Serbia: se i croati diventano capro espiatorio

In un anno e mezzo la parola “ustascia” è comparsa più di 15mila volte nei tabloid serbi e 627 volte nei discorsi dei vertici dell’SNS, il partito al potere in Serbia. Un nuovo rapporto ricostruisce come la retorica anti-croata venga usata per delegittimare il movimento studentesco, traducendosi anche in espulsioni e revoche di permessi di soggiorno

24/08/2026, Ivana Nikolić
Belgrado, Serbia, durante una protesta contro la violenza, 2023 © Kristijana23/Shutterstock

Belgrado, Serbia, durante una protesta contro la violenza, 2023 © Kristijana23/Shutterstock

Belgrado, Serbia, durante una protesta contro la violenza, 2023 © Kristijana23/Shutterstock

Chiunque segua i media mainstream in Serbia sa chi, secondo il regime, si cela dietro alla lista elettorale, al movimento, ai blocchi e alle proteste guidate dagli studenti, ossia chi vuole distruggere la Serbia rovesciando il governo e il presidente della Repubblica.

Chiunque segua i principali media serbi sa a chi, sempre secondo la narrazione del regime, va attribuita la responsabilità delle proteste, anche quando si tratta di persone che hanno vissuto, studiato, si sono sposate e hanno avuto figli in Serbia, dove hanno anche avviato attività più o meno redditizie, pagando regolarmente le tasse.

Chi segue le emittenti televisive come Informer, avrà sicuramente visto i documenti personali di alcune di queste persone: copie dei loro passaporti e delle loro carte d’identità, le loro foto tra le mani di un criminale di guerra condannato dal Tribunale dell’Aja [il riferimento è a Vojislav Šešelj].

Nell’ultimo anno e mezzo, la terribile parola “ustascia” è stata menzionata almeno 15.488 volte nei tabloid

Il messaggio – ripetuto per mesi dai media filogovernativi, giorno e notte, nelle trasmissioni che ospitano sedicenti analisti, politici e alti funzionari governativi, è fin troppo chiaro. Per chi si fida ciecamente di questi mezzi di informazione, non vi è nulla di strano: la colpa è dei croati che vivono in Croazia e si recano in Serbia per vari motivi, e ma anche dei croati che hanno sempre vissuto in Serbia e possiedono una o entrambe le cittadinanze.

Secondo il regime di Belgrado, queste persone sono ustascia solo perché di nazionalità croata. Agli ustascia croati si aggiungono poi i cosiddetti ustascia nazionali, ovvero studenti-terroristi, che vengono presentati come ustascia persino più pericolosi degli ustascia stessi. Oltre a questi, ustascia sono anche tutti quelli che in Serbia la pensano diversamente, come anche i media indipendenti e non allineati.

Nell’ultimo anno e mezzo, la terribile parola “ustascia” è stata menzionata almeno 15.488 volte nei tabloid, almeno duecento volte in parlamento e 627 volte nei discorsi dei più alti funzionari del Partito progressista serbo (SNS), circa un terzo in più rispetto a due anni prima.

Il rapporto dell’ONG per i diritti umani

La questione è stata di recente affrontata dall’Iniziativa dei giovani per i diritti umani (YIHR) in un rapporto intitolato “Dossier Croazia II: Espulsioni, persecuzioni e altri casi di violazione dei diritti umani dei cittadini e delle cittadine della Croazia durante la crisi politica in Serbia (marzo 2025 – marzo 2026)” al quale ho collaborato.

Questa è la seconda volta in un anno che l’ong analizza le violazioni dei diritti dei cittadini croati nel contesto dell’attuale crisi in Serbia. Il recente rapporto si basa su interviste con cittadini croati i cui permessi di soggiorno in Serbia sono stati revocati dal ministero dell’Interno serbo, ma anche con cittadini della Serbia di nazionalità croata e cittadini etichettati come ustascia da alcuni media e politici.

Un capitolo è dedicato all’analisi dei contenuti dei media filogovernativi e delle esternazioni pubbliche dei più alti funzionari serbi in relazione all’attuale crisi politica e al presunto coinvolgimento degli “ustascia”.

