Repressione transnazionale: quando le frontiere non proteggono il dissenso

Molti governi autoritari tentano di mettere a tacere i propri dissidenti e critici anche oltre le proprie frontiere nazionali, con un insieme di pratiche che possono arrivare fino all’omicidio. Nel 2025 Freedom House ha identificato 54 paesi attivi nella cosiddetta repressione transnazionale: tra i più attivi in questo senso la Federazione russa

23/07/2026, Marilisa Lorusso
© sulit.photos/Shutterstock

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La repressione transnazionale è l’insieme delle pratiche adottate da governi autoritari per mettere a tacere critici, dissidenti, attivisti e membri della diaspora anche quando questi si trovano fuori dal proprio territorio nazionale.

Si tratta di una strategia che estende oltre i confini il potere coercitivo dello Stato, trasformando l’esilio e la migrazione in condizioni di crescente vulnerabilità anziché in vie di protezione.

Freedom House ha documentato 126 nuovi episodi di repressione transnazionale nel 2025, portando il totale a 1.375 casi registrati tra il 2014 e il 2025. Le tattiche più comuni includono assassinii, aggressioni, rapimenti, detenzioni illegittime e deportazioni forzate, spesso realizzate grazie a una intensa collaborazione tra regimi autocratici.

Anche le notifiche Interpol (Red Notices) vengono utilizzate, rivelando come strumenti che dovrebbero essere per la cooperazione giudiziaria possano essere manipolati per fini politici repressivi.

Sebbene la consapevolezza del fenomeno sia cresciuta tra governi democratici e organismi multilaterali – con dichiarazioni del G7, del Parlamento europeo e dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) – le lacune nella protezione rimangono gravi.

Sistemi migratori indeboliti, procedure di giusto processo limitate e un controllo insufficiente sulle attività di Interpol facilitano, inavvertitamente, il raggiungimento degli obiettivi di repressione degli Stati aggressori.

Nel 2025 sono stati identificati almeno 54 governi che tentano di mettere a tacere dissidenti all’estero, sei dei quali sono stati aggiunti per la prima volta alla lista dei paesi responsabili. Fra i nuovi aggiunti, la Georgia. Fra le vecchie conoscenze, la Russia.

La Russia nella repressione transnazionale

La Russia è sul podio dei tre principali Stati responsabili di repressione transnazionale ed è quella che fa un uso particolarmente esteso e controverso del sistema delle Interpol Red Notices. Mosca è responsabile di circa il 38% di tutte le Red Notices pubbliche nel mondo, una quota nettamente superiore rispetto agli altri Stati, come la Cina (0,5%) e gli Stati Uniti (4,3%). Con questa estensione extra territoriale della sua macchina giuridica intende inviare un messaggio chiaro alla diaspora russa e agli oppositori esiliati, dimostrando che la distanza geografica non garantisce protezione.

Questo approccio riflette la visione più ampia del regime, che considera la libertà di espressione e mobilitazione politica, anche all’estero, come una diretta minaccia alla sua legittimità e sicurezza.

Non a caso sono emerse prove dell’attenzionamento dei paesi ospitanti comunità russe: le autorità francesi hanno recentemente allertato dei dissidenti russi presenti sul proprio territorio, mettendo in guardia alcuni di loro rispetto a possibili rischi legati a operazioni di intimidazione o peggio.

La repressione transnazionale russa si manifesta in una gamma di pratiche che vanno dalle campagne diffamatorie contro oppositori politici e attivisti per i diritti umani, alle intimidazioni, minacce verso familiari ancora in Russia, fino ai casi estremi, cioè gli omicidi.

Gli uccisi in Europa

Questa primavera un omicidio ha fatto discutere in Europa (molto meno in Italia): il 15 giugno Semyon Skrepetsky, pseudonimo del caricaturista e dissidente bashkiro Robert Kuzovkov, residente in Polonia dove aveva ottenuto asilo, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco in un parcheggio di Biała Podlaska, vicino al confine con la Bielorussia.

Skrepetsky era noto per le sue vignette satiriche contro Vladimir Putin, Ramzan Kadyrov e Aleksandr Lukashenko, nonché per il suo sostegno pubblico all’Ucraina e la partecipazione a iniziative di protesta contro la presenza della Russia alla Biennale di Venezia.

Le autorità polacche hanno avviato immediatamente un’indagine per omicidio, mentre il Primo ministro Donald Tusk ha dichiarato che il delitto presenta “tutte le caratteristiche di un assassinio politico”. Gli investigatori stanno valutando l’eventuale coinvolgimento di soggetti stranieri, pur non essendo ancora state formulate conclusioni definitive.

Il caso si inserisce in una più ampia serie di episodi che hanno alimentato le preoccupazioni europee circa la sicurezza degli oppositori russi rifugiatisi nel continente, soprattutto a seguito di due precedenti particolarmente noti.

Il 4 marzo 2018 l’ex ufficiale del GRU Sergei Skripal, che aveva collaborato con l’intelligence britannica dopo essere stato condannato per spionaggio in Russia, e sua figlia Yulia Skripal furono trovati privi di sensi su una panchina a Salisbury, nel Regno Unito.

Le analisi dimostrarono che erano stati avvelenati con Novichok, un agente nervino sviluppato in epoca sovietica per impiego militare.

L’attacco provocò una vasta operazione di decontaminazione e coinvolse anche il poliziotto Nick Bailey, contaminato durante i primi soccorsi. Alcuni mesi dopo, nel luglio 2018, la cittadina britannica Dawn Sturgess morì dopo essere entrata accidentalmente in contatto con il Novichok contenuto in un flacone di profumo contraffatto abbandonato dagli autori dell’attentato.

Le autorità britanniche identificarono come responsabili Anatoly Chepiga (che operava con il falso nome di Ruslan Boshirov) Alexander Mishkin (alias Alexander Petrov), Denis Sergeev (alias Sergey Fedotov), che ha agito come coordinatore sul campo a Londra.

I tre sospettati sono attualmente protetti dalla Russia, che ha sempre rifiutato l’estradizione e negato ogni coinvolgimento formale nella vicenda. L’inchiesta pubblica conclusasi nel 2025 ha confermato che l’operazione è stata pianificata dai servizi segreti militari russi e autorizzata ai massimi livelli dello Stato russo.

L’episodio che ha inaugurato la stagione putiniana degli omicidi mirati di dissidenti russi in Europa è stato quello di Aleksandr Litvinenko, ex ufficiale dell’FSB rifugiatosi nel Regno Unito dopo essere divenuto un duro critico del Cremlino. Il 1° novembre 2006 Litvinenko incontrò a Londra due ex agenti russi presso il Millennium Hotel. Poche ore dopo iniziò a manifestare gravi sintomi di avvelenamento. Morì il 23 novembre 2006.

Le indagini britanniche hanno accertato che Litvinenko era stato avvelenato con polonio-210, un isotopo radioattivo letale se ingerito o inalato estremamente difficile da reperire al di fuori di programmi statali. Le indagini britanniche hanno identificato gli ex agenti russi Dmitry Kovtun e Andrey Lugovoy come esecutori dell’omicidio, probabilmente approvato dai vertici dell’FSB e autorizzato dal Presidente Vladimir Putin. Nel 2021 anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto la Federazione Russa responsabile dell’assassinio.

Il caso Litvinenko rappresenta tuttora un unicum nella storia contemporanea: è l’unico caso accertato di un omicidio mirato compiuto mediante materiale radioattivo nel centro di una grande città europea, con conseguente esposizione della popolazione civile a un rischio radiologico.

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