Chernobyl 40 anni dopo: tra memoria e realtà della guerra
Il 26 aprile ricorrono i quaranta anni dal disastro nucleare di Chernobyl, un anniversario inevitabilmente segnato dalla guerra in corso e dal ricordo dell’occupazione russa della centrale quattro anni fa. Abbiamo raccolto le voci di alcuni tecnici presi in ostaggio durante l’occupazione

La centrale di Chernobyl – © Shutterstock/Budzynski
La centrale di Chernobyl - © Shutterstock/Budzynski
Quando le forze russe hanno attraversato il confine tra Bielorussia e Ucraina il 24 febbraio 2022, uno dei loro primi obiettivi strategici è stato il complesso di Chernobyl, teatro del più grave disastro nucleare che ha travolto il mondo nel 1986. Nel giro di poche ore, le truppe russe hanno occupato la cosiddetta zona di alienazione, un’area chiusa attorno alla centrale, protetta sulla base del diritto internazionale umanitario per la sua importanza ambientale e nucleare.
Entro la sera del primo giorno dell’invasione su vasta scala, i russi hanno preso il controllo dell’intero complesso.
“Dopo una battaglia violenta, abbiamo perso il controllo dell’area di Chernobyl”, ha dichiarato Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino, avvertendo che non si sapeva in quali condizioni fosse l’impianto.
Così è iniziata l’occupazione di Chernobyl da parte di truppe che sembravano avere scarsa comprensione del contesto in cui si muovevano. Oltre duecento dipendenti della centrale e 169 soldati ucraini – costretti ad arrendersi – erano presenti sul posto all’arrivo delle forze russe.
In circostanze normali, il personale lavora a turni rigorosamente controllati, con rotazioni regolari per garantire la sicurezza e il normale funzionamento dell’impianto. Il sistema è crollato subito dopo l’occupazione russa. Il personale ucraino, stremato, si è trovato costretto a rimanere al proprio posto, sotto sorveglianza armata, per gestire i sistemi critici senza alcuna possibilità di riposo.
Pur non producendo energia elettrica dal 2000, la centrale nucleare di Chernobyl resta un sito altamente sensibile. Circa duemilacinquecento esperti continuano a lavorarvi, monitorando i livelli di radiazione e garantendo uno smaltimento sicuro delle scorie nucleari. Come ha osservato un esperto nucleare internazionale, “anche gli impianti nucleari inattivi richiedono una sorveglianza costante perché non si smette mai di vigilare sulla sicurezza, soprattutto in un’area altamente contaminata come questa”.
Gli ostaggi dell’esercito russo
“Quello era il mio primo turno dopo le ferie”, ricorda Oleksiy Shelestiy, capoturno di un’officina elettrica e uno degli operai presi in ostaggio il primo giorno dell’invasione.
“Il lavoro è iniziato normalmente, o almeno così sembrava”, afferma Shelestiy. Mi aspettavo di lavorare 12 ore, che è un turno standard. Non ci aspettavamo di rimanere nella centrale per quattro settimane”.
Oleksiy e i suoi colleghi, in servizio il 24 febbraio, non sono stati sostituiti quella sera. Le forze russe ormai avevano preso il pieno controllo dell’impianto. Da quel giorno, per quasi un mese, non è mai avvenuta alcuna rotazione del personale, un elemento fondamentale per la sicurezza nucleare.
“La mattina del 24 febbraio ci hanno detto che erano arrivati equipaggiamenti militari russi, tra carri armati e veicoli blindati per il trasporto truppe”, racconta Dmytro, un altro dipendente della centrale che ha vissuto l’occupazione.
“Ci hanno dato un ultimatum: l’impianto doveva essere consegnato ai russi”, prosegue Dmytro. “Un mio collega ed io siamo rimasti al lavoro perché l’impianto doveva essere monitorato dagli specialisti. Tutti gli altri si sono riparati in un rifugio”.
Dmytro lavorava nel reparto di sicurezza dalle radiazioni presso il deposito di combustibile nucleare esaurito. Dopo l’arrivo dei russi, è rimasto sul suo posto di lavoro, insieme al capoturno Valentyn Heyko. Nel frattempo, Oleksiy Shelestiy si trovava nell’edificio amministrativo.
“Da capoturno del reparto elettrico, non avevo il diritto di lasciare il mio posto di lavoro”, spiega Oleksiy. “Non potevo andarmene nemmeno durante i bombardamenti. Per questo sono rimasto. Anche prima [dell’arrivo dell’esercito russo] si parlava delle esplosioni vicino a Pripyat. Ho chiamato il collega che avrebbe dovuto sostituirmi, e lui mi ha detto che stava arrivando. Poi mi hanno comunicato che non ci sarebbe stato nessun cambio perché la guerra era iniziata”.
“A mezzogiorno, dalla finestra ho visto i carri armati contrassegnati dalla lettera V”, ricorda Oleksiy. “Non sapevamo quanto sarebbe durata”.
La squadra di lavoro ha continuato a svolgere le operazioni di routine, ma in condizioni del tutto anomale. Soldati armati erano presenti in tutta la struttura. Le comunicazioni con il mondo esterno erano fortemente limitate. Ai lavoratori non era permesso uscire.
“Eravamo costantemente sotto pressione”, afferma Dmytro. “C’erano persone armate intorno a noi e ci siamo resi conto del livello di responsabilità”.
La responsabilità di mantenere la stabilità del sito nucleare non è diminuita durante l’occupazione, al contrario, è aumentata. I sistemi di monitoraggio sono stati danneggiati, il supporto esterno è stato interrotto e i lavoratori sono stati costretti a prendere decisioni sotto costante stress psicologico.
