Allargamento UE, quale sarà l’impatto del nuovo governo ungherese?

La fine del potere di Viktor Orbán e l’ascesa di Péter Magyar rappresentano una finestra di opportunità per superare gli ostacoli che hanno frenato l’azione comune a Bruxelles, dall’Ucraina ai Balcani occidentali. Ma le sfide rimangono molte

25/05/2026, Federico Baccini Bruxelles
Viktor Orbán e Péter Magyar © Parlamento europeo

Viktor Orbán e Péter Magyar

Viktor Orbán e Péter Magyar © Parlamento europeo

L’Ungheria, e con lei tutta l’Unione Europea, sta iniziando ad abituarsi a un governo non più guidato da Viktor Orbán, dopo la storica sconfitta alle elezioni del 12 aprile che ha posto fine ai suoi sedici anni al potere.

Ma che impatto avrà il cambio di governo a Budapest sulla politica di allargamento dell’UE, dall’Ucraina ai Balcani occidentali, fino al Caucaso meridionale?

Il nuovo premier Péter Magyar sta già dando prova di un cambio di passo, ma serviranno settimane, se non mesi, per capire se opterà per fughe in avanti o posizioni caute per non lasciare il fianco scoperto alla propaganda di Fidesz.

L’Ucraina, il momento più atteso

L’Ucraina è stata il tema più spinoso negli ultimi anni del governo Orbán.

Dopo aver tenuto in stallo l’avvio dei negoziati di adesione di Kyiv – a cui è legato anche il percorso della Moldova – e il pacchetto di sostegno finanziario da 90 miliardi di euro, l’uscita di scena dell’ex-premier sovranista ha subito sbloccato l’erogazione dei finanziamenti europei, ma al momento non ancora i lavori formali sul Cluster ‘Fondamentali’ (5 capitoli negoziali su 33, che coprono criteri economici, funzionamento delle istituzioni democratiche e riforma della pubblica amministrazione).

“Il messaggio più positivo del primo ministro Magyar è che ha affermato che tutti i Paesi candidati saranno trattati allo stesso modo, e naturalmente abbiamo parlato molto dell’Ucraina”, ha dichiarato la commissaria per l’Allargamento, Marta Kos.

La stessa commissaria ha esortato “tutti gli Stati membri ad aprire formalmente tutti i capitoli il prima possibile”, sottolineando che il primo Cluster di capitoli negoziali “potrebbe ancora essere aperto sotto la presidenza cipriota” del Consiglio (in scadenza il 30 giugno), mentre gli altri cinque saranno molto probabilmente affrontati “a luglio” sotto la presidenza irlandese.

“Abbiamo anticipato molto il lavoro e ora tutto è pronto per essere formalmente aperto”, ha aggiunto Kos.

In attesa di capire quando Budapest comunicherà la sua nuova posizione a riguardo – verosimilmente cauta, ma senza più il blocco a priori dei negoziati come il governo Orbán – l’Ucraina può essere fiduciosa di un ricalibramento dei rapporti con uno degli attori più problematici all’interno dell’UE.

Anche solo un parziale allontanamento dall’approccio ostruzionista da parte di Budapest aumenterebbe la capacità dell’intera Unione di agire in modo più coerente nei confronti dell’Ucraina.

Rimangono intatti, in ogni caso, i complessi temi che dovranno essere affrontati all’interno dei negoziati di adesione, inclusi i rapporti bilaterali Kyiv-Budapest e la situazione delle minoranze.

Perché la rimozione del veto sull’avvio dei negoziati non si traduce automaticamente in un sostegno attivo da parte del governo Magyar e la finestra di opportunità per una collaborazione in buona fede è ancora tutta da costruire.

Tra Balcani e Georgia

La fine del potere di Orbán sulla scena può fornire all’Unione Europea l’occasione di un nuovo slancio in un’altra regione critica per la politica di allargamento, ovvero i Balcani occidentali.

L’ex-premier ungherese è stato a lungo il più stretto alleato degli autocrati nella regione – cioè il serbo-bosniaco Milorad Dodik e il serbo Aleksandar Vučić – con strategie che variavano a seconda del contesto.

Da una parte, ha sostenuto attivamente l’accelerazione dell’adesione della Serbia all’Unione, nonostante i significativi regressi in materia di Stato di diritto e rispetto degli standard democratici. Dall’altra parte, ha continuato a sostenere Dodik come leader legittimo della Republika Srpska, nonostante la netta posizione di Bruxelles a sostegno della sua condanna e rimozione dalla presidenza dell’entità.

La visione della politica estera di Magyar non si discosta sensibilmente da quella di Orbán, ma sembra comunque abbastanza prevedibile che un nuovo modus operandi a Budapest implicherà la perdita del maggiore alleato all’interno dell’UE per le forze anti-democratiche nei Balcani occidentali.

