Dall’eccezione al modello: Albania laboratorio delle politiche migratorie europee

L’accordo Rama-Meloni assume un significato che va ben oltre la gestione dei rimpatri per conto dello Stato italiano, e dunque dell’Europa. Più che un semplice accordo bilaterale, il protocollo costituisce un precedente politico e giuridico che anticipa alcune delle logiche oggi al centro del dibattito europeo sull’esternalizzazione

Tirana, protesta contro i cpr © per Nyje.al, Ronald Qema

Tirana, protesta contro i cpr

Tirana, protesta contro i cpr © per Nyje.al, Ronald Qema

Il 14 luglio l’Albania ha chiuso provvisoriamente i primi tre capitoli negoziali (scienza e ricerca, istruzione e cultura, relazioni esterne) del processo d’integrazione europea. Questo passo è stato reso possibile dal via libera ottenuto il 26 maggio sui cosiddetti Fundamentals: Stato di diritto, diritti fondamentali, funzionamento delle istituzioni democratiche, riforma della pubblica amministrazione e della giustizia, e criteri economici. L’obiettivo dichiarato da Tirana e Bruxelles è chiudere l’intero negoziato entro la fine del 2027.

Il ruolo dell’Albania nello scenario europeo

È in questo scenario che l’accordo Rama-Meloni assume un significato che va ben oltre la gestione dei rimpatri per conto dello Stato italiano, e dunque dell’Europa. Più che un semplice accordo bilaterale, il protocollo costituisce un precedente politico e giuridico che anticipa alcune delle logiche oggi al centro del dibattito europeo sull’esternalizzazione.

Gjadër, una vera e propria struttura di contenimento, riconvertito in meno di sei mesi dalla sua apertura nell’undicesimo centro per il rimpatrio italiano (CPR), e Shëngjin, una zona di sbarco e identificazione ormai fuori uso a causa di questa riconversione, rappresentano il primo tentativo concreto europeo di delocalizzare funzioni tipicamente interne al territorio dell’Unione: il controllo delle migrazioni.

Per il governo albanese, la disponibilità a collaborare con l’Italia e con l’Unione europea su un tema considerato prioritario contribuisce a consolidare l’immagine dell’Albania come partner affidabile nel percorso di integrazione europea. E, nonostante il protocollo non rientri formalmente nei negoziati di adesione né costituisca un requisito previsto dall’acquis comunitario, il suo significato è soprattutto politico e propagandistico.

Con l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, quell’accordo bilaterale e controverso – anche giuridicamente – tra il governo di Giorgia Meloni e quello di Edi Rama per trasferire in territorio albanese parte delle procedure di trattenimento e rimpatrio delle persone migranti smette di essere un’eccezione e diventa un precedente e un modello da replicare.

Il cpr di Gjadër © Nyje.al, Ronald Qema

Il cpr di Gjadër © Nyje.al, Ronald Qema

In questo scenario l’Albania occupa una posizione scomoda: Paese candidato i cui capitoli negoziali sono ancora in discussione, e insieme uno dei principali laboratori europei di esternalizzazione delle migrazioni. Una duplice condizione che produce un paradosso: mentre l’Unione continua a chiedere all’Albania riforme sullo Stato di diritto, rafforzamento democratico e indipendenza delle istituzioni, rispetto dei diritti fondamentali e dei criteri di Copenaghen, allo stesso tempo pretende che venga “integrata” nell’architettura di controllo migratorio europeo prima ancora del suo ingresso.

A rendere esplicito questo cortocircuito sono state, involontariamente, le stesse parole del ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha, che il 12 maggio 2026 ha dichiarato che il protocollo con l’Italia non sarà rinnovato oltre la sua scadenza quinquennale, non per scelta politica, ma perché a quel punto l’Albania dovrebbe essere membro dell’Unione. Dichiarazioni poi ridimensionate come una “riflessione sincera ad alta voce” dopo le reazioni pubbliche, ma che restano rivelatrici: il modello che Bruxelles propone come precedente da replicare è, nella lettura dello stesso esecutivo di Tirana, un dispositivo a termine, destinato a decadere non perché superato nel merito, ma per il semplice effetto giuridico dell’adesione che lo stesso governo rincorre.

