Israele all’Eurovision, la Slovenia boicotta
Assieme a Irlanda, Olanda, Spagna e Islanda, anche la Slovenia boicotterà l’Eurovision 2026 a causa della presenza di Israele. La decisione di non trasmettere la competizione è sostenuta con forza dal centrosinistra sloveno, mentre è accolta con scetticismo dalla destra che si prepara a tornare al potere. Un commento

Eurovision 2026 © IgorGolovniov / Shutterstock
Eurovision 2026 © IgorGolovniov / Shutterstock
Le fiamme illuminano la notte. Sul monte Sabotino, che sovrasta Gorizia, risplende il nome di Tito. Lo stesso accade sulla collina sopra Decani, un paesino alla periferia di Capodistria. Succede ogni 8 maggio, nel Giorno della Vittoria, quello della resa della Germania nazista: i video della scritta invadono la rete e il popolo del centrosinistra esulta.
Il giorno successivo Lubiana celebra, come ogni anno, la sua liberazione. Decine di migliaia di persone si mettono in marcia “lungo il filo spinato”: una camminata di 33 chilometri intorno alla città, per ricordare le barriere innalzate dalle truppe d’occupazione italiane durante la Seconda guerra mondiale. Oggi il filo spinato e i bunker non ci sono più, ma al loro posto c’è un percorso diventato un appuntamento fisso, che si ripete anno dopo anno. Secondo gli organizzatori, in questa edizione, nell’arco di tre giorni, hanno partecipato oltre 52.000 persone.
In uno dei punti di ristoro allestiti lungo il tragitto si vendeva anche “limonata per la Palestina”. L’intenzione era quella di devolvere il ricavato a una delle ONG impegnate nell’assistenza umanitaria ai palestinesi. La causa è particolarmente sentita in Slovenia. Il governo di centrosinistra, subito dopo il massacro perpetrato da Hamas contro i civili israeliani, ha condannato l’attacco, ma ben presto ha iniziato a esprimere un crescente fastidio per la repressione messa in atto da Israele.
I bambini di Gaza e le sofferenze della popolazione civile sono diventati un tema ricorrente, ampiamente discusso dai principali media del paese, ben prima che la questione si imponesse al centro dell’attenzione in altre parti d’Europa. Spinta dall’opinione pubblica, Lubiana ha riconosciuto la Palestina, vietato l’ingresso nel paese a una serie di esponenti del governo israeliano e i vertici dello stato hanno usato il termine “genocidio” per descrivere quanto sta accadendo.
Centrodestra filo-israeliano
Ovviamente non tutti la pensano così. Nel centrodestra più di una perplessità è emersa quando si è visto che la Slovenia si stava allontanando dalla sua proverbiale prudenza in politica estera ed anche dalle posizioni americane e tedesche.
Ora il vento potrebbe cambiare. L’esito delle elezioni politiche è stato incerto, ma alla fine il timone potrebbe tornare nelle mani del centrodestra. Janez Janša, il leader carismatico dei conservatori sloveni, sembra avere pronta la sua coalizione. Lui è un amico di Israele. Nelle ultime settimane di campagna figure considerate vicine al centrosinistra sono state riprese in alcuni video mentre spiegavano a falsi faccendieri cosa fosse necessario fare per concludere affari in Slovenia. Dietro quelle registrazioni ci sarebbe stata un’agenzia investigativa israeliana, la Black Cube, fondata da ex militari ed ex agenti israeliani. I suoi uomini avrebbero fatto tappa anche nello stabile che ospita il partito di Janša.
Le polemiche e le reciproche accuse si sono sprecate. Il governo, comunque, proprio prima delle elezioni politiche ha deciso sorprendentemente di non aderire alla causa per genocidio intentata dal Sudafrica contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia. Secondo gli esperti un simile atto avrebbe potuto mettere a rischio la sicurezza informatica del paese, dato che molti sistemi di difesa digitale sono di origine israeliana. Negli ambienti vicini al centrodestra sono però circolate anche letture più maliziose, secondo cui la decisione sarebbe stata presa per impedire che intercettazioni ancora più compromettenti venissero rese note. La scelta dell’esecutivo, tuttavia, non ha mancato di suscitare rabbia tra gli elettori del centrosinistra e la stessa presidente della Repubblica, Nataša Pirc Musar, ha espresso il proprio disappunto.
