Return Hubs alle porte d’Europa, tra ritorni, detenzioni e deportazioni

Il mese prossimo entrerà in vigore il nuovo Migration EU Pact. Il Patto Europeo per la migrazione e l’asilo rischia di essere estremamente peggiorativo per i migranti, con detenzioni prolungate e l’ipotesi di includere la detenzione dei minori stranieri non accompagnati e delle famiglie con minori

15/05/2026, Daniela Ioniță
L’ingresso del centro di Gjadër in Albania © Luca Rondi

L’ingresso del centro di Gjadër in Albania

L’ingresso del centro di Gjadër in Albania © Luca Rondi

Il prossimo 12 giugno entrerà in vigore il nuovo Migration EU Pact, Patto Europeo per la migrazione e l’asilo, approvato nel 2024. Il Patto comprende una serie di normative e regolamenti che vanno a riformare strutturalmente l’approccio da parte dell’UE nei confronti dei confini esterni europei, della gestione dei flussi migratori in entrata e le procedure di asilo e accoglienza dei Paesi membri.

Diversi organi dell’Unione Europea, così come diversi Paesi europei si stanno preparando per l’entrata in vigore dei vari regolamenti europei compresi nel Patto, su specifici temi a cui rispondere con decreti legge e leggi delega nazionali.

In seguito alla votazione del Parlamento europeo del 26 marzo 2026 sul regolamento denominato EU Returns Regulation Law, volto a istituire centri di rimpatrio e detenzione al di fuori dell’Unione europea per le persone la cui richiesta di asilo è stata respinta, nel mese di aprile si è passati alla fase successiva dei cosiddetti “triloghi”.

Si tratta solitamente dei negoziati tra Parlamento europeo, Consiglio dell’Unione europea e Commissione europea per armonizzare le diverse versioni della proposta legislativa e definire un testo unico definitivo, in questo caso cercando un accordo comune tra i diversi organi in materia di rimpatrio e di centri di detenzione in Paesi terzi.

Il rischio di detenzioni illimitate nel tempo

In queste negoziazioni, il Parlamento Europeo e il Consiglio Europeo, a differenza della Commissione, vorrebbero una detenzione più lunga, di 24 mesi, rispetto a quella proposta dalla Commissione che indicava un massimo di 18 mesi, rinnovabili ulteriormente in maniera indefinita di sei mesi in sei mesi.

Famiglie e minori senza tutela e protezione

Tutte le istituzioni europee coinvolte nei negoziati hanno inoltre preso in considerazione l’ipotesi di includere nella legge la detenzione dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) e delle famiglie con minori, categorie considerate vulnerabili e, proprio per questo, generalmente escluse dai centri di detenzione e rimpatrio.

Fino ad ora la tutela del minore e il principio del suo superiore interesse era al centro della protezione del minore, non solo grazie a leggi ad hoc, ma anche a livello pratico, con maggiori tutele e accessi a permessi di soggiorno e regolarizzazione più accessibili.

Con il nuovo Patto però questa impostazione rischia di cambiare radicalmente, delineando una direzione che richiama per certi versi le politiche ICE negli Stati Uniti.

Nuovi meccanismi di controllo e di detenzione

Tra le misure discusse figurano anche strumenti investigativi particolarmente invasivi, come perquisizioni nelle abitazioni dei richiedenti asilo cui è stata respinta la domanda, il controllo dei dispositivi elettronici, inclusi monitoraggio satellitare, analisi dei social media e tracciamento tramite celle telefoniche,  nonché l’incrocio e la condivisione di dati tra le autorità competenti e diversi soggetti che entrano in contatto con persone migranti prive di permesso di soggiorno. Tra questi figurano associazioni, luoghi di culto, scuole, ospedali e amministrazioni pubbliche, anche senza preventiva autorizzazione da parte di un giudice.

Il fatto più importante di queste negoziazioni riguarda le condizioni per deportare le persone in Paesi terzi, fuori dall’UE attraverso il meccanismo di “return hub”, con trasferimenti più rapidi e obbligatori, a  tutti gli effetti la messa in pratica e l’implementazione ulteriore di frontiere e confini delegati ad altri Paesi non all’interno dei regolamenti UE, come il modello Albania ha insegnato.

Oltre al rimpatrio di persone a cui è stata rigettata la richiesta di asilo e che provengono da Paesi in cui la leadership non è solida e sicura, come l’attuale Siria e l’Afghanistan.

L’esternalizzazione delle frontiere si fonda su una rete di accordi economici e politici con Paesi terzi che, secondo BVMN (Border Violence Monitoring Network), rischia di legalizzare pratiche di violenza documentate da anni lungo le frontiere esterne dell’UE, in particolare sulle rotte balcaniche e mediterranee.

Accordi con Paesi terzi: tra Return Hubs e contenimento delle partenze

Gli accordi previsti non riguardano soltanto la costruzione delle strutture necessarie ai cosiddetti Return Hubs, come dimostrato dal caso dell’Albania, ma anche l’autorizzazione e il finanziamento di sistemi di sorveglianza statale delle persone in movimento nei Paesi degli accordi. L’obiettivo è prevenire l’ingresso dei migranti ancora prima che raggiungano il territorio europeo, delegando il controllo a Paesi terzi che, in molti casi, rappresentano già luoghi di transito lungo le rotte migratorie.

Dieci anni di esternalizzazione europea, tra accordi sulla sicurezza e la repressione del corpo migrante

Queste politiche non costituiscono una novità, ma si inseriscono in oltre dieci anni di rafforzamento dei confini europei attraverso accordi internazionali, finanziamenti, programmi di formazione per le polizie di frontiera, il sistema Frontex e la diffusione di tecnologie di sorveglianza digitale, dalla Turchia ai Balcani occidentali fino ai Paesi dell’area SWANA (Sud Est Asia e Nord Africa).

