Senza pace in vista, i rifugiati ucraini in Europa sognano la patria

A più di quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, la guerra in Ucraina non accenna a finire. Mentre il sentimento anti-rifugiati cresce in tutta Europa, numerosi ucraini fuggiti dal conflitto faticano a integrarsi nei paesi che li ospitano, e sognano di tornare in patria

Rifugiati ucraini alla frontiera con la Romania, marzo 2022 © Mircea Moira/Shutterstock

Rifugiati ucraini alla frontiera con la Romania, marzo 2022

Rifugiati ucraini alla frontiera con la Romania, marzo 2022 © Mircea Moira/Shutterstock

(Originariamente pubblicato dal nostro partner BIRN)

Oltre tre anni dopo essere fuggita dalla guerra in Ucraina, la giornalista Daria Meshcheriakova ha deciso l’anno scorso di tornare in patria dai Paesi Bassi.

“So che sembra un po’ assurdo. Non ha senso”, ha detto Meshcheriakova, spiegando che da quando è tornata in Ucraina, “mi nascondo in bagno [durante i raid aerei russi] perché serve una seconda parete per non essere ferita dai vetri in caso di rottura”. Ciononostante, non ha rimpianti. “Ho decisamente maggiori possibilità di sviluppare la mia carriera e guadagnare di più [in Ucraina] che nei Paesi Bassi”, ha affermato.

Milioni di ucraini, per lo più donne e bambini, sono stati costretti a fuggire dal loro paese a causa dell’invasione russa. La guerra non accenna a finire, ma la maggior parte dei rifugiati ucraini desidera ancora tornare in patria.

Secondo un rapporto del 2024 della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), circa il 60% dei rifugiati ucraini “spera di tornare un giorno” e meno del 10% desidera stabilirsi permanentemente nel paese ospitante.

Analogamente, due terzi dei 146 ucraini che hanno risposto ad un questionario online di BIRN sulla loro vita nei paesi europei che li ospitano afferma di stare valutando la possibilità di tornare in patria.

La stragrande maggioranza dei rifugiati ucraini in Europa è coperta da un regime di protezione temporanea, adottato dall’UE ma anche da alcuni paesi non membri dell’UE, come la Moldavia. Questo regime consente loro l’accesso al mercato del lavoro, all’assistenza sanitaria, alle scuole e all’alloggio, senza dover seguire le normali procedure di richiesta di asilo.

Alcuni paesi offrono ulteriori benefici. In Germania, il Bürgergeld (“reddito di cittadinanza”), nonché sussidi per il costo della vita e aiuti per gli anziani o per coloro che hanno una ridotta capacità di guadagno. In Polonia aiuti finanziari, oltre ad alcune prestazioni sociali, tra cui l’assistenza sanitaria, mentre la Repubblica Ceca fornisce un sostegno economico.

“Sono stati compiuti sforzi significativi per garantire che i rifugiati in fuga dalla guerra in Ucraina possano accedere ai servizi di base, come alloggio, assistenza sanitaria, istruzione, protezione sociale e lavoro”, si legge nel Piano regionale di risposta ai rifugiati 2025-2026 dell’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, pubblicato nel gennaio 2025. Tuttavia, l’UNHCR ha avvertito che “le famiglie di rifugiati continuano a sperimentare alti livelli di vulnerabilità economica”.

I paesi più ricchi dell’Europa occidentale investono di più nell’integrazione. Olga Tokariuk, esperta di Ucraina presso Chatham House, un think tank londinese specializzato in affari internazionali, ha dichiarato a BIRN che “alcuni Paesi, come la Germania o la Norvegia, hanno programmi di integrazione per i rifugiati più sviluppati di altri, offrendo corsi di lingua gratuiti, supporto nella ricerca di lavoro, corsi di integrazione nelle scuole locali” e così via.

“Altri Paesi, come quelli dell’Europa centrale, non offrono questo supporto, pur aspettandosi che gli ucraini si integrino completamente e talvolta persino si assimilino, cosa a cui molti ucraini si oppongono”, ha aggiunto Tokariuk.