I russi nella Foresta Rossa
Al di là dell’impianto stesso, l’attività militare russa ha introdotto rischi nuovi e imprevedibili.
Le truppe erano entrate nella Foresta Rossa, una delle aree più radioattive della zona di esclusione, iniziando a scavare trincee e fortificazioni, spesso senza alcuna attrezzatura protettiva. Il passaggio di veicoli militari pesanti ha smosso il terreno radioattivo rimasto in gran parte indisturbato per decenni, causando picchi localizzati nei livelli di radiazione.
Inizialmente, come raccontano gli operai, i soldati sembravano non rendersi conto del pericolo.
“Poi anche tra di loro si è diffuso il panico”, ricorda Valentyn Heyko.
Stando ai funzionari ucraini, alcuni soldati hanno successivamente manifestato sintomi compatibili con l’esposizione alle radiazioni. Valentyn Nalyvaychenko, l’ex capo dei servizi di sicurezza ucraini, ha dichiarato che oltre centocinquanta soldati russi hanno sviluppato una grave sindrome da radiazioni nell’area di Chernobyl e che almeno due sono morti. Nonostante tali affermazioni siano difficili da verificare, le dinamiche dell’attacco hanno destato preoccupazione tra gli esperti nucleari.
Con il protrarsi dell’occupazione, le condizioni interne dello stabilimento sono diventate sempre più precarie.
Ai lavoratori sono state imposte restrizioni non solo nella possibilità di lasciare la centrale, ma anche nella libertà di movimento al suo interno. Interi settori della struttura sono stati occupati dalle truppe russe.
“Hanno occupato diversi edifici vietandoci l’accesso a determinati spazi”, racconta Dmytro. “Controllavano interi piani e aree amministrative. Utilizzando un altoparlante, annunciavano quali percorsi potevamo utilizzare. Potevamo muoverci solo sotto la loro supervisione”.
Ad alcuni operai sono stati confiscati i telefoni per essere ispezionati, isolandoli così dalle loro famiglie. La comunicazione con gli occupanti avveniva tramite una sola persona, Valentyn Heyko, che condivideva aggiornamenti e risultati dei negoziati tra il personale e le forze russe attraverso il sistema di altoparlanti dello stabilimento.
“Abbiamo ricevuto tutte le informazioni da Valentyn”, afferma Lyudmila Mykhailenko, operatrice paramedica dello stabilimento. “Ha cercato di sostenerci, di tenere alto il morale il più possibile in quelle condizioni. Ad esempio, spesso faceva gli auguri di compleanno tramite l’altoparlante”.
Nonostante le tensioni, i lavoratori hanno continuato a svolgere le proprie mansioni. I sistemi di monitoraggio dovevano essere tenuti in funzione. I sistemi di raffreddamento dovevano funzionare. I livelli di radiazione dovevano essere monitorati costantemente.
Il 9 marzo 2022, la situazione è deteriorata a causa dell’interruzione dell’alimentazione elettrica esterna dell’impianto. Sono stati attivati i generatori diesel di emergenza, ma l’incidente ha aumentato notevolmente il livello di preoccupazione. Senza un’alimentazione elettrica stabile, i sistemi di sicurezza critici, in particolare quelli relativi al raffreddamento del combustibile nucleare esaurito, erano a rischio.
Nei giorni successivi, la situazione è rimasta precaria. La fornitura di energia elettrica veniva ripristinata e interrotta a intervalli, mentre l’approvvigionamento di carburante per i generatori si è rivelata una preoccupazione costante. Il personale ha continuato a lavorare senza turni, esausto e stressato, proseguendo con difficoltà le trattative con i russi. Solo verso la fine di marzo è stata finalmente consentita una rotazione parziale del personale – la prima in quasi quattro settimane – portando un po’ di sollievo ai lavoratori presi in ostaggio all’inizio dell’invasione.
L’occupazione è finita con la stessa improvvisa rapidità con cui era iniziata. Alla fine di marzo 2022, le forze russe hanno iniziato a ritirarsi dall’Ucraina settentrionale dopo il fallimento dell’avanzata verso Kyiv. Per i russi Chernobyl non era più una risorsa strategica e, entro il 31 marzo, le truppe hanno lasciato la centrale nell’ambito di una più ampia operazione di ritiro dalla regione di Kyiv.
Prima di andarsene, le forze di occupazione hanno saccheggiato attrezzature, veicoli e persino dispositivi di monitoraggio delle radiazioni. Stando alle testimonianze, hanno anche smantellato le infrastrutture e portato via tutto ciò che aveva un valore pratico.
“Hanno preso tutto quello che potevano”, ricorda Dmytro.
Lo stesso giorno, la bandiera ucraina è stata issata nuovamente sull’impianto e, per la prima volta in cinque settimane, gli ucraini hanno ripreso il controllo della struttura.
Le forze russe hanno preso in ostaggio i membri della Guardia nazionale ucraina che erano di stanza presso l’impianto al momento dell’invasione. Dopo essere stati circondati dai russi, i 169 uomini incaricati della protezione della struttura, leggermente armati, si sono arresi schiacciati da un ultimatum, senza alcuna possibilità concreta di resistere alle truppe corazzate.
Gli ostaggi ucraini sono stati portati in Russia come prigionieri di guerra. Dopo quattro anni e numerosi scambi di prigionieri, sessantasei soldati ucraini sono ancora rinchiusi nelle carceri russe.










