Ossezia del sud, sempre più vicina a Mosca
Nonostante la regione separatista georgiana dell’Ossezia del sud sia sempre più vicina a Mosca, tanto che un funzionario russo è diventato prima premier e poi presidente ad interim, non sembra attualmente realistico che a breve possa esserci una sua annessione da parte della Russia

Tskhinvali, Ossezia del Sud
Tskhinvali, Ossezia del Sud © Khrolenko/Shutterstock
Nel giro di due settimane, un alto funzionario russo è diventato primo ministro e poi presidente ad interim dell’Ossezia del sud. La rapidissima sequenza di eventi, innescata dalla firma di un nuovo accordo con il Cremlino, offre una fotografia nitida dell’avanzato stadio di assorbimento della regione separatista georgiana da parte della Russia. Eppure, un’annessione formale non è all’orizzonte.
Con il “Trattato per l’approfondimento dell’interazione alleata” del 9 maggio, Mosca e Tskhinvali si sono impegnate a consolidare la cooperazione in materia di difesa, politica estera e gestione delle frontiere e a rafforzare l’allineamento economico e giuridico, semplificando la circolazione di persone, beni e capitali. L’intesa stabilisce inoltre che i cittadini di entrambe le parti possano assumere incarichi nei rispettivi apparati statali: una clausola che ha visto un’applicazione immediata.
Pochi giorni dopo la ratifica, il primo ministro sudosseto Dzambolyt Tadtayev ha rassegnato le dimissioni e, il 16 giugno, il presidente Alan Gagloev ha nominato al suo posto Marat Kambolov – ex viceministro dell’Istruzione russo e direttore, dal 2021 al 2025, dell’Istituto di ricerca nucleare Kurchatov – arrivato a Tskhinvali da Mosca alla fine di maggio per ricoprire il ruolo di consigliere di stato alla presidenza.
Il 23 giugno, lo stesso Gagloev ha rinunciato al mandato per accettare un incarico al Cremlino come advisor di Vladimir Putin. Così, Kambolov ne ha assunto le funzioni: la legge locale prevede infatti che, in caso di dimissioni del capo dello stato, il capo del governo subentri fino alla convocazione di elezioni anticipate, da tenersi entro tre mesi. Un voto dall’esito “praticamente scontato”, rileva anche il russo Kommersant, che giudica “estremamente bassa” la possibilità che emerga un reale avversario.
Di fatto indipendente dall’inizio degli anni Novanta, uscita vittoriosa da un conflitto secessionista con Tbilisi, l’Ossezia del sud è stata riconosciuta da Mosca solo nel 2008 a seguito di una guerra lampo con la Georgia. Priva di sbocco sul mare, internazionalmente isolata, dipende in misura pressoché totale dalla Russia e ha più volte espresso la volontà di riunirsi all’Ossezia del nord, parte della Federazione, con cui condivide l’identità etnica e culturale e da cui la separa la catena del Caucaso.
Proprio di lì è originario Kambolov. Nato 61 anni fa in un piccolo centro rurale, si è formato a Vladikavkaz per poi trasferirsi a Mosca, dove ha completato gli studi e costruito la propria carriera nelle istituzioni russe, prima di essere catapultato ai vertici politici di Tskhinvali.
Il passo indietro di Gagloev, che deteneva il potere dal 2022, è arrivato sulla scia di gravi accuse di appropriazione indebita e corruzione avanzate dalle opposizioni, la più pesante delle quali riguarda la sparizione, attraverso società fittizie, di almeno 3 miliardi di rubli (circa 40 milioni di dollari) stanziati da Mosca a sostegno dell’economia di Tskhinvali.
“Una destituzione per promozione”, chiosa una fonte dell’amministrazione russa citata da Kommersant, secondo cui la rimozione di Gagloev, paracadutato al Cremlino, sarebbe stata necessaria per uscire dalla fase di “stagnazione” in cui versa l’Ossezia del sud. “A questo scopo”, afferma l’interlocutore del quotidiano di Mosca, “è stata modificata la Costituzione e rivisto il requisito di residenza per i rappresentanti delle massime cariche dello stato”.