Molti rifugiati ucraini faticano ancora a soddisfare i bisogni primari, il che può rendere l’integrazione nei Paesi ospitanti ancora più difficile. In quanto stranieri che potrebbero non avere una buona conoscenza della lingua locale, i rifugiati si trovano ad affrontare ostacoli prevedibili nella ricerca di un impiego, soprattutto nei Paesi che non offrono abbastanza posti di lavoro nemmeno ai cittadini madrelingua.

Il Piano regionale di risposta ai rifugiati 2025-2026 dell’UNHCR, pubblicato a gennaio, spiega che “l’inclusione economica rimane una sfida significativa per i rifugiati”, con un tasso di occupazione complessivo in tutta Europa di circa il 45%. “Con riferimento solo a coloro che cercano attivamente lavoro, la disoccupazione tra i rifugiati rimane “il 14%, rispetto al 5,1% dei cittadini del paese ospitante”, aggiunge il rapporto.

Alcuni rifugiati ucraini riferiscono anche di discriminazioni salariali. “Gli ucraini vengono davvero pagati di meno. Lo so per certo”, ha affermato Nadia, una fioraia di 38 anni e madre di due figli originaria di Kherson, in Ucraina, che ora vive a Stettino, in Polonia. “Facciamo lo stesso lavoro, ma guadagniamo di meno. Che si tratti di pulizie o di qualsiasi altro lavoro, guadagno sempre meno della mia collega polacca, anche quando lei lavora meno di me”.

L’estrema destra trasforma i rifugiati in bersagli

In termini numerici, la Germania ha accolto circa 1,2 milioni di ucraini, seguita da Polonia con circa un milione, Repubblica Ceca con circa 375.000 e Regno Unito e Spagna con circa 250.000. Fra gli altri paesi che hanno accolto più di 100.000 ucraini troviamo Romania, Italia, Slovacchia, Moldavia e Paesi Bassi.

Il costo del sostegno a questi rifugiati è stato enorme. Miliardi di euro sono stati spesi dai principali paesi ospitanti. Nel frattempo, la pressione del costo della vita in tutta Europa ha ridotto la solidarietà per tutti i rifugiati e i richiedenti asilo, fomentando persino risentimento e discriminazione.

In Polonia, alcuni politici di destra stigmatizzano gli ucraini, considerandoli un peso per le finanze pubbliche. Un numero crescente di polacchi accusa gli ucraini di ingratitudine e di un falso senso di diritto, secondo un sondaggio del 2025 del Centro Mieroszewski, ha osservato Zoriana Varenia, giornalista e politologa di Kyiv.

Varenia, arrivata in Polonia subito dopo l’invasione di febbraio 2022, scrive per Nova Polshcha, un sito web incentrato sul dialogo polacco-ucraino. Al suo arrivo, alcuni amici polacchi l’hanno aiutata a trovare lavoro e alloggio. Ora si dice preoccupata per la crescente retorica anti-ucraina nell’arena pubblica, alimentata dai politici di destra, a volte come tattica elettorale.

“Subito dopo le elezioni presidenziali [di maggio-giugno 2025], ho visto un video di una manifestazione anti-immigrati vicino alla Rotonda [a Varsavia], dove vado al lavoro ogni giorno: uomini e donne urlavano insulti anti-ucraini. È stato terrificante rendersi conto che questo tipo di odio potesse essere così vicino”, ha raccontato Varenia a BIRN.

“Molti ucraini, come me, preferiscono non dare nell’occhio. Non vogliamo essere presi di mira”, ha aggiunto.

Tetiana Klaban, 45 anni, arrivata nel 2014 e stabilitasi nella città polacca di Police, dove ha trovato una comunità solidale, ha affermato che la Polonia di allora era “un paese diverso”.