Il quadro che emerge è desolante. L’analisi dimostra che la Costituzione della Repubblica di Serbia, il Codice penale, la legge contro la discriminazione, la legge sulla polizia, la legge sugli stranieri e altre normative pertinenti sono state gravemente violate, mentre i diritti al lavoro, alla privacy, alla sicurezza, alla libertà di movimento e di espressione delle persone coinvolte sono minacciati.

Altrettanto sconfortante è il velo di silenzio che avvolge questo argomento all’interno delle istituzioni serbe, che dovrebbero tutelare e garantire il rispetto dei diritti umani, delle leggi e della Costituzione, e la sicurezza di tutte le persone che vivono e soggiornano in Serbia. Il Tribunale amministrativo e il ministero dell’Interno hanno ignorato la maggior parte delle nostre richieste di accesso alle informazioni di interesse pubblico. Anche altre istituzioni, interpellate durante la stesura del rapporto, non hanno voluto collaborare.

In assenza di istituzioni, abbiamo parlato con cittadini, letto migliaia di articoli e ascoltato altrettanti materiali audio conservati nella mediateca dell’Ufficio per la ricerca sociale (BIRODI). Ecco cosa abbiamo scoperto.

Discorsi d’odio, dalla tv alla politica

Se esiste un luogo dove è possibile osservare l’emergere e l’evoluzione del linguaggio d’odio in Serbia, quel luogo sono le emittenti filogovernative. Purtroppo, anche il parlamento non è da meno. Abbiamo analizzato l’utilizzo delle parole “ustascia” e i suoi derivati in due periodi: dall’11 dicembre 2022 all’11 dicembre 2024 e dall’11 dicembre 2024 al primo marzo 2026.

I risultati non sono affatto sorprendenti. Nello specifico, nel secondo periodo, le parole contenenti “ustascia” sono state menzionate almeno 15.488 volte nei media vicini alla leadership di Belgrado (contro le 11.310 del periodo 2022-2024), almeno duecento volte durante le sedute del parlamento (contro le 71 del periodo precedente) e 627 volte nei discorsi dei più alti funzionari dello stato e membri del Partito progressista serbo (contro le 277 nel 2022-2024).

Ovviamente, non ogni riferimento agli ustascia costituisce incitamento all’odio. Tuttavia, l’analisi dimostra che durante ogni grave crisi socio-politica in Serbia, la Croazia e i suoi cittadini, che nel discorso pubblico vengono definiti ustascia, appaiono quasi sempre come nemici di turno. Così la Repubblica di Croazia di oggi viene equiparata allo Stato indipendente di Croazia (NDH), stato fantoccio durante la Seconda guerra mondiale, responsabile del genocidio di serbi, ebrei e rom.

Inoltre, quando studenti, opposizione, giornalisti e chiunque la pensi diversamente in Serbia vengono etichettati come ustascia, l’obiettivo non è un confronto storico, bensì l’emarginazione politica e la disumanizzazione.

Quanto ai singoli media, a primeggiare è TV Informer, dove le parole contenenti “ustascia” sono state pronunciate ben 4.123 volte nell’ultimo anno e mezzo, comparendo poi duecento volte nell’edizione cartacea del quotidiano Informer e 675 volte sul portale.

A seguire l’emittente Pink: solo nel programma del mattino e nello show Hit Tweet, le parole derivate dalla radice “ustascia” sono state pronunciate 1.511 volte, mentre sono state pubblicate 342 volte sul portale. Parole analoghe sono comparse 1.467 volte sul portale del quotidiano Večernje novosti e 375 nell’edizione cartacea.

Ecco alcuni esempi concreti. Gli europarlamentari croati Tonino Picula e Steven Bartulica, sono stati presentati come “ustascia dichiarati”, mentre nei programmi televisivi si è parlato della necessità di “liberare il Parlamento europeo dall’ideologia ustascia”. Gli studenti in protesta sono stati bollati come “filo-ustascia”, “ustascia più ferventi di quelli di Zagabria” e come persone che “coltivano l’ideologia ustascia”.

Titoli come “I discendenti dei macellai ustascia arrivano dalla Croazia: aiuto ai blokaderi per il caos a Vidovdan” non sono un’eccezione, bensì la regola.

