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L'aeroporto di Tbilisi

Tbilisi dopo la guerra di agosto attraverso le voci dei suoi abitanti. Riceviamo e volentieri pubblichiamo una nuova puntata del diario dalla capitale georgiana di Irene Spagnul

Durante un pranzo a base di khachapuri a casa del mio amico Dimitri, conosco David (detto Dato), suo vecchio amico nonché ex compagno di studi all'università. Dato ha 26 anni, è sposato da 3 e da qualche tempo lavora come poliziotto all'aeroporto internazionale di Tbilisi. Si lamenta, oltre che della moglie che sembra aspetti il suo rientro dal lavoro esclusivamente per chiedergli dei soldi, del nuovo provvedimento governativo preso nei confronti della Polizia di Frontiera poche settimane fa. Il capo della Polizia, Badri Bitsadze, ha emesso un ordine speciale con lo scopo di precludere ogni eventualità di corruzione alle frontiere. Dal 21 ottobre infatti, i poliziotti di frontiera in servizio non potranno avere con sé più di 15 GEL (circa 7 €) e alcuna moneta straniera. Dato ci dice che un suo collega è stato trovato con 70 GEL di troppo ed ora è in attesa di sapere se perderà il posto o verrà solo multato e temporaneamente sospeso dal servizio.

"Durante la guerra lampo dell'agosto scorso, i dintorni dell'aeroporto sono stati bombardati, ci racconta Dato, e a noi poliziotti di frontiera è stato dato l'ordine di restare in servizio per proteggere l'aeroporto, con le armi se necessario. Il problema è che non avevamo armi, solo un manganello. Io sono pronto a difendere il mio paese (ma non Saakashvili, aggiunge sorridendo) però non lo posso fare se non mi vengono forniti i mezzi adeguati".

Dato mi fa tenerezza. È un bambinone in felpa, sembra appena uscito da una lezione all'università. Non me lo immagino con un fucile in mano a proteggere un aeroporto mentre i caccia russi sganciano bombe dal cielo. Ci dice che ha il presentimento che a novembre succederà qualcosa di brutto e ammette sconsolato che da contratto lui dovrà essere in prima linea a difendere il governo del suo paese. Non sembra per niente entusiasta. Aspira la sua sigaretta e beve il caffè turco che Dimitri gli ha preparato.

Una sera, rientrando a casa, conosco Khatuna, nipote di Rusiko, la signora dalla quale ho in affitto la mia stanza. Khatuna ha 36 anni ed è sposata da 3 con un uomo per il quale lei è la terza moglie. Non lavora e suo marito neanche. Lei ha smesso di lavorare 12 anni fa e poi non ha più ripreso. Sembra molto sconsolata. Suo marito invece non lavora perché è epilettico. Mi racconta la storia della malattia che si intreccia con la storia recente della Georgia.

Il 9 aprile 1989 è la data chiave. Quel giorno è tragicamente ricordato per una dimostrazione antisovietica a Tbilisi repressa nel sangue dall'esercito russo che causò 20 morti e molti feriti. Oggi questa data è un giorno festivo, è il Giorno dell'Unità Nazionale.

Il movimento antisovietico in Georgia crebbe notevolmente nel 1988. Scioperi e riunioni si susseguivano serratissimi per l'organizzazione di una resistenza antisovietica. Le proteste raggiunsero il loro apice il 4 aprile 1989 quando migliaia di georgiani si riunirono di fronte al palazzo del governo, in Rustaveli Avenue. I protestanti, guidati da un Comitato d'Indipendenza, organizzarono una dimostrazione pacifica e uno sciopero della fame per chiedere dei provvedimenti nei confronti dei secessionisti abkhazi che un paio di settimane prima avevano insistentemente chiesto l'indipendenza della loro terra e il ripristino dello status vigente tra il 1921 e il 1931.

Le autorità sovietiche persero rapidamente il controllo della situazione e furono incapaci di contenere le proteste. Il segretario del Partito Comunista Georgiano chiese allora l'intervento delle truppe di Mosca per riportare la situazione alla normalità. Così, il 9 aprile, le truppe russe, sotto il comando del generale Rodionov, circondarono l'area e ricevettero l'ordine di disperdere i manifestanti con qualunque mezzo disponibile. Gli scontri furono spaventosamente sanguinosi: centinaia di manifestanti furono aggrediti dall'esercito con pale, bastoni e gas lacrimogeni. Il risultato furono 20 morti, tra cui 17 donne, e centinaia di feriti.

Il marito di Khatuna, a quell'epoca un ragazzo, si trovava in quella folla, malmenata e seviziata dall'esercito russo. Fu colpito da un gas lacrimogeno che ha danneggiato per sempre il suo sistema nervoso e che è la causa della sua epilessia.

Vorrebbe dei figli, Khatuna. "Sei ancora giovane, le dico, hai tempo". Cerco di consolarla come posso ma purtroppo sembra essere molto sfortunata. Ha avuto un serio problema di depressione qualche anno fa dopo la morta della madre. E, come se non bastasse, suo marito ha la passione del gioco d'azzardo. Poco tempo fa ha perso una grande somma e l'auto in un casinò di Tbilisi. Mentre mi racconta le sue sventure, fuma una sigaretta dopo l'altra...

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