“Tutto ha iniziato a cambiare prima delle ultime elezioni presidenziali. Prima andavo in palestra la sera senza paura, ma ora non mi sento più al sicuro. Dico ai miei amici che dobbiamo stare molto attenti a non parlare ucraino o russo ad alta voce con i nostri figli in pubblico, perché potrebbero esserci terribili aggressioni”.

Tokariuk, di Chatham House, ha concordato sul fatto che “l’atteggiamento nei confronti degli ucraini in Polonia è peggiorato significativamente dal 2022. I rifugiati ucraini in Polonia vengono falsamente accusati, sia da politici di estrema destra e conservatori che sui social media, di avere un accesso privilegiato all’assistenza sanitaria e all’istruzione, di far aumentare i prezzi delle case e i livelli di criminalità, di gravare sul bilancio del paese (nonostante le prove che gli ucraini contribuiscano all’economia polacca più di quanto ricevano in termini di sostegno statale) e di non riuscire a integrarsi (il che spesso significa ‘assimilarsi’, ovvero richieste segnalate di smettere di parlare ucraino in pubblico e persino a casa)”, ha spiegato Tokariuk.

Accusati dell’aumento degli affitti e dei prezzi

Dall’inizio dell’invasione, la pressione sul costo della vita in tutta Europa ha alimentato l’ascesa di partiti di estrema destra i cui sostenitori spesso parteggiano per la Russia, rendendo la vita ancora più difficile per i rifugiati ucraini.

Alcuni dei paesi ex-sovietici in cui gli ucraini sono fuggiti hanno anche significative comunità filo-russe. Un esempio è la Moldavia, un paese povero di soli 2,4 milioni di abitanti, che ospita circa 130.000 ucraini con status di rifugiato protetto. Un intervistato del sondaggio di BIRN ha raccontato di aver sentito discorsi anti-ucraini da parte di “persone ossessionate dalla propaganda russa” in Moldavia.

“Molti di voi sono venuti qui e a causa vostra gli affitti e i prezzi sono aumentati. Vi stiamo nutrendo e supportando… Andate a difendere voi il vostro Paese”, ha riportato di essersi sentita dire un’altra ucraina in Moldavia, rispondendo al sondaggio online di BIRN.

La barriera linguistica è un altro problema che impedisce agli ucraini di trovare lavoro in Moldavia, dove il tasso di disoccupazione è del 3,5%. Un intervistato si è lamentato di “difficoltà a trovare lavoro a causa della mancata conoscenza del romeno [la lingua principale della Moldavia]”.

Uno studio del giugno 2025 del Consiglio norvegese per i rifugiati sugli ucraini residenti in Moldavia ha concluso che anche i rifugiati che hanno un lavoro spesso guadagnano salari bassi e hanno solo contratti a tempo determinato, che non necessariamente coprono le loro spese.

Neil Brighton, direttore nazionale del Consiglio norvegese per i rifugiati per la Moldavia, ha dichiarato a BIRN che “molte famiglie lavorano duramente ma rimangono finanziariamente fragili perché il loro reddito semplicemente non copre le spese essenziali come affitto, cibo, assistenza sanitaria e utenze”.

“Questo vale in particolare per gli anziani, le madri single e le famiglie con persone disabili. I dati ci dicono che i mezzi di sussistenza non possono essere considerati isolatamente: sono strettamente legati all’alloggio, all’assistenza all’infanzia, alla documentazione, alle esigenze sanitarie e, naturalmente, alla lingua. Tutti questi fattori sono interconnessi e influenzano la capacità di una famiglia di ricostruire la propria stabilità”, ha spiegato nelle risposte scritte.

Brighton ha anche osservato che “i rifugiati anziani, in particolare, rimangono fortemente dipendenti dal sostegno umanitario perché non possono accedere a fonti di reddito stabili”.