Le conseguenze potrebbero mostrarsi non nell’immediato, ma nel medio termine.

Basti pensare alla Serbia, dove il movimento studentesco e le forze di opposizione potranno essere ancora più motivati nel tentare di sconfiggere un sistema autocratico attraverso il voto non appena saranno indette elezioni anticipate, come successo (con tutti i distinguo del caso) in Ungheria.

Anche in Georgia – Paese solo sulla carta candidato all’adesione all’UE dopo la stretta autocratica di Sogno Georgiano e ormai quasi completamente uscito dai radar della politica di allargamento – la sconfitta elettorale di Orbán potrebbe farsi sentire in modo indiretto.

Non a caso l’ex-premier ungherese era il principale alleato anche di Sogno Georgiano – l’unico leader europeo che si è recato a Tbilisi per riconoscere il risultato delle contestate elezioni del 2024 e il responsabile del blocco a oltranza a Bruxelles delle sanzioni contro le autorità georgiane che hanno portato al regresso democratico nel Paese candidato.

Ancora non è chiaro se con il nuovo primo ministro Magyar si potrà riaprire il discorso delle sanzioni europee.

Tuttavia, per il popolo georgiano che aspira alla democrazia e all’adesione all’Unione Europea, la svolta a Budapest può rappresentare un momento di slancio positivo per un cambiamento. I rappresentanti di Sogno Georgiano non potranno più sfruttare l’infrastruttura politica ungherese ed è prevedibile che possano andare in difficoltà.

Il trionfo di Magyar, infine, può agire in modo indiretto sui partiti di opposizione georgiana per lavorare come un unico fronte politico e impegnarsi con la base elettorale soprattutto nelle regioni di periferia, là dove il potere di Sogno Georgiano sembra quasi incontrastato, come lo erano le campagne ungheresi con Fidesz prima dell’arrivo di Tisza.

La fine dell’unanimità?

Una delle questioni più critiche del cambio di guardia a Budapest riguarda l’approccio che sarà adottato verso la politica estera dell’Unione in generale, e dell’allargamento in particolare.

Il governo ungherese per anni è stato quello che ha fatto più uso del potere di veto per bloccare in modo anche completamente ideologico (nel senso di non disposto a fare compromessi nemmeno a fronte di concessioni politiche e finanziarie) tutte le posizioni comuni che potessero andare contro gli interessi di Budapest – o meglio, degli interessi del partito di governo Fidesz e del sistema oligarchico che nutriva.

Con Magyar tutto questo finirà?

Difficile prevedere un abbandono totale del ricorso al veto quando necessario per difendere l’interesse nazionale.

Sembra però abbastanza evidente che l’atteggiamento a Budapest è cambiato, come dimostrato dal via libera alle sanzioni contro i coloni israeliani violenti lo scorso 11 maggio, alla prima prova del nuovo governo ungherese su questo dossier, fino a quel punto bloccato proprio dall’Ungheria (di Orbán).

Un abuso del potere di veto da parte di Magyar al momento è quantomeno improbabile, anche per quanto riguarda i negoziati di adesione di Kyiv.

Ma che la politica di allargamento da ora in poi viaggerà sul velluto, appare altrettanto inverosimile.

In primis perché sono molti i Paesi che si sono nascosti per lungo tempo dietro al veto di Orbán per non esporsi sulle proprie intenzioni, dalla Francia alla Grecia, dalla Croazia ai Paesi Bassi, e molti altri.

La narrativa secondo cui solo l’ex-primo ministro ungherese era responsabile del rallentamento del processo di allargamento è una semplificazione eccessiva e va considerata nel più ampio dibattito sul superamento dell’unanimità nel processo di adesione.

In altre parole, se il problema finora riguardava l’Ungheria e l’Ucraina, rinunciare al potere di veto potrebbe ritorcersi contro altre capitali in futuro. Basti pensare alla disputa bilaterale tra Bulgaria e Macedonia del Nord che da anni blocca l’avvio dei negoziati di adesione di Skopje.

È vero però che le istituzioni dell’UE stanno valutando le “lezioni apprese all’interno dell’Unione Europea”, come ha affermato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Ritengo che il passaggio al voto a maggioranza qualificata in materia di politica estera sia un modo importante per evitare i blocchi sistematici a cui abbiamo assistito in passato”.

Secondo la presidente della Commissione, sarebbe opportuno “sfruttare questo slancio [il cambio di governo in Ungheria, ndr] per compiere progressi su questo tema”.

L’elezione di Magyar e la fine del potere di Orbán rappresenta senza dubbio un momento favorevole.

Non cambia però il fatto che anche tra gli altri 26 governi UE ci sia poco appetito nel privarsi di uno strumento che, in fondo, può tornare utile a tutti nella prospettiva di doversi trovare un giorno a difendere gli interessi nazionali.