Stupri di guerra a Cipro, il parlamento europeo chiede giustizia e memoria
L’8 luglio, il Parlamento europeo ha adottato quella che diversi eurodeputati hanno definito una risoluzione storica: il primo riconoscimento ufficiale da parte dell’UE delle violenze sessuali commesse contro donne e ragazze durante l’invasione turca di Cipro del 1974. Le possibili conseguenze di questo sviluppo sono solo all’inizio

© Tinnakorn jorruang/Shutterstock
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C’è una stanza a Nicosia che non verrà mai descritta per intero in forma scritta. Nel maggio 2025, una delegazione della Commissione per i diritti delle donne e la parità di genere del Parlamento europeo (FEMM) si è riunita a porte chiuse con un gruppo di donne che avevano atteso cinquantun anni per essere interpellate. Ciò che è stato detto in quella stanza non comparirà in nessuna trascrizione, non era mai stato previsto.
“Non possiamo dimenticare”, aveva detto prima della visita Loucas Fourlas, l’eurodeputato cipriota che aveva promosso l’iniziativa. “Non possiamo permettere che i crimini della Turchia cadano nell’oblio”.
Quattordici mesi dopo, l’8 luglio 2026, il Parlamento europeo ha votato con 575 voti favorevoli, 33 contrari e 43 astensioni per riconoscere formalmente quanto affermato in quella sede: che donne e ragazze (e, come sottolinea la risoluzione, uomini e ragazzi) sono state vittime di “violenza sessuale sistematica durante l’invasione turca del 1974 e la successiva occupazione”.
È la prima volta che l’UE appone la propria firma a tale affermazione.
Cosa dice la risoluzione
Il testo, redatto dalla commissione FEMM (relatrice l’eurodeputata greca Eleonora Meleti), riconosce la violenza sessuale come arma di guerra: un linguaggio che richiama decenni di giurisprudenza dei tribunali jugoslavi e ruandesi e la risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Chiede risarcimenti e sostegno per i sopravvissuti e invita la Turchia ad assumersi le proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale.
Il linguaggio utilizzato nel testo è stato scelto deliberatamente: come osserva la corrispondente Marina Schiza, “alcuni hanno cercato di eliminare o attenuare i riferimenti all’invasione turca, sostituendoli con un linguaggio più generico che si riferiva al ‘conflitto’ o agli ‘eventi del 1974’. Tali modifiche non hanno ottenuto un sostegno sufficiente”.
Meleti, rivolgendosi alla plenaria di Strasburgo, ha definito il voto una promessa mantenuta: “Non è la risoluzione che vi chiedo di sostenere, è la storia che è già stata scritta. È l’anima, il bisogno di riscatto per le vittime, la promessa che abbiamo fatto, le donne di Cipro”.
Sulla base dei risultati della missione FEMM, si stima che circa 1.500 donne, uomini e minori siano stati vittime di violenza sessuale durante l’invasione. Di queste, solo circa 80 ricevono attualmente una qualche forma di sostegno statale (The National Herald, 7.6. 2025).
Il rapporto della missione cita due persone la cui testimonianza ha influenzato la risoluzione, ma che non sono vittime. Skevi Koukouma, all’epoca Segretaria generale della Federazione pancipriota delle organizzazioni femminili (ΠΟΓΟ) e la prima persona a sollevare formalmente la questione nel parlamento cipriota, ha dichiarato alla delegazione che il riconoscimento statale aveva aperto la strada ad un risarcimento e ha sottolineato che le donne faticano ancora a denunciare a causa della vergogna, del trauma e dello stigma.
Chrysanthos Chrysanthou, autore e ricercatore, ha parlato alla delegazione del suo studio in due volumi intitolato “L’altra guerra, quella dei medici nel 1974” (Ο άλλος πόλεμος, αυτός των γιατρών το 1974), che documenta i casi di stupro registrati dai medici, con vittime di ogni età, dalle minorenni alle donne anziane, inclusi i ragazzi.
Il dissenso che nessuno può ignorare
L’entità del voto, 575 a favore, oscura un dibattito che non è stato del tutto a senso unico e non dovrebbe essere ridotto a questo.
Giorgos Georgiou, eurodeputato cipriota dell’AKEL e membro del gruppo della Sinistra a Strasburgo, ha votato a favore della risoluzione, ma ha sfruttato il suo tempo in aula per minarne la narrazione edulcorata, affermando che le forze turche avevano sistematicamente organizzato violenze sessuali contro donne e uomini greco-ciprioti nel 1974.
Poi ha aggiunto qualcosa che la risoluzione stessa non dice: che anche gruppi paramilitari greco-ciprioti avevano commesso atrocità contro donne turco-cipriote e che, a suo dire, lo stupro “non ha colore, razza o religione”.