Passaporto ucraino © aileenchik/Shutterstock

Passaporto ucraino © aileenchik/Shutterstock

Lo status di protezione non durerà per sempre

Sebbene la maggior parte dei rifugiati ucraini goda di uno status di protezione temporanea nei paesi ospitanti, questo non durerà per sempre. Nell’UE, la protezione temporanea durerà solo fino a marzo 2027 e in Moldavia fino a marzo 2026. Questo solleva una delle principali preoccupazioni degli ucraini, secondo l’UNHCR: “Cosa succederà dopo?”.

Una proposta del Consiglio dell’UE adottata lo scorso settembre auspicava “una transizione graduale, sostenibile e ben coordinata dalla protezione temporanea, che potrebbe consentire ai rifugiati ucraini di ottenere permessi di soggiorno sulla base di lavoro, istruzione o legami familiari”.

“Sebbene marzo 2027 possa sembrare lontano, non lo è poi così tanto”, ha dichiarato a BIRN Gemma Woods, funzionaria legale senior dell’UNHCR.

“Se si desidera cambiare il proprio status legale o richiedere un permesso di lavoro, ci vuole tempo e bisogna comprendere il processo. Molte persone si stanno mettendo in contatto con noi chiedendo ‘Cosa posso fare, quali sono le mie opzioni?'”, ha aggiunto Woods.

Nel frattempo, molti sperano che arrivi la pace e di poter finalmente tornare a casa. Il crescente sentimento anti-rifugiati e la discriminazione in alcuni paesi non hanno fatto altro che rafforzare questo desiderio.

La giornalista Daria Meshcheriakova ha avuto un’esperienza migliore come rifugiata rispetto a molti altri. Nonostante ciò, ha sempre desiderato andarsene, non solo per tornare a casa, ha detto, ma per dare il suo contributo e “creare un paese migliore”.

In Kosovo, un’accoglienza per i giornalisti rifugiati

Mentre viveva nei Paesi Bassi come rifugiata, la giornalista ucraina Daria Meshcheriakova ha trascorso un periodo anche in Kosovo grazie a un programma unico di lavoro-alloggio chiamato Journalists-in-Residence Kosovo Programme.

Nell’ambito del programma, a 20 giornalisti ucraini sono stati concessi 1.000 euro per aiutarli nel trasferimento, oltre ad uno stipendio mensile di 500 euro e 300 euro per l’affitto durante un soggiorno di sei mesi in Kosovo. (A dicembre 2022, il programma è stato esteso anche a cinque giornalisti afghani).

Il programma, istituito dal Centro europeo per la libertà di stampa e dei media, implementato dall’Associazione dei giornalisti del Kosovo e finanziato dal governo del Kosovo, era di piccole dimensioni ma ha riscosso un buon successo.

Tetiana Kraselnykova, che si è trasferita in Kosovo nell’ambito del programma insieme al figlio di nove anni, l’ha descritta come “un’esperienza straordinaria”.

Kraselnykova si è trasferita nell’agosto del 2023 e da allora suo figlio ha imparato l’albanese, e anche lei è riuscita ad apprendere le basi della lingua e ha iniziato a collaborare con altri giornalisti ucraini in Kosovo per fondare l’associazione “Ponti dell’Amicizia”, impegnata nella lotta alla propaganda russa e nell’organizzazione di eventi culturali ucraini.

Da quando si è trasferita in Kosovo, ha anche ricevuto supporto finanziario e psicologico dall’Associazione dei giornalisti e dal centro per rifugiati del Kosovo, che ha offerto corsi di integrazione, spiegando ai partecipanti “tutto ciò che era necessario sapere sul trasferimento in un altro Paese”, ha affermato.

Questo articolo è stato realizzato/tradotto/ripubblicato nell’ambito di  MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, un’iniziativa che sostiene media indipendenti specializzati nella copertura delle tematiche internazionali, co-finanziata dall’Unione europea. Tuttavia, le opinioni espresse sono esclusivamente quelle degli autori e non riflettono necessariamente quelle dell'Unione Europea. Né l'Unione Europea né l'ente finanziatore possono essere ritenuti responsabili per esse.

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