L’Eurovision non va in onda
Israele e Palestina continuano a rimanere al centro del dibattito nella società slovena. I filopalestinesi questa settimana potranno togliersi un’altra soddisfazione. La TV nazionale trasmetterà una serie di programmi dal titolo Voci della Palestina: film, documentari, talk show e approfondimenti con l’obiettivo di mettere in luce quanto sta accadendo in Medio Oriente.
Sono lì in sostituzione dell’Eurovision Song Contest, manifestazione amatissima e seguitissima dagli sloveni, che RTV Slovenia, insieme alle televisioni di Islanda, Spagna, Paesi Bassi e Irlanda, ha deciso di boicottare per protestare contro la presenza di Israele.
La decisione è arrivata dopo un lungo braccio di ferro che ha coinvolto anche la politica. Se per alcuni paesi la partecipazione di Israele è del tutto inaccettabile, viste le morti e le distruzioni provocate a Gaza, per altri — come Germania e Austria — sarebbe invece inaccettabile escluderlo. Una posizione condivisa anche dall’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas.
Ora bisognerà capire, quando la Slovenia e gli altri paesi torneranno a gareggiare. Quello che sembra certo è che Israele non se ne andrà e, anzi, rischia anche di vincere la competizione, come ha già fatto per quattro volte, l’ultima nel 2018. Quando l’anno successivo la manifestazione venne organizzata a Tel Aviv non mancarono le polemiche. Madonna, che si esibì nel corso della manifestazione, concluse la sua performance con due ballerini che uscivano abbracciati: il ragazzo aveva sulla schiena la bandiera israeliana, la ragazza quella palestinese. L’Unione europea di radiodiffusione (EBU), che organizza l’Eurovision, allora precisò con disappunto che non ne sapeva nulla e che la competizione canora non era un evento politico.
Eurovision e inclusione
Forse, ma il voto nella competizione ha sempre avuto i suoi aspetti geopolitici e poi l’Eurovision è sempre stata una celebrazione della diversità e dell’inclusione. Sul suo palco si è esibita la prima cantante dichiaratamente lesbica, poi ha vinto per la prima volta una canzone che parlava esplicitamente di un amore omosessuale e il trofeo è stato assegnato, per la prima volta, a un’artista transgender, peraltro israeliana.
La libertà nei costumi ha persino convinto la Turchia a smettere di trasmettere la competizione, anche per evitare di dover far vedere sui propri teleschermi baci tra persone dello stesso sesso. Negli ultimi anni, però, gli organizzatori hanno dovuto faticare non poco per impedire che gli artisti trasformassero il palco in una tribuna politica, sostenendo la causa palestinese o altre battaglie di vario genere.
In Slovenia gli appassionati dell’Eurovision, quest’anno, potranno comunque correre ai ripari seguendo la competizione sulla TV croata, italiana o austriaca. In ogni caso, potranno consolarsi con il fatto che sul palco ci sarà comunque una rappresentante di origine slovena: gareggerà per il Lussemburgo. Si tratta di Eva Marija, cantante e violinista nata da genitori sloveni e cresciuta nel Granducato. Canterà Mother Nature, una canzone che vuole essere simbolo di libertà, speranza e pace interiore.
In Slovenia, intanto, si aspetta e ci si prepara al ritorno al governo del centrodestra. La strategia della società civile organica al centrosinistra sarà, come accaduto in passato durante i governi Janša, sempre quella: invaderanno le piazze con la loro protesta, riaccenderanno con ancora più vigore il nome di Tito nella notte, celebreranno la Resistenza e si mobiliteranno ancora di più per la Palestina.
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