Croazia, morti di confine

In Croazia non passa settimana che non vengano segnalati ritrovamenti di corpi di donne e uomini migranti. Attivisti e ricercatori denunciano una violenza strutturale e subdola che opera attraverso la criminalizzazione della libertà di movimento e della solidarietà

05/06/2026, Tamara Opačić
Il fiume Kupa, dove sono stati recuperati di recente alcuni corpi - Goran_Safarek/Shutterstock

Il fiume Kupa, dove sono stati recuperati di recente alcuni corpi – Goran_Safarek/Shutterstock

Il fiume Kupa, dove sono stati recuperati di recente alcuni corpi © Goran_Safarek/Shutterstock

(Originariamente pubblicato da Novosti)

“Riuscite a immaginare una casa senza porte e finestre? Una casa senza tetto? Un intero villaggio senza elettricità, e tutt’intorno solo macerie e sofferenza… Così è la vita in Sudan da tempo ormai. La mia famiglia semplicemente non poteva più sopravvivere lì”, racconta Mohamed Badorsh.

Mohamed vive in Scozia da quindici anni. È padre di due figli, e al solo nominarli un ampio sorriso illumina il suo volto. È per loro, dice, che si impegna così tanto e lavora sodo come autista.

Raggiungere l’Europa, ricorda Mohamed, non era facile nemmeno quindici anni fa. Ma chi intraprendeva quel viaggio almeno sapeva di potersi aspettare di ritrovare una qualche dignità percorrendo rotte sicure. Chi oggi fugge dal Sudan, dove la guerra civile è esplosa nuovamente nel 2023, non ha più queste certezze.

Stando ad alcune stime, oltre centocinquantamila persone hanno perso la vita nel conflitto in Sudan, compresi i morti per fame, malattie e altre conseguenze della guerra. Mohamed lo sa per esperienza diretta, essendo stato costretto a recarsi di recente in Croazia per recuperare la salma di un suo cugino, Awad Ahmed.

L’ennesima tragedia

Awad, vent’anni, viaggiava con un gruppo di una trentina di persone stipate nel retro di un camion cercando di raggiungere la Slovenia e poi i parenti sparsi per l’Europa, partendo dalla Bosnia Erzegovina e passando per la Croazia. Lo scorso 3 maggio, la polizia croata ha ritrovato il corpo senza vita di Awad e quelli di altri tre giovani nel comune di Netretić. Altri due uomini, in gravissime condizioni, sono stati trasferiti in un ospedale a Karlovac.

“Awad è prima fuggito in Egitto, da dove si è diretto in Libia, poi ha attraversato il mare per raggiungere la Grecia. Ha percorso gran parte del tragitto a piedi, e il suo obiettivo era arrivare in Gran Bretagna. I suoi familiari più stretti vivono ancora in Sudan, ed è per loro che mio ​​padre ed io vogliamo fare tutto il possibile, pregare per Awad e dargli una degna sepoltura lì”, spiega Mohamed.

La polizia ha concentrato le proprie risorse sulla ricerca del trafficante, una persona di cittadinanza diversa da quella croata, che ha trasportato i migranti e poi li ha abbandonati a Donje Prilišće, dove il fiume Kupa segna il confine con la Slovenia. Nel frattempo, la maggior parte dei familiari si è adoperata per rimpatriare le salme nei paesi d’origine delle vittime, nello specifico in Sudan ed Egitto.

La famiglia di Hassan Ali Ishaq Ali (che aveva ventiquattro anni al momento della tragedia) ha invece deciso di seppellirlo a Karlovac. Per l’occasione, lo zio di Hassan, Amer Khamis, è arrivato dalla Gran Bretagna, e il cugino Sadam dalla Francia. Più di dieci anni fa, Sadam, all’epoca minorenne, aveva percorso quasi lo stesso tragitto del defunto Hassan.

“I tempi sono evidentemente cambiati. Non capisco perché tutto debba finire in questo modo”, dice Sadam mentre ci ripariamo da un forte acquazzone prima dell’inizio del funerale.

Nel cimitero di Santa Dorotea a Karlovac, si sono riuniti i sudanesi che vivono in Croazia da decenni. Erano arrivati ​da studenti all’apice del Movimento dei paesi non allineati. Pur non conoscendo il defunto, sono venuti al funerale – come affermano loro stessi – per esprimere solidarietà, un valore profondamente radicato nella cultura sudanese. In fuga dalla guerra in corso, i loro connazionali, così come altri migranti, muoiono sempre più spesso lungo la rotta balcanica.

Il bilancio nero del 2026

Due migranti sono morti in un incidente stradale sull’autostrada A3 tra Novska e Okučani. Sei sono annegati nel fiume Kupa. Una persona è morta in seguito al ribaltamento di un’imbarcazione nel fiume Una, vicino a Kostajnica. Due corpi sono stati ritrovati nella foresta vicino a Soljani, e nei giorni successivi un altro galleggiante nella Sava, vicino a Prud. Una donna priva di sensi è stata trovata nella zona di Staro Selo Topusko. Quattro persone sono state ritrovate nel fiume Mrežnica e altrettante sono morte per asfissia nella zona di Netretići.

