almeno politicamente, i contorni del rapporto tra Bruxelles e Kyiv.
Sul tavolo c’erano tre dossier intrecciati: nuovi fondi per Kyiv, un ulteriore giro di sanzioni contro la Russia e la sicurezza energetica del continente. Ed è proprio quest’ultimo punto ad aver dato al vertice cipriota un significato più ampio. In Ucraina oggi più che mai energia e difesa coincidono: centrali, reti elettriche e depositi di carburante sono bersagli strategici tanto quanto le linee del fronte. Sostenere Kyiv significa mantenerne in funzione lo Stato e l’economia – anche quella europea.
Novanta miliardi, un oleodotto e una flotta fantasma
Per capire cosa è successo ad Ayia Napa, bisogna tornare indietro di quattro mesi e ad un oleodotto. A gennaio 2026, l’Ucraina ha chiuso il flusso del Družba, che porta greggio russo in Ungheria e Slovacchia a prezzi agevolati. Budapest e Bratislava hanno risposto bloccando i novanta miliardi di euro destinati a Kyiv, provocando mesi di stallo e un’ulteriore tensione fra i vari governi coinvolti. Il 22 aprile – proprio alla vigilia del vertice – il Družba è tornato operativo e, nel giro di poche ore, gli ambasciatori dei Ventisette hanno ratificato i fondi. Un dettaglio che vale più di molte dichiarazioni ufficiali.
La distribuzione delle risorse fotografa, infatti, le priorità europee senza ambiguità. Dei 90 miliardi complessivi, 45 saranno destinati al 2026 e l’altra metà al 2027. Circa due terzi dovrebbero andare a coprire esigenze militari e industriali legate alla difesa; il resto servirà al sostegno macrofinanziario dello Stato ucraino. Ogni nuova tranche non serve, infatti, solo a comprare armi, ma a riparare turbine, sostituire trasformatori, proteggere le reti di distribuzione, costruire sistemi di protezione per le infrastrutture critiche. Senza elettricità stabile, anche l’industria bellica rallenta, le città diventano più vulnerabili e il morale interno cala.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha condensato il pacchetto in una frase sola: “droni dall’Ucraina per l’Ucraina”. Una dichiarazione che il presidente ucraino, presente ad Ayia Napa, ha accolto come “il segnale giusto”, spiegando che servirà a “spingere la Russia verso la fine della guerra”.
In parallelo, i Ventisette hanno anche adottato il ventesimo pacchetto di sanzioni. L’Alto rappresentante per gli Affari Esteri Kaja Kallas lo ha spinto con una logica diretta: “L’Ucraina è più importante per noi di quanto non lo sia per la Russia”.
Questa volta il pacchetto non si è limitato a colpire Mosca, ma ha preso di mira anche chi la aiuta a eludere le sanzioni. Altre 46 navi della shadow fleet sono state sanzionate, portando il totale a 630: imbarcazioni senza bandiera chiara, che trasportano petrolio russo aggirando i tetti di prezzo occidentali, sono quindi soggette – e per la prima volta – allo strumento anti-circumvention dell’UE, che colpisce direttamente chi facilita l’aggiramento dei divieti.
Per il Cremlino, che ha scommesso a lungo sulla fatica europea, è una partita che comincia a sembrare persa. Da Kyiv la lettura è speculare: ogni miliardo sbloccato, ogni round di sanzioni, ogni negoziato di adesione aperto è un argomento in più per continuare a resistere. Zelens’kyj lo sa, ed è probabilmente per questo che da Cipro è ripartito subito – verso Riyadh e verso Baku (per la prima visita ufficiale di un leader ucraino nel Caucaso meridionale dall’inizio dell’invasione) – come se il vertice fosse già archiviato e ci fosse già il prossimo fronte da costruire. Non una deviazione rispetto alla logica di Cipro, ma una sua continuazione, in una geografia diversa.
L’allargamento in un vertice senza Orbán
Nei corridoi di Bruxelles si discute da anni con una miscela di entusiasmo e imbarazzo se l’Ucraina ha o non ha le carte per diventare un membro dell’UE a tutti gli effetti. Al vertice, questi dubbi sembrano sfumare: nella dichiarazione congiunta firmata da Costa, von der Leyen e Zelens’kyj si chiede l’apertura senza ritardi dei gruppi negoziali.
Costa lo ha dichiarato in modo netto: “Il prossimo passo è l’apertura del primo gruppo di negoziati per l’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea”. E Zelens’kyj ha ribadito, senza giri di parole, la sua posizione: “L’Ucraina non ha bisogno di un’adesione simbolica […]. L’Ucraina si sta difendendo e sta sicuramente difendendo l’Europa. La gente sta morendo sul serio”.
Integrare gradualmente l’Ucraina – nel mercato, nell’energia, negli standard industriali, nella sicurezza – significa rendere strutturalmente irreversibile il suo distacco dalla sfera russa. L’allargamento, in questa lettura, non è una semplice promessa, ma la risposta più efficace all’aggressione.
È stata, forse, l’assenza di Viktor Orbán a rafforzare le decisioni dei Ventisette. Tuttavia, Bruxelles potrebbe anche essersi liberata dai veti di Orbán, ma non può dare per scontato un allineamento automatico di Budapest su ogni questione ucraina perché il problema strutturale non scompare di certo con un cambio di governo.
Senza Orbán nella stanza, i diplomatici devono peraltro fare i conti con una scia di dubbi: l’ex premier ungherese aveva a lungo fatto da “scudo” per divisioni che non erano mai state solo sue, come osservano diversi analisti. Il primo ministro croato Andrej Plenkovìć, seduto di fronte a Zelens’kyj, ha invitato i presenti a “fare i conti con le realtà” sull’adesione, non nascondendo il suo scetticismo, condiviso in seguito dal cancelliere tedesco Merz. Senza Orbán, quelle resistenze dovranno essere negoziate allo scoperto.
Perché proprio Cipro?
La scelta di Cipro non è dovuta solo al fatto che la Repubblica detiene attualmente la presidenza del Consiglio dell’UE per un mandato di sei mesi. L’isola, al crocevia di future rotte del gas e di interconnessioni elettriche che Bruxelles considera strategiche, è oggi uno dei punti più interessanti della geografia energetica europea.
E il filo che la lega all’Ucraina è più stretto di quanto sembri: ogni rotta che bypassa la Russia restringe il margine di pressione del Cremlino, e amplia quello dell’Europa. Nel frattempo, Kyiv sta già diventando parte del sistema, con le sue reti elettriche, le capacità di stoccaggio, il know-how accumulato in quattro anni di guerra. L’integrazione energetica è ormai avviata sul piano tecnico, ma ad Ayia Napa se n’è discusso anche su quello politico, seppur non nei comunicati ufficiali.
Il vertice cipriota ha fatto certamente meno rumore della crisi nel Golfo, e quasi nessuno lo ha messo in discussione, né le opposizioni interne ai governi, né il dibattito europeo più largo. Il problema è che senza pressione critica è difficile capire se le scelte reggono o tengono insieme soltanto un equilibrio fragile. Novanta miliardi sono una cifra enorme, e nessuno, almeno pubblicamente, ha ancora chiesto come verranno spesi, chi li controllerà e a quali condizioni.
L’Europa, tuttavia, ha deciso che l’Ucraina è una questione esistenziale. Ha scelto un’isola nel Mediterraneo orientale per dirlo, nel momento in cui nessuno, probabilmente, stava guardando con attenzione.
György Folk (HVG, Ungheria) ha contribuito alla realizzazione di questo articolo.
Questo articolo è stato prodotto nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea coordinata da OBCT che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali.










