Serbia, corsa al riarmo senza precedenti
Da qualche anno ormai Belgrado spende sempre di più per la difesa, acquistando armi e attrezzature militari altamente sofisticate. Una tendenza avvolta da un velo di segretezza che fa sorgere interrogativi sulle reali motivazioni di un riarmo così massiccio

Esercitazione dell’aviazione serba, Batajnica, Serbia
Esercitazione dell'aviazione serba, Batajnica, Serbia © Dario Valjan/Shutterstock
La Serbia si muove abilmente nell’attuale congiuntura caratterizzata dagli stanziamenti record per gli armamenti a livello globale. Stando ai dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nel periodo 2021-2025 la Serbia è salita al trentasettesimo posto tra i principali importatori di armi al mondo, superando di gran lunga tutti gli altri paesi dei Balcani occidentali.
Analisti ed esperti mettono in guardia sulla mancanza di informazioni pubblicamente accessibili sul costo effettivo delle armi acquistate, sui criteri utilizzati per prendere decisioni in materia di armamenti e sulla strategia di sicurezza a lungo termine della Serbia.
La spesa militare in costante aumento
Secondo i dati presentati alla conferenza “Cena bezbednosti – između pretnje i poverenja” [Il prezzo della sicurezza: tra minaccia e fiducia], tenutasi lo scorso 13 maggio a Belgrado, la Serbia destina agli armamenti circa il 6,4% della spesa pubblica totale, risultando uno dei paesi leader nella regione.
Tra il 2020 e il 2024, sono stati spesi circa 2,8 miliardi di euro per l’acquisto di armi e attrezzature militari, una cifra nove volte superiore a quella dell’Albania.
Rivolgendosi ai presenti alla conferenza, Katarina Đokić, ricercatrice di SIPRI, ha affermato che la Serbia supera tutti i paesi dei Balcani occidentali in termini di spesa militare. Tuttavia, come ha precisato la ricercatrice, è difficile confrontare alcuni dati perché la Serbia ha un esercito più numeroso rispetto ai paesi vicini, con un maggior numero di militari, ma è anche più ambiziosa.
“I dati sull’import dimostrano che, negli ultimi cinque anni, le importazioni di armi della Serbia sono state quindici volte superiori a quelle degli altri paesi dei Balcani occidentali”, ha spiegato Đokić. “Si tratta di acquisti tutt’altro che irrilevanti, come aerei da combattimento e da trasporto militare, sistemi di difesa aerea, etc. Gli altri paesi non dispongono di tali armi e hanno scelto di non averli, almeno i membri della NATO, che si affidano a quest’ultima per la difesa del proprio spazio aereo”.
Questa tendenza si inserisce in un quadro globale più ampio. Nel corso del 2025, la spesa militare mondiale ha infatti raggiunto la cifra record di 2.887 miliardi di dollari. Se l’impennata della spesa militare nell’UE è principalmente legata alla guerra in Ucraina e alle sfide alla sicurezza che questo conflitto ha generato, nel caso della Serbia non è del tutto chiaro quale sia l’obiettivo finale di un riarmo così massiccio.
Stando al rapporto SIPRI, la quota della Serbia nelle importazioni globali di armi è aumentata dallo 0,2% nel periodo 2016-2020 allo 0,6% nel periodo 2021-2025. I dati rivelano che ben il 61% delle armi importate in Serbia proviene dalla Cina, il 12% dalla Francia e il 7% dalla Russia. Tra i principali esportatori figurano anche il Belgio e Israele.
La corsa agli armamenti di molti paesi, Serbia compresa, è accompagnata da “scarse informazioni sulle motivazioni e le modalità del riarmo, ma anche sull’entità delle risorse spese”, come ha spiegato Biljana Stepanović, direttrice della rivista Nova ekonomija, intervenuta alla recente conferenza a Belgrado.
“C’è anche molta disinformazione”, ha sottolineato la giornalista. “In Serbia, la disinformazione viene anche utilizzata dai più alti funzionari statali per scopi politici, per intimidire e per inviare messaggi inappropriati ai paesi vicini”.
Il velo di segretezza
Un dato però balza agli occhi in particolare: la Serbia acquista la maggior parte delle armi dalla Cina ed è il primo paese europeo ad avere missili balistici terra-aria ipersonici cinesi integrati sui velivoli MiG-29.
Secondo il portale specializzato americano Military Watch, questi missili possono raggiungere una velocità superiore a Mach 6 e hanno una gittata compresa tra i 240 e i 400 chilometri. I caccia serbi si collocano tra i pochi velivoli militari in Europa dotati di tali capacità.
La leadership di Belgrado presenta queste acquisizioni come prova della modernizzazione dell’esercito e del rafforzamento delle capacità di difesa. Alcuni esperti però mettono in guardia sul fatto che le decisioni sull’import ed export di armi vengono spesso prese in modo poco trasparente senza alcuna chiarezza sui motivi per cui determinati sistemi sono stati acquisiti e come si inseriscono in una più ampia strategia di sicurezza.