Negli anni, BVMN ha evidenziato come l’esternalizzazione delle frontiere sia strettamente legata a violenze sistematiche ai confini: pushback, torture, morti e sparizioni di persone migranti sarebbero infatti perpetrati proprio in quei Paesi definiti “sicuri” o destinati a diventare partner dell’UE attraverso nuovi accordi.

Tra corpi migranti deportati e delega delle responsabilità umanitarie a Paesi terzi

In questo modo, l’Unione europea potrebbe sottrarsi alle proprie responsabilità dirette e ai meccanismi di accountability, poiché tali pratiche avverrebbero al di fuori della sovranità territoriale dell’UE o dei suoi Stati membri. Il ruolo europeo resterebbe quindi limitato agli accordi economici e politici necessari a garantire trattenimento, rimpatrio e detenzione fuori dai confini europei, trasformando le persone migranti in presenze considerate indesiderate non più soltanto dai singoli Paesi di ingresso, ma dall’Europa nel suo complesso.

Oltre alla denuncia di BVMN, anche diverse organizzazioni che si occupano di salute, come Medici del Mondo, EMSA, Medics on the move for what matters, standing committee of european doctors e altri, hanno firmato una dichiarazione in cui affermano di rifiutarsi di essere parte della guerra contro i migranti senza documenti.

Gli ospedali, secondo il possibile nuovo regolamento, diventerebbero luoghi che dovrebbero denunciare la presenza dei pazienti migranti irregolari, non mettendo al centro la salute del paziente e anzi voltando le spalle alla confidenzialità e all’etica del lavoro, tra struttura sanitaria e paziente.

L’Italia è stata tra i principali promotori dell’idea dei return hubs, attraverso il protocollo Italia-Albania che ha portato alla creazione del centro di trattenimento e rimpatrio (CPR) per migranti sul territorio albanese sotto gestione italiana. Questo modello è stato progressivamente assunto dall’Unione europea come possibile “buona pratica” per l’esternalizzazione delle frontiere e delle procedure di rimpatrio, senza però valutare in modo approfondito i risultati concreti e le conseguenze umanitarie, giuridiche e politiche che tali misure comportano.

Nuove e vecchie rotte dell’esternalizzazione europea

Danimarca, Austria, Grecia, Germania e Olanda sono già in ricerca di Paesi con cui concludere accordi diretti alla creazione di Return Hubs con la possibilità di aprire trattative con circa 12 paesi chiave:  Rwanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia.

Tra questi Paesi, diversi nomi, non sono nuovi. Il Rwanda, già di interesse da parte del Regno Unito, con cui non si è proseguito grazie all’intervento della Suprema corte del Regno Unito. Il Senegal già finanziato con più di 30 milioni di euro di fondi europei per sorveglianza e controllo delle frontiere, intercettazione marittima di persone che tentano di lasciare il Senegal per intraprendere la rotta atlantica, infrastrutture di detenzione.

Potenziamento di accordi con Paesi che violano sistematicamente i diritti umani

Tunisia e Libia, con cui l’Italia ha accordi da diversi anni direttamente con le guardie costiere. Mauritania che con i soldi dell’EU ha finanziato raid nel deserto e squadre di intervento contro i migranti, per far evitare loro di intraprendere la rotta migratoria per le Canarie.

Egitto nuova terra di confine europeo

Ultimo anche l’Egitto, Paese che ha già rapporti con l’UE, attraverso un pacchetto di 200 milioni di euro per contenere le migrazioni verso l’Europa, con particolare attenzione alla lotta contro il contrabbando e la tratta di esseri umani; rafforzamento delle frontiere egiziane, soprattutto con la Libia, principale punto di partenza dalle coste; potenziamento dei percorsi migratori regolari e rafforzamento dei programmi di rimpatrio e reintegrazione. Ricordiamo che l’Egitto è anche il Paese da cui partono anche il maggior numero di Minori Stranieri Non Accompagnati in Europa.

Il nuovo decreto Sicurezza in Italia

In Italia, l’adeguamento alle future disposizioni del Patto europeo su migrazione e asilo è già iniziato attraverso una serie di decreti culminati nel noto “Decreto sicurezza” DL 23/2026, poi convertito nella legge 54/2026 entrata in vigore il 24 aprile.

Il provvedimento rafforza ulteriormente le politiche di controllo, trattenimento ed espulsione, introducendo misure che ampliano i poteri legati all’identificazione, ai rimpatri, ai respingimenti e al rafforzamento del sistema CPR, prevedendo l’apertura di nuovi centri in futuro.

La controversia degli incentivi economici per invogliare i rimpatri volontari

Sebbene alcune norme particolarmente controverse, come l’iniziale previsione di incentivi economici ai legali coinvolti nei programmi di rimpatrio volontario assistito,  siano state successivamente cancellate nel nuovo decreto sicurezza, sono comunque state inserite in forma modificate nel disegno di legge n.1885 sulla conversione in legge del d. l. 55/2026, recante disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari assistiti. La direzione politica resta quella di un progressivo irrigidimento del sistema migratorio italiano ed europeo.

Proteggere i confini, violare la dignità delle vite in movimento

In questo quadro, l’esternalizzazione delle frontiere, la detenzione amministrativa e la cooperazione con Paesi terzi si consolidano sempre più come strumenti centrali della governance migratoria europea di rigetto dei corpi migranti senza documenti o considerati provenienti da Paesi sicuri.