Golpe in Turchia 2016: Sabahattin, il Gazi dello stato turco
A dieci anni dal tentato golpe in Turchia del 2016, abbiamo raccolto quattro testimonianze dal paese. 46 anni, presidente della Fondazione dei veterani e delle famiglie dei martiri, Sabahattin ricorda: “Allah ci ha ordinato di proteggere lo stato contro qualsiasi aggressione”

Monumento ai caduti durante il tentato golpe, Istanbul © thomas koch/Shutterstock
Monumento ai caduti durante il tentato golpe, Istanbul © thomas koch/Shutterstock
“Invito tutta la popolazione a scendere in strada”. Nella celebre videochiamata andata in onda nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, Recep Tayyip Erdoğan si rivolse così a Hande Fırat, giornalista di CNN Turchia. Mentre il presidente turco pronunciava quelle parole, Sabahattin si trovava nel suo appartamento a Fatih, nella penisola storica di Istanbul.
Sabahattin è un uomo di 46 anni, con il volto parzialmente sfigurato. È di etnia araba, i suoi antenati secoli fa si spostarono dal Levante e si stabilirono a Siirt, nel sud-est della Turchia. È cresciuto a Istanbul in una famiglia numerosa. Si è sposato nel 2011 e ha due figli. Un tempo si guadagnava da vivere gestendo un piccolo laboratorio tessile.
“Quando il presidente è apparso in tv e ha esortato la gente a resistere ai golpisti non ci ho pensato due volte: ho salutato mia moglie e i bambini, completato l’abluzione, mi sono prostrato in preghiera e sono uscito di casa. Con altri cittadini mi sono ritrovato nei pressi del municipio di Istanbul, a Saraçhane. C’era molta confusione, la tensione era altissima. Con grande dispiacere ho visto dei militari dell’esercito che cercavano di intimidirci, nonostante fossimo disarmati. Col passare del tempo la situazione è degenerata. Un drappello di soldati ha aperto il fuoco sulla folla. Io sono stato colpito da un proiettile alla testa e sono caduto sull’asfalto.”
“Da quel giorno la mia vita è cambiata completamente. Sono rimasto per settimane in coma e per mesi in pericolo di vita. Negli anni ho subito 26 operazioni, ho delle placche in platino nel cranio e le mie meningi sono danneggiate. Proprio questa mattina sono stato in un ospedale specializzato per l’ennesima visita di controllo.”
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Durante il tentato colpo di stato del 2016 hanno perso la vita 251 persone, mentre altre 2740 sono rimaste ferite. Le prime sono riconosciute come şehit (martiri), mentre le seconde hanno ottenuto lo status di gazi (veterano). Il termine gazi, di origine araba, indica in turco moderno una persona che è stata ferita difendendo la patria.
“Essere un “Gazi” è per me motivo di grande orgoglio. Ricevo rispetto per questo titolo da parte del governo, dell’opposizione, dei militari, dei poliziotti e della gente comune. Tuttavia è anche una grande responsabilità. Ho il dovere di non fare nulla che possa infangare questo riconoscimento. La mia reputazione deve rimanere impeccabile.”
Lo Stato turco eroga una pensione mensile ai veterani, inoltre garantisce loro assistenza medica gratuita e supporto psicologico. Alle famiglie dei martiri riconosce importanti agevolazioni per i figli, tra cui borse di studio, l’esenzione dalle tasse universitarie e facilitazioni nell’accesso al pubblico impiego.
“Mi chiedono spesso se rimpiango il fatto di essere sceso in strada quella notte. Per me la risposta è semplice e voglio dichiararlo per l’ennesima volta: mi comporterei allo stesso modo. Sono musulmano, credo nell’Islam e Allah ci ha ordinato di proteggere lo stato e la nazione contro qualsiasi aggressione esterna. Ce lo ricordano anche durante il servizio militare: per la patria dobbiamo essere pronti al sacrificio, così come hanno fatto coloro che hanno combattuto a Gallipoli o nella Guerra d’Indipendenza.
Sabahattin è attualmente il presidente della Fondazione dei Veterani e delle Famiglie dei Martiri, costituita sotto gli auspici della presidenza. Per svolgere le sue attività istituzionali ha a disposizione un’auto blu con un autista. È vestito di tutto punto: blazer e pantaloni a righe, orologio d’oro, mocassini in vernice.
La fondazione si occupa di sostenere i veterani e le famiglie dei martiri attraverso diverse iniziative: organizza eventi culturali, incontri e conferenze nelle scuole e nelle università, oltre a sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto accaduto il 15 luglio, data che il governo ha formalizzato come festività pubblica sotto il nome di Festa della Democrazia e dell’Unità Nazionale.
Fethullah Gülen, considerato la mente dietro il golpe fallito, è morto in esilio negli Stati Uniti il 20 ottobre 2024. Sabahattin non nasconde l’influenza che il leader religioso ha avuto per lungo tempo in Turchia.
“Non si può negare che molti politici, uomini d’affari o semplici cittadini abbiano in passato avuto contatti o sostenuto la rete di potere dell’organizzazione terroristica Fetö. I gulenisti si erano talmente infiltrati nelle maglie dello stato che era impossibile non averci a che fare. Ma quel capitolo è chiuso. Il movimento Hizmet non ha più seguaci in Turchia.”
Dopo un decennio dal tentato golpe per Sabahattin è tempo di bilanci. Lui è ottimista sul futuro del paese e rimane fedele alla linea politica della coalizione di governo.
“La situazione economica attuale non è semplice, la pandemia e il terremoto sono stati dei duri colpi per il paese. Ma la Turchia ha le risorse per superare questa crisi, il popolo turco proprio nei momenti di difficoltà mette da parte differenze e divisioni. In più il nostro esercito è uno dei più potenti al mondo, grazie allo sviluppo della nostra industria bellica.”
“Credo che il presidente Erdoğan si candiderà alle prossime elezioni e vincerà senza patemi. D’altronde nessuno può fidarsi di questa opposizione. Certo, un giorno anche lui passerà a miglior vita, ma in eredità avrà lasciato uno stato forte. Lo stato è l’unica cosa che conta.”
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