Armenia al voto: molto più di una scelta tra Mosca e Occidente

Le elezioni parlamentari in Armenia del 7 giugno 2026 sono uno snodo cruciale per il futuro del paese e per gli equilibri geopolitici del Caucaso meridionale. Due milioni e mezzo di cittadini alle urne in una consultazione elettorale dall’esito non cosƬ scontato, col primo ministro uscente, Nikol Pashinyan, favorito nei sondaggi

03/06/2026, Luna De Bartolo
Yerevan, Armenia, sullo sfondo il monte Ararat Ā© Alexey Smyshlyaev/Shutterstock

Yerevan, Armenia, sullo sfondo il monte Ararat

Yerevan, Armenia, sullo sfondo il monte Ararat Ā© Alexey Smyshlyaev/Shutterstock

Armenia ai seggi domenica 7 giugno: elezioni parlamentari la cui rilevanza non può essere sovrastimata. Certo, il voto del 1991, che sancƬ l’indipendenza dall’Urss, e quello del 2018, coronamento della rivolta democratica che ha spodestato un logoro apparato oligarchico, sono stati altrettanto decisivi per il Paese. Ma se allora si trattava di momenti di unitĆ  nazionale, tra pochi giorni gli armeni saranno chiamati a decidere il proprio destino in una consultazione dall’esito non cosƬ scontato.

Due milioni e mezzo di elettori, diciotto forze politiche e una societĆ  scissa su temi determinanti. I più controversi riguardano il processo di pace con l’Azerbaijan e la normalizzazione delle relazioni con la Turchia, l’orientamento della politica estera, il dibattito identitario e lo stato di diritto, le tensioni tra il governo e la Chiesa apostolica armena, ma anche l’economia e l’occupazione, in un contesto estremamente polarizzato.

Il programma di Nikol Pashinyan

Al centro della disputa c’è il giornalista eroe della rivoluzione di velluto, oggi un politico navigato che rivendica i suoi otto anni al comando e una visione radicale. Queste elezioni riveleranno se la sua ā€œArmenia veraā€ – contrapposta alla nozione di una ā€œArmenia storicaā€ ancorata a narrative revansciste e al ā€œculto del traumaā€ – incontri resistenze minoritarie, seppur rumorose, o rappresenti un progetto genuinamente divisivo.

Nikol Pashinyan contro tutti (o quasi). Salvo una manciata di partiti con scarse o nulle possibilitĆ  di entrare in parlamento, le opposizioni si collocano su posizioni diametralmente opposte a quelle del primo ministro. E, sebbene il consenso dei sondaggi veda il partito di governo Contratto civile in netto vantaggio su questa frammentata galassia di avversari, una sfida non trascurabile ĆØ costituita da tre schieramenti: innanzitutto il blocco Armenia forte, del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan. Poi l’Alleanza Armenia dell’ex presidente Robert Kocharyan, e Armenia prospera del magnate Gagik Tsarukyan.

Il trio contesta aspramente la svolta filoccidentale di Pashinyan e la sua gestione dei negoziati con Baku. Il premier li chiama ā€œpartito della guerra a tre testeā€, sostenendo che il loro intento di rivedere i termini della riconciliazione con l’arcinemico provocherebbe un’immediata reazione militare azera, da cui il Paese non sarebbe in grado di difendersi.

La frammentazione delle opposizioni

Dal canto loro, le opposizioni accusano Pashinyan di arrendevolezza, sostenendo di poter inchiodare il presidente azero Ilham Aliyev a condizioni più favorevoli grazie a una ā€œpace garantitaā€. In veritĆ , dopo l’esodo forzato della popolazione armena del Nagorno Karabakh nel 2023, sullo sfondo dell’inazione del contingente di pace russo e di una flebile risposta internazionale, l’idea di garanti esterni si ĆØ rivelata irrealistica, spostando il processo negoziale su binari prettamente bilaterali.

