L’architettura come progetto di società, il mare come spazio di libertà

Per Giancarlo De Carlo, architetto e intellettuale, l’architettura si fonda sulla connessione profonda tra lo spazio fisico e le persone che lo abitano. Compreso il mare inteso come spazio di libertà. Una mostra a Parigi ne celebra i lavori a venti anni dalla scomparsa

27/02/2026, Fabio Fiori
Blue Moon - foto di Roberta Morelli

Blue Moon – foto di Roberta Morelli

Blue Moon - foto di Roberta Morelli

Vent’anni fa moriva Giancarlo De Carlo, architetto e intellettuale tout court. Perché De Carlo ha sempre progettato e scritto senza mai dimenticare il portato politico, l’indispensabile relazione con la società, in tutte le sue articolazioni.

Architetto, urbanista, saggista è nato a Genova nel 1919 e vissuto da ragazzo anche a Livorno e Tunisi, laureato allo IUAV di Venezia nel 1949. Aggiungete che era figlio di un ingegnere navale e che aveva frequentato l’accademia della marina militare a Livorno per essere poi imbarcato.

Diventa quindi facile immaginare il legame tra questo grande architetto anarchico e il mare, anche come spazio libertario. Un mare che è anche l’Adriatico nella relazione con tre sue importanti opere, molto diverse ma tutte caratterizzate da una relazione stretta tra l’uomo e l’ambiente.

Ma prima di raccontare i tre lavori studiati e documentati nella mostra intitolata L’architecture comme projet de société (finissage il 28 febbraio 2026), allestita nella prestigiosa École nationale supérieure d’architecture – ENSA de Paris-Belleville è necessario dedicare qualche riga alle sue idee rivoluzionarie.

Per Giancarlo De Carlo, l’architettura si fonda sulla connessione profonda tra lo spazio fisico e le persone che lo abitano, si legge nel manifesto/pieghevole scritto dalla curatrice Roberta Morelli, ingegnere edile di formazione e dottore di ricerca in Composizione Architettonica, professore associato all’ENSA, che mi accompagna in un viaggio nel tempo e nello spazio.

“Distinguere i mezzi e i fini, diceva sempre De Carlo con piglio anarchico. Anche se lui non lo è stato per tutta la vita. La sua è una traiettoria guidata dall’emancipazione”, mi dice la curatrice.

De Carlo intende l’architettura come un fatto eteronomo e non autonomo. Si dissocia dai colleghi che rivendicano l’autonomia della disciplina, atteggiamento che diventa spesso autoreferenziale, ma teorizza e pratica un’architettura che dipende ed è influenzata dalla società. Tenendo conto delle condizioni reali. De Carlo denunciava un errore fondamentale legato al chiedersi solo il come delle cose e mai il perché. Già negli anni Sessanta invita a porsi la domanda del perché, per ritrovare le ragioni e il senso del fare.

“È la società che fa l’architettura”, ricorda Morelli rilanciando il pensiero di De Carlo.

Un architetto a cui interessava la storia, “perché mi aiuta a comprendere il presente e a individuare i ritmi e le cadenze che mi consentono di immaginare cosa potrebbe accadere in futuro”, scriveva nel 1992.

Altrettanto importante era l’attenzione all’ambiente, in tempi di sviluppo senza progresso, citando un aforisma pasoliniano. In una Parigi che all’apparenza, e nella sostanza, è incredibilmente migliorata negli ultimi dieci anni per quanto riguarda la circolazione pedonale e ciclabile oltre che per il verde pubblico. Ma Roberta sottolinea che i problemi abitativi sono enormi. Con difficoltà legate alla speculazione immobiliare e alla dilagante gentrificazione. Ecco quindi che riflessioni, modalità e realizzazioni di De Carlo rimangono di straordinaria attualità.