È una frase difficile da inquadrare. Non indebolisce l’affermazione centrale della risoluzione e Georgiou non intendeva farlo (ha votato a favore del testo pochi istanti dopo), ma rifiuta la consolazione di una singola parte lesa e di una singola parte colpevole, che è proprio ciò di cui una risoluzione, per sua natura, ha bisogno per essere approvata con 575 voti.
Il relatore sul dossier di adesione della Turchia all’UE, Nacho Sanchez Amor, si è astenuto. Tutti e sei gli eurodeputati ciprioti, di ogni schieramento politico, hanno votato a favore.
La risposta di Ankara
Il ministero degli Esteri turco ha definito la risoluzione “nulla e priva di validità”, descrivendone il contenuto come “affermazioni infondate e irrazionali contro le eroiche Forze Armate turche”.
La copertura mediatica turca utilizza costantemente la parola “iddia” (accusa), mentre i giornalisti greci e ciprioti utilizzano un linguaggio più netto. Diverse testate hanno notato che la risoluzione è stata approvata l’ultimo giorno di un vertice NATO ospitato dalla Turchia, interpretando la tempistica come deliberata.
Il termine usato dalla Turchia per riferirsi al 1974, “Operazione di pace di Cipro”, non compare mai nella risoluzione né in alcun articolo in lingua greca. Questa differenza terminologica è il punto cruciale della questione.
Una risoluzione in termini pratici
Una risoluzione è una dichiarazione di volontà politica, non una sentenza di tribunale. Non ha forza vincolante e la Turchia, che non riconosce la Repubblica di Cipro e controlla la parte settentrionale dell’isola attraverso la non riconosciuta “Repubblica di Cipro del Nord” (KKTC), non ha alcun obbligo di rispondere, tanto meno di pagare le riparazioni che essa richiede.
Ciò che una risoluzione può fare è qualcosa di più limitato, ma non insignificante: inserire una testimonianza nel registro storico a livello UE, indipendentemente dal fatto che Cipro sia disposta a fare lo stesso.
Questo divario tra ciò che Bruxelles afferma e ciò che Nicosia e il nord non riescono ancora a riconoscere non è una novità ed è già stato documentato in passato.
Nel 2012, i politologi Umut Bozkurt e Christalla Yakinthou, scrivendo per il PRIO Cyprus Centre (Peace Research Institute Oslo), hanno mappato quello che hanno definito il panorama della giustizia di transizione dell’isola, trovandolo in gran parte vuoto.
Hanno descritto il passato di Cipro come un terreno di memoria e oblio, dove le questioni delle persone scomparse, della responsabilità e dell’attribuzione di colpe per la violenza erano state per decenni avvolte da tabù e informazioni incomplete e dove, su entrambi i lati della Linea verde, la storia degli eventi del 1974 era stata “accuratamente costruita per perpetuare narrazioni egemoniche”, con la versione di ciascuna comunità al servizio della propria interpretazione del conflitto piuttosto che di una condivisa.
I due autori, lavorando chi dal punto di vista greco-cipriota, chi da quello turco-cipriota, sostengono la stessa tesi a cui questa risoluzione allude senza però concretizzarla del tutto: una resa dei conti bicomunitaria, anziché due parallele e reciprocamente esclusive.
Oggi, Cipro non ha ancora una commissione per la verità, né una versione condivisa del proprio conflitto nei libri di testo, né una storia unica e concordata che entrambe le comunità insegnino ai propri figli.
L’avvocato per i diritti umani Achilleas Demetriades si batte da tempo per trasformare l’attuale Comitato per le persone scomparse (CMP) dell’isola in una vera e propria Commissione per la verità, sostenendo che stabilire cosa sia accaduto alle persone scomparse di entrambe le comunità richiede quel tipo di compromesso, compresa l’amnistia per coloro che si fanno avanti con la verità, su cui si sono basate commissioni simili in altre parti del mondo. Il fatto che sia ancora necessario farlo, a più di mezzo secolo di distanza, è proprio il centro del problema.
La risoluzione non risolve questo problema. Insiste, per la prima volta a livello UE, sul fatto che una parte di quella storia non scritta non può più essere cancellata dal silenzio.
Mary Drosopoulos è ricercatrice post-doc COFUND MDC (Migration Diaspora Citizenship) presso l’Università di Münster, in Germania, dove si occupa di inclusione, trauma e senso di appartenenza nelle comunità di donne migranti in Europa. È inoltre esperta di diritti umani e dialogo interculturale, nonché membro senior del gruppo di formatori del Consiglio d’Europa a Strasburgo.
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