Il punto non ĆØ stabilire se siano auspicabili meccanismi capaci di far rispettare il diritto, quanto piuttosto se sianoĀ impiegabiliĀ nelle attuali condizioni geopolitiche. Kocharyan, ad esempio, pretende l’adozione di tali dispositivi ā€œal di lĆ  del volere di Aliyevā€ ma non chiarisce in quale modo questo scopo possa essere raggiunto.

Pashinyan ritiene che una pace duratura dipenda da un sistema vantaggioso per entrambe le parti. In questa direzione va l’intesa raggiunta nel 2025 a Washington, che ha definito un quadro per la normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Azerbaijan. Nonostante la firma del trattato di pace resti subordinata alla richiesta di Baku di eliminare dalla costituzione armena qualsiasi menzione al Nagorno Karabakh – questione politicamente assai sensibile, che richiede una maggioranza in parlamento di 2/3 e un referendum confermativo – Pashinyan e Aliyev si sono impegnati con il presidente Donald Trump a riconoscere l’inviolabilitĆ  dei rispettivi confini internazionali.

Il trattato di pace con l’Azerbaijan e il corridoio TRIPP di Trump

Determinanti sono stati gli incentivi offerti dagli Usa, che hanno sciolto uno dei nodi chiave: la creazione di un collegamento tra l’Azerbaijan e la sua exclave del Nakhichevan attraverso il territorio armeno, perno di un accordo che, se portato a compimento, promette significativi benefici economici e strategici a entrambi i Paesi.

La ā€œRotta di Trump per la pace e la prosperitĆ  internazionaleā€ (Tripp), corridoio logistico, energetico e digitale la cui gestione ĆØ affidata a un consorzio statunitense, ĆØ pensato per integrarsi nel Corridoio di mezzo, il percorso più breve tra Cina e Europa.

L’ambizioso piano di Pashinyan punta a inserire l’infrastruttura all’interno di uno sblocco integrale dei collegamenti regionali, trasformando l’Armenia in uno snodo decisivo tra Oriente e Occidente. Ciò richiede una normalizzazione tra Yerevan e Ankara – stretta alleata di Baku, che mantiene il confine armeno sigillato dagli anni Novanta – vincolata però alla firma di una pace che, come menzionato, presenta ancora un serio ostacolo. Pur senza assumere il ruolo di garante, gli Usa rappresentano lo sponsor dell’intesa, offrendo a Yerevan uno scudo implicito.

Politica estera: la svolta di Yerevan verso l’Unione Europea e lo scontro con Mosca

L’inclusione dell’Armenia in un corridoio commerciale che aggira la Russia – seppur strutturalmente aperto a sinergie con Mosca – introduce l’altra grande faglia del dibattito elettorale: il vettore della politica estera. Le tre formazioni di opposizione con le maggiori possibilitĆ  di entrare in parlamento invocano l’urgenza di rinsaldare i legami con lo storico alleato, mentre Pashinyan, che non punta alla rottura con la Russia ma a una diversificazione che ne allenti la dipendenza economica ed energetica, ha avviato passi decisi in direzione dell’Occidente.

Il distanziamento dal Cremlino si ĆØ consumato in parallelo con le tragiche vicende del Nagorno Karabakh e le incursioni azere oltreconfine del 2022. Baku ancora oggi occupa, denuncia Yerevan, oltre 200 km quadrati di territorio armeno. Dopo il mancato intervento di Mosca e della Csto, la ā€œNato a guida russaā€, Pashinyan ha congelato la partecipazione del Paese alla coalizione per poi ottenere il ritiro delle truppe di frontiera russe dall’aeroporto di Yerevan e il progressivo disimpegno dai confini di terra, senza tuttavia mettere in discussione laĀ base di Gyumri, cuore della presenza di Mosca in Armenia. Altri strappi hanno approfondito la frattura con il Cremlino, fino all’inserimento dell’integrazione europea tra le prioritĆ  strategiche del governo.