Oltre ai gravissimi costi umani, democratici, politici ed economici, resta evidente la logica  neocoloniale del “modello Albania”: usare un Paese “terzo” come un’estensione o proiezione fittizia della frontiera italiana ed europea; creare uno spazio “doppiamente extraterritoriale” sottratto alla giurisdizione locale e consegnato all’Italia, che vi esercita la sua giurisdizione, cancellando la prospettiva locale, che vede sfruttati i propri territori, trasformati in enclavi, senza il coinvolgimento delle comunità. Uno spazio che paga i costi delle politiche europee senza godere della pienezza di diritti che l’appartenenza europea dovrebbe garantire.

Le narrazioni in Italia e Albania

In Italia il protocollo è stato raccontato quasi esclusivamente come una politica migratoria: deterrenza, controllo delle frontiere, gestione dei rimpatri, e come “modello Albania”, espressione che rappresenta la delocalizzazione della responsabilità italiana ed europea.

Il dibattito pubblico si è concentrato sul numero di persone trasferite, sui costi, sulle pronunce dei tribunali che hanno ripetutamente bloccato i trasferimenti. Molto meno spazio hanno ricevuto le voci provenienti dall’Albania e la domanda che la società civile albanese pone da due anni: cosa significa, per un Paese candidato, diventare il terreno su cui l’UE sperimenta nuove forme di esternalizzazione ai danni della democrazia, della sovranità e delle popolazioni locali?

In Albania, al contrario, il protocollo ha assunto fin dall’inizio un significato che va ben oltre la “politica migratoria”. Per numerosi attivisti, intellettuali, movimenti e organizzazioni della società civile rappresenta il simbolo di un modello di governo fondato sulla progressiva cessione di sovranità decisionale, sulla concentrazione del potere esecutivo e sulla trasformazione del territorio in una risorsa negoziabile, disponibile, in vendita (anche in comodato d’uso gratuito), soggetta a interessi politici ed economici esterni.

Gli attivisti di Mesdhe, tra gli altri, hanno letto il protocollo come una questione che riguarda l’ormai spezzato sogno europeo di diritti e democrazia, la memoria migratoria spezzata, la violenza dei confini, (tra cui il naufragio di Kater i Rades) e il ricatto morale politicamente strumentalizzato da Edi Rama.

La critica ai centri di Gjadër e Shëngjin si è così intrecciata, e ha alimentato nel lungo termine, le mobilitazioni contro l’autoritarismo, lo spopolamento – nell’ultimo censimento la popolazione albanese è scesa a 2.335.930 abitanti) – le contestazioni alle politiche per lo sfruttamento di migranti come manodopera per il settore turistico e al ruolo di paese vassallo assunto negli accordi internazionali  sulla migrazione.

Oltre al suddetto accordo con l’Italia, rientrano in questo quadro gli accordi sostenuti dagli Stati Uniti per l’accoglienza temporanea di cittadini afghani a Shëngjin (ospitati in alcuni resort) e, in una vicenda diversa per natura e origine, l’insediamento nel Paese dei dissidenti iraniani del MEK a Manzë. Esperienze differenti, ma accomunate dal ricorso al territorio albanese come spazio messo a disposizione di potenze straniere.