Retroscena
Secondo i retroscena diffusi sulle chat Telegram locali, la Russia avrebbe perso ogni fiducia nella gestione finanziaria dell’entourage di Gagloev. Nel suo canale, il politologo David Gazzati, consigliere dell’ex presidente Anatoli Bibilov, sostiene che il leader dimissionario avrebbe ripetutamente mostrato al Cremlino dati manipolati sull’attuazione dei programmi di investimento.
Su questo sfondo, la figura di Kambolov può essere letta come quella di un funzionario federale inviato a sovrintendere a ciò che appare, a tutti gli effetti, un commissariamento da parte di Mosca.
La traiettoria dell’Ossezia del Sud si distingue da quella dell’Abkhazia, l’altra regione separatista georgiana riconosciuta dalla Russia nel 2008. Pur dipendendo anch’essa da Mosca sul piano economico e militare, Sukhumi difende con maggiore decisione i propri margini di autonomia e non ha mai manifestato il desiderio di essere annessa alla Federazione.
Le recenti proteste popolari contro uno svantaggioso accordo di investimento con Mosca, culminate nella presa del parlamento e nelle dimissioni del presidente Aslan Bzhania, testimoniano la vitalità della società civile locale nonostante la forte asimmetria di potere e un’élite sempre più cooptata. L’Abkhazia rappresenta una sorta di “protettorato negoziato”: il Cremlino è egemone, ma si ritrova ancora a dover trattare.
L’Ossezia del sud, invece, si configura ormai come prolungamento dell’amministrazione federale russa, dove persino i vertici istituzionali possono essere sostituiti con funzionari di Mosca.
Cosa ne pensa la Georgia
Tbilisi, che insieme alla quasi totalità della comunità internazionale considera entrambe le repubbliche separatiste come propri territori sotto occupazione militare russa, ha reagito agli ultimi sviluppi con toni piuttosto misurati. Intervenendo il 15 maggio a Chişinău, durante una sessione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, la responsabile della diplomazia Maka Bochorishvili ha definito il trattato firmato la settimana precedente tra Mosca e Tskhinvali “un chiaro esempio dei continui tentativi della Russia di annettere le regioni della Georgia”.
Né dal dicastero degli Esteri né da altri esponenti di peso del governo sono tuttavia arrivati commenti ufficiali sulla nomina di Kambolov a primo ministro dell’Ossezia del sud e, successivamente, sulla sua ascesa a presidente ad interim. Un silenzio che le opposizioni hanno denunciato come un segno di codardia politica.
L’approccio di Tbilisi si pone in continuità con la politica di pragmatismo – di appeasement secondo i più critici – adottata nei confronti del Cremlino, in particolare a seguito dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Una strategia che, pur non arrestando il processo di integrazione di Tskhinvali (e Sukhumi) nella Federazione, contribuisce a preservare l’assetto esistente.
La Georgia costituisce in questa fase uno snodo economico e logistico fondamentale per Mosca. I rapporti commerciali tra i due Paesi sono in costante crescita e Tbilisi, pur rivendicandone il rispetto, non ha aderito formalmente ai regimi sanzionatori occidentali: numerose inchieste giornalistiche hanno documentato l’esistenza di circuiti di importazione parallela verso la Russia tramite il territorio georgiano.
Un’annessione de jure dell’Ossezia del sud romperebbe un equilibrio che resta delicato, in un contesto regionale segnato da relazioni sempre più problematiche con l’Armenia e l’Azerbaijan.
Dal punto di vista del Cremlino, la distinzione tra controllo di fatto e sovranità formale ha importanza relativa. Mosca controlla già la sicurezza, finanzia il bilancio locale, distribuisce i propri passaporti ai residenti e può intervenire direttamente sulla composizione delle istituzioni sudossete. In queste condizioni, un’annessione aggiungerebbe ben poco sul piano sostanziale, mentre comporterebbe costi assai elevati sul piano diplomatico internazionale e la priverebbe di una leva strategica nei confronti della Georgia.
In questa cornice, il Cremlino non ha incentivi a modificare lo status di Tskhinvali. Non si può escludere che in futuro, in un quadro geopolitico differente, un referendum locale seguito dall’incorporazione nella Federazione russa possa divenire un’ipotesi plausibile. Ma non oggi.
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