Bosnia Erzegovina: Zenica, la fine dell’era dell’acciaio
Con la sospensione della produzione nell’acciaieria di Zenica, dopo oltre 130 anni di attività, si conclude un capitolo della storia della città in cui l’acciaio è stato molto più di un semplice metallo. Per molte generazioni l’acciaieria di Zenica è diventata il simbolo di forza, sicurezza e orgoglio collettivo

L’acciaieria di Zenica
L'acciaieria di Zenica - © Eko Forum
Alla fine di aprile, gli impianti di uno dei pilastri dell’industria pesante della Jugoslavia del dopoguerra si sono fermati. Al culmine della sua attività, l’acciaieria di Zenica dava lavoro a più di ventiduemila persone e produceva fino a due milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Insieme agli altri risultati della “transizione verde”, con la primavera del 2026 è arrivata anche la fine della gloriosa storia della Zenica operaia.
Il costo della transizione ecologica
La chiusura delle miniere di Zenica – che, con i loro tre pozzi e oltre mille minatori, erano parte integrante dell’acciaieria a ciclo integrato – è una delle conseguenze più tangibili della transizione verde in Bosnia Erzegovina.
Il pacchetto di leggi energetiche e il tentativo di allinearsi alle direttive “verdi” dell’Unione europea non hanno portato ad alcun risultato concreto nella direzione di una maggiore giustizia ambientale. Al contrario, hanno prodotto un vuoto, una situazione di stallo che col tempo ha portato al collasso strutturale dell’industria pesante.
In Bosnia Erzegovina non è mai stato elaborato alcun piano d’azione per la transizione verso fonti rinnovabili, né tanto meno sono state adottate misure concrete e programmi di sostegno per le persone che perderanno il lavoro in questo processo.
Le conseguenze del crollo dell’industria pesante si faranno ancora sentire. A pagarne le spese saranno gli abitanti di Zenica, città operaia che è cresciuta grazie ad un forte afflusso di manodopera proveniente da altri paesi dei Balcani e dall’Europa centrale. La fine di uno dei simboli più importanti della città, ossia della produzione di acciaio basata su lignite e carbone metallurgico (coke) – oggi i maggiori nemici della decarbonizzazione – sarà particolarmente difficile da affrontare.
Alla fine di aprile, come annunciato, è stata sospesa l’attività produttiva nei principali stabilimenti dell’acciaieria di Zenica, “madre e fonte di sostentamento”, come gli abitanti la chiamano affettuosamente.
Negli anni Settanta arrivarono in città trentamila persone. Zenica e la sua acciaieria crebbero grazie al contributo dei giovani, in una mobilitazione generale dei volontari che si impegnarono per costruire la Jugoslavia del dopoguerra.
La fine della produzione di acciaio basata sull’utilizzo del carbone non è solo una transizione economica. Per la città dell’acciaio e i suoi abitanti, si tratta di una trasformazione profonda e traumatica.


Stratagemmi di Pavgord e la nuova acciaieria
Lo scorso anno, la compagnia Pavgord ha acquistato gli impianti dell’acciaieria di Zenica, un complesso che oggi impiega oltre duemila lavoratori. Di fronte ad una situazione sfavorevole sul mercato dell’acciaio, a cui si sono poi aggiunte diverse sfide normative e l’inazione delle autorità, il nuovo proprietario ha deciso che non valeva la pena proseguire la produzione a ciclo integrale.
È stata quindi annunciata la sospensione dell’attività produttiva, iniziata nelle prime ore del mattino del 22 aprile con la chiusura dell’impianto di agglomerazione. Lo stesso giorno, è stato bloccato anche l’altoforno e il giorno successivo è stata effettuata l’ultima colata di ghisa.
Solo pochi mesi prima, Pavgord aveva annunciato cospicui investimenti, la modernizzazione della produzione e la transizione verso fonti di energia rinnovabile per l’ex acciaieria Mittal.