La svolta si ĆØ manifestata in modo eclatante il 4 maggio, quando Yerevan ha ospitato il vertice della ComunitĆ  politica europea, seguito dal primo summit bilaterale Armenia-Ue. E da Mosca, il 9 maggio, Vladimir Putin ha invitato YerevanĀ a indire un referendum tra l’integrazione con l’Ue e la permanenza nell’Unione economica eurasiatica (Uee). Il leader russo ha evocato lo ā€œscenario ucrainoā€, ribadendo la narrativa secondo cui nel 2014 ā€œla crisiā€ sarebbe nata dalla volontĆ  di Kyiv di avvicinarsi a Bruxelles.

Una linea ribadita il 29 maggio nel comunicato finale del vertice eurasiatico di Astana, in cui i leader di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan hanno paventato la sospensione di Yerevan dal blocco.

Pashinyan ha definito ā€œillogicaā€ l’idea di una consultazione popolare finchĆ© la scelta tra Ue e Uee non sarĆ  ā€œinevitabileā€. Le minacce si sommano alle limitazioni alle esportazioni armene imposte da Mosca, che prospetta una revoca del regime di esenzione dai dazi per le forniture energetiche.

Il rapporto della missione pre-elettorale dell’Istituto McCain definisce le campagne di disinformazione russe ā€œincredibilmente sofisticateā€. Reuters riporta inoltre che il Cremlino avrebbe ideato ā€œun’audace operazioneā€ per portare ai seggi in patria fino a 100 mila elettori residenti in Russia.

Il più ampio contesto politico ĆØ segnato da gravi conflittualitĆ  tra il governo e la Chiesa apostolica armena, che gode del sostegno di buona parte delle opposizioni. Leader religiosi e di partito sono stati sottoposti a procedimenti penali. Tra loro lo stesso fondatore di Armenia Forte, Samvel Karapetyan – un oligarca strettamente legato al Cremlino – agli arresti domiciliari con accuse di istigazione al rovesciamento dell’ordine costituzionale e reati finanziari.

Sondaggi elettorali in Armenia: scenari politici e il rischio per lo stato di diritto

In un contesto cosƬ polarizzato non sorprende l’elevata reticenza nei sondaggi. Se Nikol Pashinyan stacca nitidamente gli avversari raccogliendo circa il 30% delle preferenze, la quota di elettori che si dicono indecisi o rifiutano di rispondere tocca il 40%, imponendo prudenza. Alle spalle del premier regna la frammentazione: Karapetyan ĆØ secondo con percentuali tra il 6 e il 15% mentre Kocharyan e Tsarukyan oscillano attorno alla soglia di sbarramento. I voti delle formazioni che non riusciranno a entrare in parlamento verranno poi suddivisi proporzionalmente tra le forze che hanno superato la soglia (4% per i partiti, 8-10% per le coalizioni).

Infine, il voto del 7 giugno non ĆØ una scelta lineare tra Russia e Occidente quanto piuttosto una competizione tra visioni del futuro che il dibattito elettorale tende a indirizzare lungo quella stessa faglia: da un lato, un Paese che aspira a diventare, nelle parole di Pashinyan, ā€œcrocevia del mondoā€, e scommette sulla possibilitĆ  di una vera riconciliazione con i propri vicini accettando una profonda revisione identitaria. Dall’altro, un’Armenia più conservatrice che continua a vedere in Mosca una garanzia di sicurezza e di tutela dei valori nazionali, non credendo in una pace che rigetta o che reputa imposta sotto ricatto.

E tra le pieghe di questa inevitabile semplificazione si annida una questione insidiosa: mentre lo spazio pubblico si satura di retoriche aggressive e narrazioni allarmiste, in una logica amico-nemico che diffida di ogni voce critica, i segnali di un’erosione dello stato di diritto appaiono più evidenti.

Pashinyan ĆØ arrivato al potere promettendo la democrazia, e sebbene l’Armenia non sia mai stata cosƬ libera, si rafforzano i sospetti di un’applicazione selettiva della giustizia, mentre i media indipendenti e le organizzazioni della societĆ  civile denunciano crescenti pressioni: una tendenza che non può essere legittimata dalla necessitĆ  di difendersi dalle interferenze esterne. ƈ anche su questo terreno, non meno importante, che verrĆ  definito il futuro del Paese.

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