Percorsi di integrazione graduale dei paesi candidati all’Ue

Un recente studio mette a confronto i quadri giuridici esistenti tra l’Ue e i paesi candidati all’adesione, con l’obiettivo di favorire una loro integrazione graduale. Lo studio dedica particolare attenzione al nesso tra allargamento e politica di coesione, alla luce del futuro quadro finanziario pluriennale europeo

Bruxelles Belgio, sede della Commissione europea - © Shutterstock/Delpixel

Bruxelles Belgio, sede della Commissione europea – © Shutterstock/Delpixel

Bruxelles Belgio, sede della Commissione europea - © Shutterstock/Delpixel

Dopo anni di stallo politico, il processo di allargamento dell’UE è entrato in una fase di rinnovato slancio, in particolare in seguito all’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022. Questa nuova spinta enfatizza soprattutto il concetto di integrazione graduale, un nuovo approccio esterno al classico quadro negoziale, che punta a conferire maggior dinamismo al processo e a consentire ai paesi candidati di beneficiare dell’ingresso nel mercato unico dell’UE prima dell’adesione a pieno titolo.

La messa in pratica dell’integrazione graduale si basa su quadri giuridici distinti per i due “gruppi” di paesi candidati, un passaggio importante che crea un disallineamento nell’avanzamento del processo di integrazione graduale dei singoli paesi al mercato unico. Infatti, gli Accordi di Stabilizzazione e Associazione stipulati tra i singoli paesi dei Balcani Occidentali con l’Ue durante il primo decennio degli anni 2000 puntano sulla stabilizzazione di questi paesi e su un minore focus sull’allineamento della legislazione dell’acquis relativo all’accesso al mercato unico. Di contro, gli Accordi di libero scambio globali e approfonditi stipulati nel decennio successivo tra i paesi del Trio e l’Unione favoriscono proprio l’integrazione dei rispettivi mercati con quello comune europeo.

In quest’ottica, si è sviluppato il progetto di ricerca InteGraLeWestern Balkans vis-à-vis the Trio: Single Market, Cohesion and Regional Policy for Gradual Integration into the EU, co-finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

I principali risultati del lavoro di ricerca sono stati condivisi in un webinar il 23 giugno scorso con attori istituzionali e della società civile provenienti dall’Ue e dai paesi delle due aree.

Nel suo intervento, Federico Paolini, funzionario alla DG per l’Europa del MAECI, ha sottolineato come il processo si stia muovendo su più tavoli contemporaneamente: primo cluster negoziale aperto con Ucraina e Moldova, 16 capitoli su 35 provvisoriamente chiusi dal Montenegro, parametri sullo stato di diritto rispettati dall’Albania a fine maggio 2026. “L’allargamento non è più un orizzonte teorico. Sta accadendo […] e l’Italia ne è fortemente a favore”, ha dichiarato, definendolo un investimento strategico su sicurezza, stabilità e prosperità del continente, non un gesto di generosità verso i candidati.

Zoé Gaspar, della DG ENEST ha illustrato la traduzione in pratica dell’’integrazione graduale nel caso dei paesi dei Balcani Occidentali, fornendo esempi di iniziative in corso come il sostegno fornito dal Reform and Growth Facility al loro accesso progressivo al mercato unico, oppure l’ingresso in agenzie come Europol, l’Agenzia europea del farmaco (EMA), e l’Agenzia dell’Unione europea per la cybersicurezza (ENISA). Nonostante ciò, i tempi comunque restano disallineati, in quanto ad esempio il regime “Roam like at home” è già in vigore per l’Ucraina e la Moldova dal 1 gennaio 2026, mentre per i Balcani Occidentali il Consiglio ha autorizzato l’inizio dei negoziati per la relativa attuazione solo il 4 giugno scorso. Sull’esempio pratico in vigore tra i paesi membri, tale iniziativa permette ai cittadini di questi paesi candidati, quando si trovano all’estero, di chiamare, inviare messaggi e connettersi ai dati mobili con le stesse tariffe come nel loro paese di origine. “La disparità nei tempi deriva in gran parte dalla mancanza di una base giuridica per i Balcani occidentali”, ha spiegato Gaspar.

Il lavoro di ricerca mette in evidenza proprio la presenza di un paradosso strutturale di integrazione a causa dei distinti quadri giuridici in vigore tra i singoli paesi e l’Ue. Gli Accordi di libero scambio globali e approfonditi forniscono una base significativamente più profonda e istituzionalmente solida per l’integrazione graduale grazie ai relativi meccanismi dinamici. Al contrario, gli Accordi di associazione e stabilizzazione si basano su clausole statiche ed evolutive che richiedono un massiccio intervento politico esterno per convertire l’allineamento normativo in un accesso tangibile al mercato.

Sokol Zeneli, uno degli autori dello studio, ha descritto il Piano di Crescita per i Balcani Occidentali come un “rammendo finanziario”, utile ma temporaneo, e ha proposto di trasformarlo in uno strumento permanente, oltre ad ampliare il ricorso a strumenti settoriali come nel caso del Trattato della Comunità dell’Energia.” I soldi da soli non possono risolvere la resistenza politica interna né colmare i deficit sullo stato di diritto”, ha avvertito, “solo la promessa dell’adesione dà la volontà politica di riformare”.

La ricercatrice Raffaella Coletti si è concentrata sulla prospettiva futura dell’allargamento, in ottica del nuovo bilancio pluriennale europeo. Come si evince dalla proposta per il nuovo quadro finanziario pubblicato dalla Commissione a luglio 2025, l’allargamento rientra ora nella voce “Global Europe”, con 43,2 miliardi di euro previsti per il pilastro Europa, allargamento e vicinato, oltre ai 100 miliardi aggiuntivi destinati all’Ucraina. Coletti ha messo l’attenzione sulla riforma della politica di coesione, che andrà a sostituire gli attuali piani nazionali e regionali con piani agganciati alle riforme. Resta però da definire quanto di queste risorse arriverà davvero ai Balcani occidentali e ai paesi del Trio orientale: l’accordo del Consiglio europeo del 16 giugno ha chiarito solo il funzionamento dello strumento, non la sua dimensione finanziaria.

Il confronto si è chiuso su un punto condiviso da tutti i relatori: gli strumenti di integrazione graduale restano passi intermedi utili, ma senza una prospettiva di piena adesione credibile e vicina nel tempo rischiano di trasformarsi in un’anticamera permanente invece che in un ponte verso la membership.

Per ulteriori dettagli, si invita a consultare i documenti di ricerca redatti in lingua inglese:

Questa ricerca è stata realizzata nell'ambito del progetto "InteGraLe - Balcani occidentali e Trio a confronto: mercato unico, coesione e politica regionale per l’integrazione graduale nell’UE". Il progetto è realizzato con il contributo dell’Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione Storica – Direzione Generale per gli Affari Politici e la Sicurezza Internazionale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ai sensi dell’art. 23 – bis del DPR 18/1967. Le opinioni contenute nella presente pubblicazione sono espressione degli autori e non rappresentano necessariamente le posizioni del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.