ArcelorMittal, leader mondiale nella produzione di acciaio, ha abbandonato Zenica dopo ventuno anni a causa dell’aumento dei prezzi dell’acciaio e dell’energia sul mercato globale, ma anche per via dell’incremento dei costi per i filtri e la ristrutturazione degli impianti a carbone ormai fatiscenti. Nel 2008, ArcelorMittal aveva rilanciato la produzione siderurgica integrata a Zenica, interrotta durante la guerra negli anni Novanta.
Nell’ottobre dello scorso anno, l’azienda H&P con sede a Zvornik – une delle realtà che costituiscono l’impero imprenditoriale del gruppo Pavgord di proprietà del controverso uomo d’affari Gordan Pavlović – ha acquistato l’acciaieria di Zenica e la miniera di ferro di Prijedor.
Negli ultimi anni, Pavlović è diventato proprietario di grandi aziende, perlopiù industriali, tra cui la fabbrica Alumina a Zvornik, la compagnia mineraria Boksit con sede a Milići e l’azienda Zrak di Sarajevo, comprando poi anche la fabbrica di tabacco Banjaluka, l’azienda Srbinje putevi e altre ancora.
La società Pavgord, che ha costruito il suo impero principalmente attraverso acquisizioni tramite procedure fallimentari e acquisti di azioni sul mercato dei capitali, nel caso di Zenica ha comprato un impianto industriale di enorme valore ad un prezzo di favore. Il valore dell’acciaieria di Zenica e della miniera di Prijedor, acquistate da Pavgord per poco più di dieci milioni di euro, è stimato in 51 milioni di euro, compresi 300 ettari di terreno.
I dubbi degli abitanti di Zenica sulle buone intenzioni del nuovo proprietario dell’acciaieria si sono intensificati dopo l’annuncio di un piano di transizione per un valore complessivo di un miliardo di marchi [poco più di cinquecento milioni di euro]. Il progetto, oltre alla modernizzazione della produzione siderurgica, all’ampliamento della capacità produttiva e alla transizione verso tecnologie più pulite, prevedeva la realizzazione di un impianto di incenerimento dei rifiuti urbani e organici con una capacità di 30 MW.
L’annunciato inceneritore ha destato forte preoccupazione tra i cittadini di Zenica, considerando i meccanismi di controllo dell’inquinamento inadeguati, la posizione della città racchiusa in una valle, ma anche le esperienze con impianti di questo tipo nell’UE.
Quella dell’inceneritore non è l’unica questione spinosa che ha contribuito alla sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti del nuovo proprietario dell’acciaieria. I controversi legami commerciali di Pavlović con alcuni rappresentanti del governo della Republika Srpska, come anche i contratti e il passaggio di proprietà poco trasparenti legati all’acciaieria, suggeriscono che Pavgord e H&P hanno visioni commerciali completamente diverse da quelle annunciate per Zenica.
Pochi mesi dopo i pomposi annunci di un rilancio dell’industria di Zenica, la nuova dirigenza dell’acciaieria ha iniziato a parlare di un possibile fallimento. Le autorità statali sono state invitate, invano, a introdurre misure protezionistiche sulle importazioni di acciaio, principalmente attraverso dazi doganali temporanei e la regolamentazione del mercato, al fine di proteggere la produzione nazionale dalle importazioni a basso costo ed evitare così la chiusura di una produzione integrata di importanza strategica.
Gli esperti sottolineano che la crisi dell’acciaieria è iniziata dopo il fallito tentativo di Pavgord di salvare il principale fornitore di coke per il funzionamento dell’altoforno, cioè di impedire il collasso dell’impianto di produzione di carbone coke a Lukavac. La mancanza di questa materia prima fondamentale sul mercato interno ha portato ad un significativo aumento del costo di acquisto del coke importato, rendendo insostenibile la produzione integrale nell’acciaieria di Zenica.
Conseguenze
La mancanza di interesse da parte delle autorità statali e le pressioni esercitate della lobby degli importatori sull’acciaieria di Zenica hanno messo in luce l’incapacità della Bosnia Erzegovina di rispondere in modo adeguato alla crisi di un’attività produttiva strategicamente importante e di salvare migliaia di posti di lavoro.