Tonino Picula a Bruxelles a un dibattito Euranet Plus. Foto: Wikimedia

Tonino Picula a Bruxelles a un dibattito Euranet Plus. Foto: Wikimedia

La stessa strategia è stata utilizzata contro l’opposizione, i media indipendenti e alcune personalità pubbliche. L’avvocato Božo Prelević è stato definito “il più fervente degli ustascia”, mentre Željko Veljković, giornalista dell’emittente Nova, è stato tacciato di essere “un ustascia ancora peggiore di quelli del passato”. L’emittente N1 è stata etichettata come “mezzo di informazione ustascia” e i suoi interlocutori sono stati accusati di diffondere una “narrativa anti-serba e filo-ustascia”. Professori universitari, giornalisti, attivisti e partecipanti alle proteste vengono regolarmente etichettati come “elementi filo-ustascia”.

È curioso notare come alcuni politici e conduttori televisivi abbiano cercato di difendersi dalle accuse di incitamento all’odio ricorrendo alla relativizzazione.

“Non odio la Croazia, non odio i croati, semplicemente non sopporto lo stato croato a causa del nazismo e degli ustascia e perché non si sono denazificati”, ha dichiarato Nebojša Bakarec, membro della presidenza dell’SNS. A fargli eco è stato Saša Milovanović, direttore del quotidiano Telegraf, affermando di non odiare i croati, ma “solo gli ustascia croati”.

Pur sembrando finalizzate a fornire chiarimenti respingendo le accuse di odio nazionalista, tali dichiarazioni producono l’effetto opposto. Se si ripete giorno dopo giorno che “tutti i croati sono ustascia”, che lo stato croato non è stato denazificato, che l’obiettivo strategico della Croazia è distruggere la Serbia e che i servizi segreti croati si celano dietro alle proteste in Serbia, il confine tra un movimento storico, come quello degli ustascia, e un’intera nazione, per l’appunto la Croazia, si sta gradualmente assottigliando.

Ad un certo punto, questa retorica dagli studi televisivi si è riversata nelle aule parlamentari. I deputati della maggioranza hanno parlato dell’”opposizione ustascia sottomessa a Kurti”, delle “forbici ustascia”, dei media filo-ustascia, dei servizi segreti croati e di un nuovo attacco ustascia alla Serbia. L’opposizione ha a più riprese messo in guardia sulla tendenza del regime di Belgrado ad etichettare sistematicamente gli oppositori politici come ustascia, fascisti e terroristi.

La situazione è culminata il 22 gennaio 2026, alla vigilia dell’arrivo a Belgrado di una delegazione del Parlamento europeo, di cui facevano parte anche gli eurodeputati croati Tonino Picula e Davor Ivo Štir. Quel giorno la parola “ustascia” è stata pronunciata in parlamento ben trentaquattro volte, con i deputati della maggioranza che citavano presunti canti ustascia, collegando i parlamentari europei a crimini di guerra e lanciando accuse infondate.

Proprio quel giorno è emerso con maggiore chiarezza quanto il linguaggio d’odio sia stato normalizzato nella società serba. Il sensazionalismo mediatico, alimentato per anni sulle prime pagine dei tabloid e negli studi televisivi, è entrato a far parte del dibattito parlamentare. Quando tale linguaggio viene utilizzato in parlamento, non si tratta più solo di propaganda politica, ma di un preciso messaggio dello stato.

Il caso di Arien Stojanović Ivković

Con il passare del tempo, i discorsi d’odio hanno cominciato a produrre effetti molto specifici e pericolosi, le cui conseguenze si avvertono ancora oggi.

Il culmine della campagna anti-croata è stato raggiunto nell’aprile del 2025, quando Hidajet Biščević, ambasciatore della Croazia a Belgrado, ha reso noto che cinque cittadini croati erano stati espulsi dalla Serbia in soli tre giorni, mentre dall’inizio di quell’anno ne erano stati espulsi quindici.

Tutte le persone espulse vivevano e lavoravano in Serbia da anni, avevano permessi di soggiorno e di lavoro regolari e legami familiari o commerciali con il paese. Non è mai stato spiegato perché queste persone fossero improvvisamente diventate una “minaccia alla sicurezza”.