Questo il drammatico bilancio dall’inizio dell’anno in Croazia, dove non passa quasi una settimana, e ultimamente non passa giorno che non vengano segnalati ritrovamenti di corpi di uomini e donne migranti. Nella sola contea di Karlovac, all’inizio di maggio sono stati rinvenuti dieci corpi. La maggior parte dei migranti è morta per annegamento nei fiumi.

Marijana Hameršak, ricercatrice dell’Istituto di etnologia e studi sul folklore di Zagabria, spiega che le morti ai confini sono indissolubilmente legate alle politiche di controllo delle frontiere. Se i controlli non fossero così severi, non ci sarebbe bisogno di attraversamenti di frontiera pericolosi.

“Inoltre, i morti ai confini non sono solo vittime collaterali, ma una conseguenza prevedibile e talvolta un elemento del controllo delle frontiere”, afferma Hameršak. “Del resto, è stato Davor Božinović, ministro dell’Interno croato, a dichiararlo apertamente qualche anno fa”.

“Riferendosi alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso della morte della piccola Madina Hussiny, il ministro ha affermato: ‘Finché la questione non sarà risolta a livello dell’Unione europea, nessuno potrà escludere il ripetersi di incidenti analoghi’. Così la leadership politica ha messo in chiaro che i controlli vengono effettuati anche a costo di ‘incidenti’, ovvero che i morti sono parte integrante della politica migratoria”, denuncia la ricercatrice.

Nel dibattito pubblico, anche in Croazia, la responsabilità per i morti ai confini viene sempre più spesso attribuita ai trafficanti senza scrupoli, alla crudeltà della natura e persino gli stessi migranti che, nell’istante della morte – come spiega Hameršak – si trasformano da pericolosi criminali e minacce in vittime ingenue e superficiali.

“In questo spettacolo, le morti ai confini vengono presentate come eventi isolati, incidenti, tragedie, e lo stato si comporta come un osservatore preoccupato, nonostante sia proprio il regime di controllo a costringere le persone a percorrere rotte pericolose”, commenta Hameršak. “È una fallacia logica dove il controllo delle frontiere, anziché come la causa della morte, viene presentato, esplicitamente o implicitamente, come un mezzo per salvare vite umane o prevenire i decessi”.

Al momento della stesura di questo articolo, il ministero dell’Interno non ha risposto alle nostre ripetute richieste di informazioni, tra cui quelle relative al numero e alle cause di morte di rifugiati e altri migranti nel territorio della Repubblica di Croazia.

I dati più completi sono quelli raccolti nel corso degli anni da ricercatori e attivisti nel cosiddetto “Database 4D” [deceased, disappeared, detained – documenting migrant trail in the Balkans], che conta un totale di 173 vittime in Croazia dal 2015 ad oggi. Il numero effettivo è indubbiamente più alto.

Stando ai dati raccolti, l’anno peggiore è stato il 2024 (almeno 26 decessi), mentre nel 2026, fino al 12 maggio, sono stati registrati 21 decessi.

Marijana Hameršak, che collabora alla creazione del “Database 4D”, afferma che oggi raramente si muore ai confini per violenza diretta, utilizzo di armi da fuoco, proiettili di gomma e simili. “La violenza, tuttavia, è molto presente, ma non in una forma letale diretta, bensì in forme di violenza strutturale. A differenza della violenza diretta, i responsabili della violenza strutturale non possono essere chiaramente identificati. Questa violenza è ‘silenziosa e invisibile’, opera attraverso la criminalizzazione della solidarietà, del movimento e della libertà di vivere, e attraverso la delega della violenza alla natura, a circostanze sfortunate o ad altri stati, lontani dai centri per conto dei quali viene perpetrata. Questi sono – come li definisce il ricercatore Maurizio Albahari – crimini di pace”.

L’illegalizzazione, il sistema dei visti, il filo spinato, la paura di persecuzioni ed espulsioni spingono i rifugiati a nascondersi. In particolare, in Croazia, questi strumenti di controllo delle frontiere costringono le persone a nascondersi sui tetti dei treni, sotto gli autobus e i camion, sul fondo di container e frigoriferi, nei campi minati, tra foreste e montagne, lungo i fiumi.

“L’esposizione mirata o indiretta ai pericoli e agli elementi della natura è ulteriormente garantita e amplificata dalla passività [delle istituzioni], cioè dall’inazione, dall’abbandono, dalla mancata azione di soccorso. Si tratta di una forma di violenza subdola, o della cosiddetta violenza lenta, che agisce gradualmente, nell’ombra e dispersa nel tempo e nello spazio, e le cui conseguenze possono essere fatali”, spiega Hameršek.

“In questo modo, in ultima analisi, nei regimi di controllo delle frontiere contemporanei, il confine tra uccidere e lasciare morire si fa labile. In altre parole, si offusca il fatto che le morti alle frontiere non siano incidenti inaspettati o straordinari. Sono parte integrante dell’attuale regime di controllo basato su pregiudizi razziali, restrizioni sui visti e criminalizzazione della libertà di movimento”, denuncia la ricercatrice.

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