Come sottolineato da Katarina Đokić, questo meccanismo di approvvigionamento di armi solleva molte domande, che solitamente restano senza risposta.
“Assumendo una prospettiva globale, la quantità eccessiva di armi [acquistate da Belgrado] è meno preoccupante di quanto non sembri. Ma non va ignorata perché attira l’attenzione dei paesi vicini ed è un argomento che va affrontato in modo responsabile”, ha affermato Đokić.
Dean Džebić, analista militare e giornalista del portale Klix.ba, concorda sul fatto che la corsa agli armamenti della Serbia stia suscitando una forte eco tra i paesi vicini, destando serie perplessità per quanto riguarda la sicurezza dell’area post-jugoslava e dell’Europa nel suo complesso.
“La Serbia sta acquistando armi che molti paesi non dispongono, come i missili balistici dalla Cina, che in Europa sono posseduti solo da Serbia e Russia”, spiega Džebić. “Il riarmo della Serbia non è più soltanto una questione regionale, ma anche europea, perché la gittata di un missile è di 300 chilometri, ma se lanciato da un aereo può percorrere fino ai 450-500 chilometri. Quanto agli appalti, la trasparenza è minima, e questo aspetto, in un certo senso, caratterizza le importazioni dalla Cina”.
Un altro aspetto problematico dell’acquisto di armi e munizioni, soprattutto dalla Cina, è la segretezza dei contratti. Nello specifico, la Serbia conclude gran parte degli affari tramite accordi interstatali diretti, senza gare pubbliche e con limitate possibilità di controllo dei costi.
Lo conferma l’analista militare Aleksandar Radić, spiegando che la Serbia non ha una strategia militare chiaramente definita, quindi gli acquisti sono spesso il risultato di accordi politici e non rispecchiano le reali esigenze.
“Innanzitutto, la Serbia ha un sistema decisionale molto chiuso”, afferma Radić. “È l’unico paese in Europa a non pubblicare documenti che illustrino le impostazioni fondamentali di una strategia a lungo termine per lo sviluppo del sistema di difesa”.
Per Radić la Serbia, per certi versi, assomiglia all’Albania di Enver Hoxha, un paese pieno di bunker e armi cinesi, molto chiuso e oppresso da false narrazioni su costanti minacce esterne. L’analista afferma che la situazione attuale in Serbia è simile a quella dell’Albania durante il regime di Hoxha. In particolare, l’opinione pubblica è indotta a pensare che il paese sia circondato da nemici e che debba costantemente prepararsi alla difesa e a possibili conflitti.
Naturalmente, come sottolinea Radić, i rischi per la sicurezza esistono, ma le precedenti acquisizioni di armamenti, oltre a rafforzare la difesa, sono state spesso sfruttate dall’élite al potere per assicurarsi sostegno politico e relazioni più favorevoli con attori globali ritenuti importanti.
“Attualmente la Serbia non fa parte di alcuna alleanza specifica e, considerate le risorse di cui dispone, non è capace di imporsi a livello globale. Sorge quindi spontanea la domanda: cosa può offrire oggi il governo serbo, o meglio il presidente Vučić, quando si siede ad un tavolo con i grandi attori? Per questo continua ad acquistare armi”, afferma l’analista. “E non sappiamo nulla sui retroscena di tali affari perché tutte le informazioni sono riservate”.
“Raramente si riescono a reperire informazioni su alcuni contratti civili, le autorità le nascondono molto bene. Tutto è avvolto da un velo di segretezza. E da noi ci si aspetta che ci fidiamo della loro parola quando sostengono che certe strategie portino benefici alla Serbia, che siano ponderate e pianificate. Si tratta di persone che, purtroppo, hanno così tante volte ingannato apertamente l’opinione pubblica che bisognerebbe essere davvero ingenui per credere ora alle loro affermazioni”.
Una delle questioni chiave rimane il prezzo. Benché alcuni appalti siano stati presentati pubblicamente, i costi totali di molti contratti non sono mai stati resi noti. Gli esperti sottolineano che, senza una totale trasparenza, non è possibile valutare se i soldi dei contribuenti siano stati spesi nel modo migliore e se le priorità della politica di sicurezza e difesa siano in linea con le reali esigenze.
A suscitare perplessità è anche il fatto che la Serbia si presenta contemporaneamente come un paese militarmente neutrale, un candidato all’adesione all’Unione europea e un partner di paesi come Cina, Russia e Israele. Questa politica di bilanciamento consente la cooperazione con diversi attori, ma al tempo stesso rende difficile comprendere la strategia a lungo termine che il paese intende intraprendere.
Per ora, una cosa sola è certa: la Serbia spende più di qualsiasi altro paese dei Balcani occidentali in armamenti, acquisisce sistemi sofisticati che attirano l’attenzione dei paesi dell’area ex jugoslava e del resto d’Europa e continua ad ampliare il proprio arsenale militare. Resta da vedere se si tratta di una strategia di sviluppo della difesa ben ponderata o di una politica dettata da interessi momentanei.
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