Madri e figli di Theodor Kallifatides
Tra memoria e radici, Theodor Kallifatides torna a raccontare la Grecia che non ha mai smesso di abitare la sua scrittura, nonostante una vita trascorsa in Svezia. In Madri e figli, emerge una storia familiare tra identità, esilio e appartenenza

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Monemvasia, Peloponneso, Grecia © Nataliya Nazarova / Shutterstock
Lo scrittore Theodor Kallifatides vive in Svezia da più di sessant’anni, dopo esserci emigrato all’età di 26 anni dalla Grecia, dove è nato nel 1938. Ma i temi dei suoi romanzi, almeno di quelli, finora quattro, editi in Italia e tutti originariamente scritti in svedese, riguardano sempre il suo paese d’origine.
Sfondo autobiografico
L’ultimo è “Madri e figli”, edito da Voland, per la traduzione di Carmen Giorgetti Cima, che già aveva tradotto il suo precedente “Una vita, ancora”, pubblicato sempre da Voland (gli altri sono “L’assedio di Troia”, edito da Solferino, una rivisitazione dell’Iliade trasporta in un paese del Peloponneso occupato dai tedeschi, e il più recente “Contadini e signori”, sullo stesso tema dell’occupazione tedesca, edito da Crocetti).
Sono tutti romanzi che partono dall’esperienza dell’autore che visse nel suo paese natio del Peloponneso, Malaoi, l’occupazione tedesca, durata ben quattro anni, soffrendo il lungo arresto e le torture del padre che per una fortunata circostanza, raccontata proprio in quest’ultimo “Madri e figli”, si salvò dalla fucilazione.
Anche se già “Una vita, ancora” portava, più dei due romanzi a sfondo storico, le stimmate dell’autobiografia, “Madri e figli” possiamo, più di altri, definirlo autobiografico. Kallifatides racconta infatti, quasi in una trasposizione diaristica, alcuni giorni vissuti ad Atene in compagnia della madre che lo scrittore è venuto a trovare dalla svedese Bungenäs.
Grecità
Il romanzo conferma l’importanza che le radici famigliari hanno nella vita di ciascuno di noi. Kallifatides lo fa rivivendo la vita dei suoi genitori, quella del padre, un greco del Ponto, fuggito, con oltre un milione di greci della regione e dalla città di Trebisonda in particolare, alle persecuzioni turche per riparare, all’inizio degli anni Venti, in una Grecia che si rivelerà matrigna per come li accoglierà, spesso lasciando queste persone con il marchio di “profugo dal Mar Nero”.
“Un greco cui non era consentito di essere un vero greco”, come lascerà scritto il padre in un memoriale che il figlio riporterà integralmente a brani, alternati al racconto dei suoi momenti con la madre. Una donna con il marchio di quella grecità che, quanti hanno avuto la fortuna famigliare di penetrare nel tessuto più intimo di questo popolo, ti lascia il segno per sempre. Emergono dal racconto, infatti, tanti particolari che lasciano emergere l’atavica personalità propria di una cultura che è difficilmente addomesticabile, nonostante le occupazioni che hanno caratterizzato questo paese.
Basti solo pensare alla lunga e pesante dominazione ottomana e poi a quella nazifascista, più breve ma non meno intensa, così come alle diverse dittature che, anche in anni più recenti, l’hanno attraversata, sempre uscendone intatta nello spirito propriamente greco che è uguale dovunque dall’Epiro al Peloponneso, dall’Attica alla Tracia alle isole sparse tra Ionio ed Egeo. Una realtà identitaria diversa da quella italiana dove a prevalere è il campanile. Vale per le tradizioni, la cucina, la musica, le danze, i rapporti interpersonali.
Parità di genere
C’è tutto questo in “Madri e figli”, al di là delle storia personale dei protagonisti, l’autore stesso, che racconta in prima persona, della madre, sposata al padre, un vedovo di trent’anni più vecchio di lei, del fratello consanguineo e di quello germano, figlio della prima moglie del padre; c’è la cucina con quei cibi che non hanno un valore solo gastronomico, ma simbolico, penso alle loukoumades, tipico dolce mattutino, di cui Kallifatides si rivela goloso e nostalgico, così come dei kourambiedes, da portare in viaggio e, quindi, in dono alla moglie svedese, Gunilla.
Poi ci sono cose che fanno sorridere, come l’imbarazzo della madre per il figlio, ormai abituato a un’altra cultura, che, vedendola stanca, le propone – cosa inaudita per la donna greca – di lavare lui i piatti. “A casa in Svezia lavo i piatti, faccio il bucato e le pulizie, stiro le mie camicie e anche quelle di mia moglie”, racconta Kallifatides.
“La prima volta che lo raccontai alla mamma lo feci nella convinzione che mi avrebbe lodato. Invece fu sul punto di svenire per la sorpresa. Non ebbe nemmeno la forza di commentare ma si limitò a scuotere il campo come domandandosi cosa mai la vita avesse ancora in serbo per lei. A casa sua, infatti, non ho il permesso di fare niente del genere”.
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