L’abbandono delle principali infrastrutture industriali comporta una maggiore dipendenza dalle importazioni e, di conseguenza, un’ulteriore riduzione del margine di manovra per un’attuazione autonoma delle politiche di sviluppo.
Gli economisti mettono in guardia sul rischio che lo stop all’attività produttiva nell’acciaieria di Zenica possa innescare una reazione a catena, e quindi portare al declino dell’intera economia. Le conseguenze della chiusura di uno dei maggiori esportatori della Bosnia Erzegovina avranno un impatto significativo sulle ferrovie e su numerose industrie collegate, mettendo a rischio oltre diecimila posti di lavoro.
Il governo della Federazione BiH – che partecipa alla proprietà dell’acciaieria con una quota, simbolica ma potenzialmente cruciale, dell’8% – ha reagito solo sotto pressione dell’opinione pubblica, il giorno prima della sospensione della produzione. La proposta di un consolidamento attraverso il colosso energetico nazionale Energoinvest Sarajevo è arrivata troppo tardi e, secondo quanto affermato dalla direzione dell’acciaieria, tramite un comunicato stampa.

Il comunicato stampa della Nuova acciaieria di Zenica
La parabola discendente dell’acciaieria di Zenica
Ironicamente, il declino del complesso di Zenica era iniziato con la ripresa della produzione, interrotta durante la guerra, e con l’intervento del fondo di investimento kuwaitiano Kuwait Investment Authority (KIA).
La leadership politica di allora, guidata da Haris Silajdžić, aveva reso possibile questo affare, del valore di 90 milioni di dollari, che includeva anche l’estinzione di un debito di 30 milioni di dollari che la Bosnia Erzegovina aveva nei confronti del Kuwait. Era stata creata anche una nuova azienda, BH Steel, che aveva preso il controllo della maggior parte degli impianti dell’acciaieria, creando migliaia di posti di lavoro.
Tuttavia, sei anni dopo, la produzione è crollata. Molti lavoratori sono stati mandati a casa con un’indennità di 40 marchi (circa 20 euro) al mese. Nel bel mezzo delle proteste dei lavoratori, il governo della Federazione BiH ha ceduto la sua fetta dello stabilimento di Zenica, ad eccezione della simbolica quota dell’8%, per un dollaro al precedente investitore, praticamente consegnando il colosso siderurgico nelle mani di un partner straniero, la società indiana LNM, successivamente ribattezzata ArcelorMittal.
Resta ancora da accertare quanto fosse regolare questa transazione e se contenesse degli elementi di reato nel passaggio di proprietà di un impianto industriale strategico ad un soggetto che a quel tempo operava tramite una società offshore registrata nelle Antille Olandesi.
Il gruppo LNM, fondato dal miliardario indiano Lakshmi Mittal, acquisendo Arcelor, un colosso siderurgico europeo, e numerosi stabilimenti in difficoltà nei Balcani, è diventato un gigante dell’acciaio, inglobando anche ArcelorMittal Zenica.
Con l’ingresso dell’azienda di Zenica nel nuovo sistema nel 2006, e soprattutto dopo il 2008, quando è stata rilanciata la produzione di acciaio a ciclo integrale, per gli abitanti di Zenica è iniziata una lunga lotta per i diritti fondamentali e per l’aria pulita.
Nonostante Mittal, alla fine della sua avventura a Zenica, si sia trovato a dover affrontare un debito di 137 milioni di euro, un calo della domanda e costi di produzione elevati, Gordan Pavlović ha deciso di proseguire l’attività del colosso siderurgico mondiale. Almeno ufficialmente.
In realtà, la breve presenza di H&P e del gruppo Pavgord a Zenica non ha portato nulla di buono. La popolazione ora è alle prese anche con i problemi legati al sistema di teleriscaldamento, che per decenni ha funzionato grazie alla centrale termica dell’acciaieria.
La chiusura dell’acciaieria e della miniera di lignite di Zenica non significa solo la fine di due attività, ma anche l’inizio del crollo di un grande sistema industriale che ha fornito linfa vitale della città e dell’intera area, e un ulteriore indebolimento della sovranità energetica ed economica della Bosnia Erzegovina.










