L’Europa sull’orlo di misure in stile ICE nel suo piano di espulsioni

Nel nuovo Regolamento potrebbe entrare un articolo che permetterebbe alla polizia di perquisire case e sedi di ONG alla ricerca di persone da rimpatriare, senza precisazioni sulla necessità di un mandato. “Si va a creare un sistema parallelo a metà fra il diritto amministrativo e penale, semplicemente in ragione dello status migratorio”, è l’allarme lanciato da Silvia Carta, advocacy officer presso PICUM

04/03/2026, Federico Baccini Bruxelles
Centro migranti © Commissione Europea

Centro migranti © Commissione Europea

Centro migranti © Commissione Europea

Le immagini arrivate dall’altra parte dell’Atlantico degli agenti dell’ICE (il Servizio immigrazione e dogana degli Stati Uniti) che a Minneapolis arrestavano brutalmente persone sospette di soggiornare in modo irregolare nel Paese, tendevano trappole trattenendo i bambini e uccidevano a sangue freddo cittadini statunitensi hanno scosso anche l’opinione pubblica europea.

L’allarme è cresciuto in modo esponenziale di fronte al rischio che quella diventata ormai una milizia al servizio della Casa Bianca potesse mettere piede in Europa durante i Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina.

“In Europa non vogliamo persone che ignorino i diritti umani ed eludano il controllo democratico. La nostra Unione, i nostri valori, le nostre regole”, è stato il grido sollevato dalle forze progressiste a Bruxelles.

Sono però gli stessi partiti europei centristi – dai popolari ai liberali, con il tentennamento preoccupante dei socialisti – a spingere per una stretta sulla politica migratoria che, come denunciano oltre cento organizzazioni della società civile, potrebbe portare a “strumenti di controllo in stile ICE” anche sul territorio dei 27 Paesi dell’UE.

Raid delle forze dell’ordine in spazi pubblici e abitazioni private per cercare persone migranti prive di documenti, sorveglianza tecnologica, raccolta di massa dei dati personali, obblighi di segnalazione per i cittadini europei, profilazione e discriminazione delle comunità vittime di razzismo.

“Si passerebbe ancora di più a un principio di ‘due paesi e due misure’ rispetto alle norme e garanzie applicabili alle persone migranti rispetto a quelle che hanno una cittadinanza europea”, avverte Silvia Carta, advocacy officer a PICUM, una rete europea di organizzazioni che si occupano dei diritti delle persone migranti prive di documenti, in un’intervista per OBCT.

“Si va a creare un sistema parallelo, che è a metà fra il diritto amministrativo e il diritto penale, semplicemente in ragione dello status migratorio”.

Il tutto potrebbe concretizzarsi presto con il via libera definitivo alla proposta del Regolamento sui rimpatri, l’ultimo pezzo di legislazione europea in materia di migrazione e asilo che solleva preoccupazioni e questioni di dubbia coerenza con i dichiarati valori dell’UE di rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto.

Un Regolamento quantomeno controverso

“È molto ampia la serie di preoccupazioni, a partire dalle misure di identificazione delle persone da inserire nella procedura di rimpatrio, perché si tratterebbe della prima volta che viene codificato nel diritto dell’Unione europea”, spiega Carta, parlando dei punti più controversi del Regolamento proposto dalla Commissione europea nel marzo 2025 e ora in dirittura di arrivo nel processo legislativo.

Il Consiglio dell’UE – l’organo che rappresenta i 27 governi nazionali – ha già adottato la sua posizione negoziale nel dicembre 2025, mentre ci si attende che il Parlamento adotti la sua a inizio marzo.

Già nella proposta della Commissione si nota “un rafforzamento del legame fra la fine del soggiorno regolare e la decisione di rimpatrio”, previsto dal Patto migrazione e asilo che entrerà ufficialmente in vigore dal prossimo 12 giugno. Ora si aggiungerebbe l’obbligo di fornire subito la decisione automatica di rimpatrio alla fine del soggiorno regolare, piuttosto di un rinnovo.

Come avverte l’advocacy officer di PICUM, “questo andrà a velocizzare l’identificazione come ‘persona da deportare’, rendendo dunque più difficile l’accesso ad altre possibilità per regolarizzare la propria residenza” una volta che scade il permesso di soggiorno.

Sia la posizione del Consiglio sia quella che emerge al momento dai compromessi negoziali del Parlamento vanno a “peggiorare questa connessione”, considerato il fatto che la decisione di rimpatrio può essere data anche “a persone che hanno potenzialmente delle barriere rispetto al fatto di poter essere deportate”, o perché non ci sono le condizioni materiali o per preoccupazioni sul piano del principio di non-respingimento.

La conseguenza è che “chiunque potrebbe avere una decisione di rimpatrio”. Le statistiche sulle decisioni di rimpatrio inevitabilmente aumenterebbero, “gonfiando il fenomeno, visto che l’argomento è sempre quello che non si rimpatriano abbastanza persone”, prevede ancora Carta.

Un altro elemento di grossa preoccupazione riguarda l’espansione del numero di Paesi dove le persone possono essere deportate, dopo gli emendamenti dei concetti di Paese di origine sicuro e di Paese terzo sicuro che hanno “un chiaro legame con questo Regolamento”.

Tutte le persone che verranno dichiarate inammissibili su quella base potranno poi essere deportate negli stessi Paesi che sono stati dichiarati sicuri rispetto al loro caso. “Si possono dare decisioni di rimpatrio senza avere nemmeno in mente un Paese e deciderlo in un secondo momento”, ignorando completamente che la persona possa tornare in un Paese che conosce o dove ha un legame.