Queste idee si specchiano anche nell’Adriatico, a partire dalla Colonia SIP di Riccione (1960), progettata in maniera antitetica ai modelli precedenti mussoliniani. Per De Carlo lo spazio doveva essere a misura di bambino, delle sue caratteristiche e libertà. Emblematiche sono le scelte fatte riguardanti le piccole dimensioni delle piante degli spazi comuni e le diverse altezze delle camere.

Altezze diverse per permettere a tutti di vedere il mare dalla finestra, esplicitando idee libertarie anche attraverso la dimensione visiva con l’orizzonte. La Colonia SIP è stata concepita come un complesso educativo e sociale, in cui l’apprendimento avviene anche attraverso un’attenta organizzazione dello spazio abitativo, si legge nel bel pieghevole che è anche un poster con l’immagine della colonia oggi, nelle foto di Luc Boegly che, insieme al bel lavoro video di Arnold Pasquier e a quello degli studenti, arricchisce la mostra.

Colonia SIP - Foto di Roberta Morelli

Colonia SIP – Foto di Roberta Morelli

La Colonia SIP, poi ENEL, chiusa definitivamente negli anni Novanta, è oggi allo stato di rudere. Un relitto architettonico che è anche in qualche modo metafora di un naufragio della relazione tra architettura e società.

Vent’anni dopo De Carlo torna in riva all’Adriatico con il Piano per le case popolari di Mazzorbo (1979-1987), una piccola isola agricola dell’arcipelago veneziano. Lì mette al centro del suo progetto residenziale la famiglia e le sue abitudini lagunari, con un’attenta rivisitazione di alcune particolarità architettoniche e urbanistiche. Emblematica è l’apertura di un canale di servizio alle nuove case, in un tempo in cui a Venezia i rii spesso si interravano. L’acqua è al contrario per De Carlo elemento indissolubile all’abitare, in un ambiente fragile che richiede cura e attenzione.

Ultimo in ordine di tempo, in questo excursus decarliano sull’Adriatico, ma non ultimo per portato politico e scelte architettoniche è lo stabilimento balneare pubblico di Lido di Venezia, Blue Moon (1995-2002). Un progetto unico, con tratti audaci, semiabbandonato per anni e al centro di un dibattito cittadino che sembra voler invertire la rotta, rispetto gratuità del mare. Basti dire che dal 2019 non è più spiaggia libera, ma dato in concessione a Venezia Spiagge S.P.A..

Più in generale la mostra, che ha innanzitutto Urbino come perno urbanistico e architettonico in relazione alle tante opere realizzate da De Carlo, è un invito ad attualizzare criticamente le sue idee.

Senza mai dimenticare che “Sembra venuto il momento di girare il cannocchiale col quale è stato osservato il fenomeno ambientale finora. Sino a oggi (a partire dagli ultimi tre secoli; prima era diverso) l’ottica è stata puntata sulla città – come insieme di manufatti e sistemi di circolazione – e si è continuato a guardare di sfuggita allo sfondo, costituito dalla campagna, il paesaggio, l’ambiente naturale. Solo di recente, l’osservazione dello sfondo è diventata più attenta, ma sempre sfondo è rimasto e perciò sfuocato e scarsamente significante”, scriveva nel 1991, un anno prima della Conferenza di Rio sull’Ambiente, snodo fondamentale per la sensibilità ambientale in Occidente, con tutte le sue contraddizioni.

Uno sfondo che in Italia è innanzitutto marino, uno sfondo che non può essere mercificato sotto la bandiera della “riqualificazione del waterfront” ma che deve tener conto innanzitutto del watersoul, dell’anima e del canto del mare e delle sue genti.

PS

Per chi voglia approfondire, anche visivamente, la relazione tra Giancarlo De Carlo e l’Adriatico, non mancano i materiali in rete, tra cui in ordine cronologico:

https://censimentoarchitetturecontemporanee.cultura.gov.it/scheda-opera?id=1229

https://censimentoarchitetturecontemporanee.cultura.gov.it/scheda-opera?id=1259

https://atlantearchitetturacontemporanea.cultura.gov.it/stabilimento-blue-moon/