Il caso più noto è quello di Arien Stojanović Ivković, che ha vissuto per molti anni in Serbia, dove si è laureata in medicina, ha sposato un cittadino serbo e hanno avuto un figlio. Arien è stata convocata presso la Direzione per gli stranieri per un “controllo di routine”. Invece della procedura standard, le è stato consegnato un provvedimento di revoca del soggiorno temporaneo, con il divieto di entrare in Serbia e l’ordine di lasciare il paese entro sette giorni. La motivazione era quasi kafkiana. Le autorità competenti hanno valutato che la sua permanenza in Serbia rappresentava un “rischio inaccettabile per la sicurezza”. Non è stata fornita alcuna motivazione specifica.

“Quando ho letto il provvedimento, ho riso. Pensavo fosse un errore”, mi ha raccontato Arien. Solo quando gli ispettori le hanno chiesto se avesse partecipato alle proteste e sostenuto gli studenti, ha capito come si sarebbe evoluto il processo. Arien crede che la vera ragione dell’espulsione siano stati i suoi post su Instagram in cui ha criticato il presidente Aleksandar Vučić.

Dopo una battaglia legale durata mesi, il Tribunale amministrativo ha accolto il ricorso di Arien e il ministero dell’Interno ha annullato il provvedimento di espulsione. In una successiva nota dei servizi di sicurezza, si afferma che, “a causa di nuove informazioni e mutate circostanze”, Arien non rappresenta più una minaccia alla sicurezza. Le autorità non hanno mai spiegato quali circostanze siano cambiate e come mai una persona che avrebbe minacciato la sicurezza dello stato, poche settimane dopo abbia cessato di essere una minaccia.

Progetti di vita, “completamente stravolti”

Un caso analogo è quello di un cittadino croato, che ha preferito mantenere l’anonimato. Durante i sette anni trascorsi in Serbia era in possesso di un permesso di lavoro e di soggiorno valido e non ha mai avuto problemi. Tuttavia, all’inizio del 2025, dopo aver ricevuto una notifica di rinnovo del permesso di soggiorno, è seguita una nuova decisione con la quale il permesso è stato negato a causa del presunto rischio per la sicurezza della Repubblica di Serbia.

A differenza di molti altri, afferma di non aver partecipato alle proteste, di non averle appoggiate pubblicamente né di aver pubblicato opinioni politiche sui social. Ha atteso sei mesi per una decisione sul suo ricorso, durante i quali non è potuto tornare in Serbia, ha perso il lavoro e ha dovuto rinunciare ai suoi progetti di trasferire la compagna e il figlio a Belgrado.

“Quel divieto ha influito direttamente sulla mia partenza dalla Serbia e ha completamente stravolto i progetti di vita della mia famiglia”.

I due casi sopra citati dimostrano che il concetto di “minaccia alla sicurezza” è diventato una sorta di formula amministrativa che non necessita di alcuna spiegazione credibile. In almeno due casi, il ministero dell’Interno ha affermato che le misure precedentemente adottate nei confronti dei cittadini croati non avevano più alcun fondamento, ma non ha spiegato su quali presupposti tali decisioni fossero state originariamente prese.

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. La Croazia ha inviato una nota di protesta alla Serbia, il primo ministro croato Andrej Plenković ha definito le espulsioni inaccettabili, mentre il ministro degli Esteri Gordan Grlić Radman ha chiesto una reazione di Bruxelles. La Commissione europea ha espresso la propria preoccupazione per l’espulsione di cittadini dell’Unione europea, sottolineando che qualsiasi riferimento alla sicurezza nazionale che non rispetti le leggi e gli standard internazionali di tutela dei diritti umani è inaccettabile.

Va notato che, a quasi un anno di distanza, non è ancora stata fornita alcuna spiegazione convincente per l’accaduto. E qui sta il nocciolo della questione: quando uno stato ufficialmente definisce qualcuno una minaccia per la sicurezza nazionale e poi, senza alcuna spiegazione, fa un passo indietro, le conseguenze non scompaiono con l’annullamento della decisione. Rimangono nella vita di persone che da un giorno all’altro hanno perso il lavoro, la casa e la sensazione di essere protette dalle leggi del paese in cui vivono.

Intanto, il linguaggio d’odio continua a diffondersi e a crescere ogni giorno, in attesa di una nuova crisi politica e di nuovi capri espiatori. Nel frattempo, i croati restano quello che spesso sono stati per il regime di Belgrado: i nemici di turno.


Hai notato inesattezze o errori in questo articolo? Contattaci a redazione@balcanicaucaso.org .

Tag: