La generazione Z nei Balcani occidentali, disillusa ma ottimista
Sono critici nei confronti della società, ma ottimisti sul futuro. Non vogliono emigrare, ma restano scettici nei confronti della retorica politica. È quanto emerge da una recente ricerca sui giovani della generazione Z nei Balcani occidentali

Una giovane donna a Kalemegdan, Belgrado © Torgonskaya Tatiana / Shutterstock
Una giovane donna a Kalemegdan, Belgrado © Torgonskaya Tatiana / Shutterstock
(Originariamente pubblicato da Le Courrier des Balkans)
La Open Society Foundation ha recentemente pubblicato uno studio intitolato “Democracy Pulse: Gen Z in the Western Balkans” che racconta una generazione (quella dei nati tra il 1997 e il 2012) che è allo stesso tempo ottimista, disillusa e più concentrata sulla stabilità personale che sulle grandi narrazioni politiche.
Dedicata al rapporto dei giovani con la democrazia, la politica, l’Unione europea e le trasformazioni sociali dell’area balcanica, la ricerca rivela anche una generazione segnata dalla fragilità delle istituzioni e dall’individualismo. Le Courrier des Balkans ha incontrato Lura Pollozhani, una delle coautrici del rapporto, ricercatrice con un focus su nuove generazioni originaria della Macedonia del Nord.
Cosa rivela la vostra ricerca sulla generazione Z nei Balcani occidentali? Perché la considerate una generazione “ottimista, contraddittoria e solitaria”?
L’attributo “solitaria” è emerso dopo un’approfondita riflessione sulla generazione Z. Nonostante nessuno degli intervistati si sia definito in questo modo, credo sia un fattore che spiega l’approccio altamente individualistico con cui questa generazione interpreta i problemi che si trova ad affrontare.
I dati dimostrano che si tratta di una generazione ottimista e felice: l’86,6% degli intervistati si dichiara felice o molto felice della propria vita, mentre il 71,7% spera in un miglioramento nei prossimi cinque anni. D’altra parte, la generazione Z è consapevole dei problemi sistemici della società, come la mancanza di sistemi di istruzione e sanità pienamente funzionanti e di alta qualità. Questo mi porta a definirla una generazione contraddittoria: pur essendo consapevole delle profonde carenze strutturali della società, rimane ottimista sulla possibilità di un miglioramento.
Lei descrive la generazione Z come una generazione “post-ideologica”. Perché?
Credo sia necessario riflettere su quello che viene offerto alla generazione Z. Ovviamente, quando parlo di una generazione post-ideologica, non intendo dire che le ideologie siano scomparse, ma piuttosto che i modelli esistenti non sono pensati per entrare veramente in sintonia con la vita di questa generazione e con il suo modo di concepire la politica e l’azione politica.
Il fatto che la generazione Z coltivi sia idee conservatrici che progressiste sull’economia porta a pensare che il suo rapporto con la politica sia più pragmatico, basato sui bisogni individuali piuttosto che su una vera e propria ideologia. Infatti, la maggior parte degli intervistati (64,5%) ha dichiarato di non sostenere una particolare ideologia politica.
Dalla ricerca emerge che il 79,7% dei giovani sostiene la democrazia, ma la maggioranza mostra scarso interesse per la politica. Lei in queste dinamiche vede non tanto l’apatia quanto una profonda disillusione. Ci può spiegare meglio questo aspetto?
Non credo si tratti di apatia, perché la generazione Z mostra una certa consapevolezza politica e in alcuni gruppi abbiamo osservato la volontà di coltivare il pensiero critico e di impegnarsi.
Quando ho visto per la prima volta i dati sullo scarso interesse per la politica, mi hanno sorpreso. Tuttavia, l’analisi delle discussioni di gruppo ha rivelato che questo disinteresse non deriva né da una mancanza di consapevolezza né da una diffusa indifferenza, bensì da una profonda delusione nei confronti delle élite politiche dei paesi dei Balcani occidentali.
Allo stesso tempo, si riscontra una reale mancanza di impegno politico. C’è un divario da colmare: occorre trovare un modo per coinvolgere maggiormente i giovani nella vita e nell’azione politica.
Una delle osservazioni più sorprendenti è che molti giovani immaginano il loro futuro nel proprio paese. In quale misura questa tendenza è legato al fatto che l’emigrazione non è più percepita come una soluzione ideale?
Sì, anche questo è un risultato inaspettato ma incoraggiante. In tutti i paesi, oltre il 50% dei giovani afferma di voler rimanere nel proprio paese di origine. Il Kosovo e il Montenegro registrano le percentuali più alte, con oltre il 70% degli intervistati che immagina un futuro nel proprio paese. Rimangono fiduciosi che la loro vita possa migliore nei prossimi cinque anni (71,7%).
Credo che questo desiderio di rimanere nel proprio paese sia legato anche ad una certa fiducia in un possibile miglioramento delle condizioni di vita in un prossimo futuro. Forse è proprio questa prospettiva a incoraggiare la loro scelta di restare.
Sembra che la famiglia svolga un ruolo centrale per la generazione Z. Come va interpretato questo aspetto tenendo conto del rapporto dei giovani con lo stato, le istituzioni e la società?
Credo che la famiglia sia importante per i giovani a causa dell’insicurezza in cui sono cresciuti, in parte dovuta alla pandemia da Covid. La generazione Z è cresciuta in quello che spesso definiamo un periodo di transizione: è stata l’unica fase che hanno conosciuto durante la loro adolescenza e che rappresenta per loro una sorta di normalità. In questo contesto, la famiglia può essere interpretata come un’unità che offre maggiore stabilità. Le istituzioni e lo stato non possiedono necessariamente queste caratteristiche, soprattutto considerando la persistente fragilità della democrazia in questi paesi.
Vediamo anche che la famiglia costituisce una parte significativa delle aspirazioni della generazione Z. Una delle idee che entusiasma di più i giovani riguardo al futuro è proprio la prospettiva di crearsi una propria famiglia.
Dalla vostra analisi emerge anche un forte interesse dei giovani per l’istruzione, la sanità e la meritocrazia. Lei ha affermato che la generazione Z chiede “uno stato sociale”. Che tipo di stato desidera effettivamente questa generazione?
Per la generazione Z, un’istruzione e un sistema sanitario di qualità sono essenziali, come anche l’accesso al lavoro basato sul merito anziché che su legami politici o personali. Sono anche favorevoli ad un aumento delle tasse se questo rafforza i servizi sociali. Le loro maggiori preoccupazioni riguardano l’occupazione, la salute, l’istruzione e la sicurezza, sia finanziaria che fisica. Questa generazione desidera quindi uno stato che la protegga e le cui politiche sociali siano abbastanza solide da garantire una vita dignitosa.
Lei mette in guardia sul rischio di un “ottimismo crudele”. Cosa potrebbe accadere se le elevate aspettative dei giovani non venissero soddisfatte nei prossimi anni?
L’ottimismo della generazione Z, unito ad una percezione piuttosto negativa della situazione politica, ma anche alla consapevolezza che i sistemi di istruzione e sanità della regione, così come le democrazie stesse, necessitano ancora di riforme significative, crea le condizioni per quello che Lauren Berlant definisce “ottimismo crudele”.
È una situazione paradossale in cui la speranza di una vita migliore finisce per ostacolare gli sforzi necessari a renderla possibile. Nel contesto della generazione Z, questa dinamica rischia di tradursi in una forma di disimpegno, legata alla convinzione che le cose possano migliorare da sole, senza bisogno di un impegno politico o sociale più profondo.
Se le aspirazioni di miglioramento non si concretizzassero, si potrebbero verificare due possibili scenari, ossia quello che Albert Hirschman descrive come la scelta tra “voce o uscita”. In altre parole, i giovani o alzano la voce e si impegnano maggiormente, oppure scelgono il disimpegno, l’apatia o addirittura l’emigrazione.
Osservando la generazione Z nei Balcani occidentali, lei parla anche di una mancanza di senso di azione collettiva e di solidarietà…
Sì, questa è una conclusione più riflessiva. Ho l’impressione che, a causa del contesto e dell’epoca in cui questa generazione è cresciuta, l’idea di solidarietà e condivisione non sia stata sufficientemente trasmessa dalle generazioni precedenti.
Parliamo di una generazione che è cresciuta e continua a crescere in un’epoca in cui l’individualismo non solo è valorizzato, ma rappresenta anche la visione dominante. In questo contesto, troppo poco si è fatto per incoraggiare la generazione Z a sviluppare una cultura di solidarietà e una consapevolezza della necessità di azione e riflessione collettiva.
Lo dimostra il fatto che, quando la generazione Z parla delle sue preoccupazioni, le inquadra principalmente come problemi individuali, mentre in realtà l’istruzione, la sanità e i sistemi istituzionali sono questioni collettive che richiedono anche risposte collettive.
Volendo evidenziare i risultati più significativi emersi dalla ricerca e relativi ai singoli paesi dei Balcani occidentali, quali sono le principali differenze che sottolineerebbe?
Uno degli aspetti più interessanti riguarda senza dubbio il modo in cui vengono percepiti l’Unione europea e il futuro europeo. I dati mostrano, ad esempio, che lo stato di avanzamento del processo di avvicinamento di un paese all’UE non influenza necessariamente il livello di sostegno o di ottimismo riguardo alla prospettiva di adesione.
Il Kosovo ne è un buon esempio: pur non avendo ancora ottenuto lo status di paese candidato, la generazione Z rimane molto favorevole e ottimista nei confronti dell’Unione europea. Infatti, l’87,8% dei giovani kosovari considera importante l’adesione all’UE, mentre il 61% crede che il Kosovo diventerà membro dell’Unione nei prossimi dieci anni.
Al contrario, in Montenegro, il paese più vicino all’adesione, solo il 46,1% dei giovani considera importante l’ingresso nell’UE, mentre il 71% crede che il paese possa aderire all’Unione nei prossimi dieci anni.
I dati relativi alla Macedonia del Nord e agli altri paesi mostrano che il prolungarsi del processo di adesione ha un impatto reale. Tuttavia, i focus group rivelano anche una crescente stanchezza nei confronti del processo stesso, così come nei confronti delle élite politiche.
L’immagine che emerge è quella di una generazione che guarda all’Unione europea e all’adesione in modo più realistico. Forse è proprio questa prospettiva a porre la generazione Z in una posizione unica: saranno i giovani di oggi a guidare le istituzioni quando l’adesione della maggior parte dei paesi dei Balcani occidentali diventerà finalmente realtà.
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