È lo stesso metodo che la rivoluzione dei fenicotteri denuncia sotto lo slogan “L’Albania non è in vendita”, inserendo il tema dell’accordo Italia-Albania all’interno di una critica più complessiva del modello di sviluppo perseguito dal governo Rama, ormai al quarto mandato: grandi progetti turistici, processi di privatizzazione delle coste, cementificazione e progetti immobiliari, corruzione, cattura oligarchica delle istituzioni e relativa incapacità di garantire trasparenza, estrattivismo e indebolimento degli strumenti e spazi democratici. Ambiente, democrazia, migrazione e sovranità non sono più vertenze separate: convergono nella denuncia di un sistema che decide al centro e scarica i costi sulla periferia.

Non è un caso che il 22 febbraio 2024 il Parlamento albanese abbia approvato nella stessa seduta sia la ratifica del protocollo con l’Italia sia il provvedimento che ha aperto alle costruzioni nelle aree protette (legge 21/2024 contestato dal movimento dei fenicotteri). Due decisioni diverse nell’oggetto, identiche nel metodo: interventi assunti in tempi rapidi, dibattito pubblico ridotto al minimo, comunità interessate escluse dalla decisione.

Manifestazione contro i cpr © Nyje.al, Ronald Qema

Manifestazione contro i cpr © Nyje.al, Ronald Qema

Questa convergenza è emersa anche durante la missione di parlamentari europei in visita in Albania il 29 giugno scorso. La delegazione dei Verdi/EFA (composta da Tineke Strik, Cristina Guarda, Anna Strolenberg, Daniel Freund, Jutta Paulus e Nicu Ștefănuță), a cui si è unita anche l’eurodeputata Cecilia Strada (Partito Democratico, S&D), che ha visitato il centro di Gjadër insieme a una rappresentanza del TAI (Tavolo Asilo e Immigrazione), ha denunciato l’impossibilità di accedere pienamente agli spazi di trattenimento, di consultare l’elenco delle persone trattenute, di far entrare tutti i propri collaboratori: la stessa opacità segnalata da mesi – l’ultimo caso è del 10 giugno – dalle organizzazioni della società civile e dai deputati italiani. Parallelamente, gli europarlamentari hanno incontrato organizzazioni ambientaliste e rappresentanti della società civile impegnati nelle proteste, dove sono intervenuti con discorsi molto applauditi, hanno incontrato il ministro dell’Ambiente e visitato le aree protette coinvolte.

Lavorare in rete: il Network Against Migrant Detention e il Tavolo Asilo e Immigrazione

Mentre gli Stati costruiscono reti di esternalizzazione delle frontiere, la società civile costruisce reti di monitoraggio, ricerca, advocacy, solidarietà transnazionale. Il Tavolo Asilo e Immigrazione in Italia (TAI) ha operato sin dai primi istanti della nascita del Protocollo Italia-Albania, contribuendo ad avere occhi vigili e di denuncia, visitando il centro con Parlamentari, legali e operatori di diverse ONG. L’ultima iniziativa che parte dal TAI è la campagna #renditiconto, che ha come obiettivo quello di denunciare i costi umani ed economici di tale accordo.

A prescindere dalla sua destinazione d’uso, l’esternalizzazione non rappresenta infatti soltanto una diversa gestione delle migrazioni; essa ridefinisce il rapporto tra diritto, responsabilità e territorio, creando spazi nei quali il controllo democratico diventa più difficile e le garanzie rischiano di affievolirsi. È questa, probabilmente, l’eredità più significativa dell’esperimento avviato tra Meloni e Rama.

Negli ultimi due anni, reti come il Network Against Migrant Detention e numerose organizzazioni italiane e albanesi stanno progressivamente spostando l’attenzione su un’altra domanda: non solo se questo modello funzioni, ma quale modello di Europa stia contribuendo a costruire.

L’Albania si trova oggi al centro di questa trasformazione: sta diventando il luogo in cui si misura la capacità dell’Unione europea di conciliare allargamento, stato di diritto, tutela ambientale e diritti fondamentali. In questo senso, ciò che accade oggi tra Gjadër, Vjosa-Narta e Bruxelles riguarda molto più del futuro dell’Albania: riguarda il futuro del progetto europeo stesso.


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