Tutto questo potrà succedere “al netto dei nuovi accordi e dei return hubs, che sono definiti in maniera molto ampia”, ricorda ancora Carta, parlando dei centri collocati al di fuori del territorio dei 27 Paesi membri dell’UE dove le persone la cui domanda di asilo è stata respinta potrebbero essere inviate prima del rimpatrio.

Secondo la proposta di Regolamento sarà un accordo specifico tra un governo dell’UE e un Paese terzo disposto ad accogliere uno o più di questi centri – presumibilmente di detenzione o di semi-restrizione del movimento – a dover stabilire le “modalità di trasferimento e le condizioni per il periodo di permanenza”, che potrà essere “a breve o a lungo termine”, specifica il testo legislativo.

E poi c’è la questione delle misure punitive, con l’espansione della detenzione per chi viene considerato restio a cooperare con le procedure di rimpatrio.

“È una definizione molto ampia”, mette in chiaro l’advocacy officer di PICUM, fornendo un esempio chiaro di cosa potrebbe essere considerata ‘non cooperazione’: “Basterebbe che una persona non abbia i documenti e sia ritenuta non in buona fede”.

Verso un’ideologia di criminalizzazione

A rendere il quadro ancora più oscuro è un articolo (il 23a) della posizione negoziale del Consiglio, che riguarda le misure di investigazione e che è riflesso in alcuni emendamenti alla posizione del Parlamento sull’inclusione obbligatoria di misure di individuazione, presentati da un arco che va dai liberali all’estrema destra.

Carta avverte che si tratta della “questione forse più preoccupante”, perché il modo in cui questo articolo è stato scritto “è estremamente vago e ampio”. Non solo per il fatto che, “almeno in teoria, non c’è niente che prevenga la possibilità di entrare nelle case per andare a cercare persone senza documenti”, ma anche perché – se lo si compara alle garanzie nell’ambito di un processo penale – “non sono nemmeno chiare le norme sulla necessità di avere un mandato” dell’autorità giudiziaria.

Oltre alle abitazioni private, i raid sarebbero contemplati anche nei cosiddetti ‘luoghi rilevanti’, che in sostanza si tratterebbe di “rifugi, sedi di ONG e così via”.

Come accusano le oltre cento organizzazioni della società civile europea, “le misure di individuazione creano paura, discriminazione e persecuzione e rompono i legami sociali e le comunità”.

Per esempio, dissuadono le persone dall’accedere ai servizi di base – assistenza sanitaria, istruzione, servizi sociali – non danno vie d’uscita a chi si trova in situazioni di violenza, sfruttamento e abuso, consentono la profilazione e la discriminazione sistematica, e violano i diritti fondamentali alla privacy e alla protezione dei dati.

In altre parole, invece di promuovere la protezione dei diritti fondamentali per tutte le persone che si trovano sul suo territorio – come previsto dai Trattati fondanti – “l’UE sta per codificare un’ideologia di criminalizzazione che prende di mira le persone semplicemente a causa della loro situazione amministrativa”, è l’avvertimento contenuto nella dichiarazione congiunta, che esorta una mobilitazione politica e sociale a livello europeo.

“L’Europa sa dalla propria storia dove possono portare i sistemi di sorveglianza, di capro espiatorio e di controllo”.

A confermarlo è la stessa advocacy officer di PICUM, riferendosi alla presenza nel testo di tutta una serie di eccezioni introdotte sulla base della presenza sul territorio di persone che vengono considerate potenziali rischi per la sicurezza.

“Sono eccezioni estremamente ampie, che hanno conseguenze associabili al diritto penale, ma che sono basate non sulle azioni ma sullo status amministrativo della persona”.

E ora?

Con il mandato negoziale dei 27 governi già pronto da mesi – con tutti i suoi rischi associabili a quanto accaduto negli Stati Uniti – si attende solo che il Parlamento europeo approvi la sua posizione in vista dei cosiddetti ‘triloghi’ (i negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione da cui uscirà la legislazione definitiva).

Secondo quanto si apprende da fonti europee a Bruxelles, il voto in commissione per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) potrebbe tenersi dopo alcuni slittamenti il 9 marzo, appena prima dell’inizio della prossima sessione plenaria del Parlamento europeo.

Potrebbe non essere nemmeno necessario il passaggio dal voto dell’intera Aula di Strasburgo, a meno che non venga richiesto da un gruppo politico o da un decimo degli eurodeputati.

In quel caso, la votazione (che richiede la maggioranza semplice per l’approvazione) potrebbe essere messa in programma alla sessione plenaria del 9-12 marzo, con l’obiettivo di dare il via libera definitivo alla posizione del Parlamento e avviare immediatamente i negoziati interistituzionali. La prospettiva è di triloghi molto rapidi, se i due punti di partenza saranno effettivamente molto simili.

“Quello che abbiamo visto nei compromessi iniziali è che si va verso una linea molto dura anche in Parlamento”, spiega Carta. Il Partito popolare europeo “domina nei compromessi”, mentre il relatore Malik Azmani (olandese liberale di Renew Europe) “ha preso in considerazione il linguaggio dei Conservatori e riformisti europei”.

Con il fronte che dai liberali va fino all’estrema destra pronto a mettere il timbro a un Regolamento che sdogana l’espressione “soggiorno illegale”, i numeri per una maggioranza ci sono già, con o senza i socialisti.

Eppure, proprio dal gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici (S&D) “vediamo molta confusione”, aggiunge Carta. “Non stanno cercando di chiamarsi fuori, anzi tutto il contrario, sperano di rimanere parte dei compromessi ma senza fare nulla per fare la differenza”.