Georgia, l’università che lotta contro la riforma dell’istruzione
Nuove norme volute dal governo georgiano rischiano di ridurre ulteriormente gli spazi di autonomia per le università del Paese. Tra chi si oppone c’è Tamta Khalvashi e i suoi colleghi e studenti dell’Università Ilia: l’abbiamo intervistata

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Vista del parco Vake a Tiblisi. L'edificio giallo sulla sinistra ospita l'Università Statale Ilia (foto: © Shyshko Oleksandr/Shutterstock)
La riforma dell’istruzione in corso in Georgia non interessa solo il mondo della scuola e dell’università. Secondo i critici, infatti, si tratterebbe di un ulteriore tassello nell’operazione di accentramento del potere portata avanti dal governo guidato da Sogno Georgiano (che ha già fatto passare leggi controverse in tal senso, come quelle sugli agenti stranieri): attraverso la riforma, la libertà degli istituti che ancora mantengono un certo grado di indipendenza verrebbe limitata.
Anche per questo nel Paese si sono verificate polemiche e proteste, soprattutto in ambito universitario. In particolare l’Università Statale Ilia, che si trova a Tbilisi ed è uno dei più importanti centri di ricerca della Georgia, si è posta nelle ultime settimane come baluardo dell’opposizione alla riforma. Sono stati promossi dibattiti, organizzate manifestazioni e redatti appelli sottoscritti anche da personalità dall’estero. Ne abbiamo parlato con Tamta Khalvashi, professoressa di antropologia presso l’Università Statale Ilia.
Quali conseguenze avrebbe la riforma per il vostro istituto?
L’iniziativa di Sogno Georgiano si basa sul principio “una città, una facoltà”: se nello stesso luogo esistono due corsi universitari sulla medesima disciplina, uno dei due dev’essere eliminato. Il corso può rimanere attivo solo presso l’università che insegna quella disciplina da più tempo o che storicamente vi è stata associata.
L’Università Ilia sarebbe la più colpita da questa norma: il 92% dei nostri corsi in campo umanistico e nelle scienze sociali o naturali – programmi che, secondo diverse classifiche, hanno molto successo – verrebbe chiuso [perché in sovrapposizione con l’altra università statale presente a Tbilisi, la TSU, ndr].
In sostanza, verrebbe abolito l’intero ateneo. Rimarrebbe solo il programma di pedagogia, ma anche in questo caso la nostra università non potrebbe più offrire la stessa qualità né produrre lo stesso tipo di contenuti che oggi riesce a diffondere grazie all’impostazione collaborativa e interdisciplinare che abbiamo adottato.
La realtà – mi sento di dirlo con convinzione, anche se suona ambizioso – è che l’Università Ilia rappresenta una degli ultimi bastioni di pensiero critico in Georgia; è per questo che intendono colpirla.
Come sta reagendo il corpo docenti?
Non conosco nessuno che approvi davvero questi sviluppi. Persino le persone che hanno un orientamento filogovernativo sono devastate: non si aspettavano che il governo potesse di fatto abolire l’intero ateneo senza nemmeno consultare nessuno, senza coinvolgere professori o altre persone del mondo accademico nel processo decisionale. Né ora ascoltano le nostre argomentazioni e rimostranze: stanno smantellando intere carriere e opportunità accademiche semplicemente sulla base di un testo di riforma che è composto da sole quattro pagine!
Il contesto è quello del sempre maggiore autoritarismo verso cui sta scivolando la Georgia. Al momento ci sono oltre cento prigionieri di coscienza: scrittori, attori, ricercatori e studenti che non hanno fatto altro che scendere in piazza per chiedere uno stato democratico. Il governo ha emanato una serie di leggi pensate per limitare la libertà delle organizzazioni della società civile: la riforma dell’istruzione va vista dentro questo percorso. Se dovesse raggiungere i suoi obiettivi, è probabile che poi si passerà ai pochi media indipendenti che ancora stanno in piedi.
Però state riuscendo ad animare delle proteste, no?
La riforma dell’istruzione è nella fase iniziale, per ora tocca solo le università statali. Fatta eccezione per l’Università Ilia, questi istituti sono in realtà già sotto controllo governativo. I rettori non vengono eletti internamente, ma dipendono da nomine politiche e sono spesso figure di partito o comunque affiliate con Sogno Georgiano.
In quei contesti i professori o gli studenti che si oppongono alla riforma o non condividono la direzione intrapresa fanno fatica a fare sentire la propria voce; una minoranza si è unita alle nostre manifestazioni. Al contrario qui all’Università Ilia abbiamo potuto eleggere noi la nostra rettrice, Nino Dorbojinidze, che si sta impegnando per proteggere i corsi minacciati e si è unita nella lotta contro la riforma.
Ma dall’altra parte c’è un muro. Al momento i nostri sforzi si concentrano sul coinvolgimento delle persone – sia dentro il nostro istituto che altrove – che rimangono passive o in silenzio. Le proteste vanno avanti da oltre un anno, assieme alla repressione, e una buona fetta di popolazione è ormai esausta e disillusa rispetto alla direzione che sta prendendo il Paese. Perciò la priorità ora è allargare il bacino di chi è disposto ad attivarsi e a prendere posizione.
I partiti di opposizione rappresentano degli interlocutori?
La situazione è piuttosto complicata, perché molti leader dell’opposizione sono finiti in carcere e i partiti sono frammentati, deboli e, credo, privi di un grosso sostegno da parte della società.
Ma esistono altre realtà politiche emergenti con cui siamo in dialogo e collaboriamo. Per esempio il Movimento per la Socialdemocrazia, che è stato fondato circa un anno fa ed è composto da “volti nuovi” provenienti principalmente dall’ambiente accademico, oppure il Movimento Piazza della Libertà [nato nel 2024, ndr]. Per ora i nostri rapporti si limitano soprattutto a condividere opinioni e idee su quanto sta succedendo in Georgia, ma a volte riusciamo anche a organizzare proteste e cortei insieme.
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