Romania: “La vera riforma della scuola comincia in classe”

Negli ultimi anni la scuola romena è cambiata, c’è chi dice in peggio e chi in meglio. Ne parliamo con Ivona Munteanu, insegnante di letteratura romena e diplomata al programma di formazione Teach for Romania, che prepara docenti destinati a lavorare nelle aree più svantaggiate del paese

18/08/2026, Oana Dumbrava
Ivona Munteanu © Maria Gorie

Ivona Munteanu © Maria Gorie

Ivona Munteanu © Maria Gorie

La scuola romena segue un percorso lineare: si parte dall’infanzia, si prosegue con la primaria e la secondaria, fino al liceo o alla formazione professionale, dopo di che, per chi lo desidera, si aprono le porte dell’università.

Negli ultimi anni, il calendario scolastico ha cambiato forma. I vecchi semestri sono stati sostituiti da cinque moduli di lezione, intervallati da periodi di vacanza. È cambiato anche il modo di valutare gli studenti: se alle elementari si usano giudizi qualificativi, alla scuola secondaria si passa ai voti da 1 a 10. Due esami segnano in modo particolare il percorso degli studenti: il primo alla fine dell’ottavo anno, ed è la Valutazione nazionale (Capacitate), i cui risultati pesano sull’ingresso alle scuole superiori; il secondo è il Bacalaureat, l’esame che conclude il liceo e apre la strada agli studi universitari.

Nel complesso, il sistema resta fortemente centralizzato: programmi e obiettivi vengono stabiliti a livello nazionale. Nelle classi, però, insegnanti e scuole conservano un certo margine di libertà nella scelta dei manuali e dei metodi didattici.

Ora che le scuole sono chiuse per le vacanze e le aule sono vuote, facciamo un passo indietro per osservare la scuola romena da fuori: quanto funziona davvero questo modello e quali risultati produce?

Ne abbiamo parlato con Ivona Munteanu, insegnante di letteratura romena e diplomata al programma di formazione Teach for Romania, che prepara docenti destinati a lavorare nelle aree più svantaggiate del paese. Ivona è inoltre coordinatrice dei programmi di alfabetizzazione presso l’Asociația pentru Valori în Educație, dove conduce un club di lettura per bambini, e collabora al progetto Alfabetar. Qui contribuisce alla creazione di una piattaforma digitale pensata per aiutare gli insegnanti a rafforzare le competenze di lettura e scrittura degli alunni.

Partiamo da uno dei paradossi della scuola romena. Da una parte ci sono  gli studenti che vincono olimpiadi e concorsi internazionali e la cosiddetta fuga dei cervelli. Dall’altra, l’analfabetismo funzionale resta molto diffuso. Secondo i dati PISA, circa il 42% dei quindicenni romeni non raggiunge il livello minimo di competenza nella lettura. Come si spiega la distanza ampia tra risultati straordinari e una base scolastica così fragile?

Direi che ci sono soprattutto due fattori da considerare: il contesto familiare degli studenti e il modo in cui si insegna in classe. Chi cresce in una famiglia capace di dedicare tempo, sostegno e risorse parte con molte più possibilità. Le disuguaglianze si vedono tra città e campagne, ma anche tra i grandi centri urbani e le realtà più piccole.

C’è poi il mito della scuola romena che “produce geni”. In realtà, il sistema tende spesso a premiare soprattutto gli studenti che hanno già buone capacità. In una classe bastano pochi alunni molto attivi, quelli che rispondono e alzano sempre la mano, perché l’insegnante abbia l’impressione che tutti abbiano capito. Ma chi resta indietro è proprio chi avrebbe bisogno di maggiore attenzione. È qui che la qualità dell’insegnamento può fare davvero la differenza: non tanto nel far emergere chi probabilmente avrebbe successo comunque, quanto nel riuscire a coinvolgere e far apprendere anche chi parte da condizioni più difficili. E questo, purtroppo, non accade abbastanza spesso.

Un lavoro di questo tipo, però, richiede agli insegnanti uno sforzo considerevole e non sempre facile da sostenere.

È vero. Lavorare con gli studenti in difficoltà richiede molto impegno. Un insegnante deve essere curioso, capire da dove nascono i blocchi, adattare il percorso e costruire tappe di apprendimento adeguate a ciascun alunno. L’obiettivo non è soltanto trasmettere nozioni, ma fornire competenze che gli studenti possano utilizzare anche fuori dalla scuola, nella vita quotidiana.

A proposito di competenze pratiche, per molto tempo si è detto che la scuola romena fosse troppo teorica e poco attenta all’applicazione concreta. È ancora così?

È un vecchio confronto tra teoria e pratica, e non riguarda soltanto la Romania. Nel sistema romeno si continua spesso a privilegiare la teoria rispetto alle attività didattiche e alle competenze concrete, anche se, almeno sulla carta, la bilancia si sta spostando verso un approccio più pratico. Io credo però che il pensiero critico non possa svilupparsi nel vuoto: ha bisogno di una base culturale. La comunicazione è fatta di simboli, riferimenti e conoscenze condivise. Senza teoria e cultura generale diventa difficile costruire ragionamenti davvero solidi. Serve quindi un equilibrio: non è semplice da raggiungere, ma non è neppure impossibile.

Negli ultimi anni, però, il sistema scolastico è cambiato. Si sono susseguite diverse riforme, sono arrivati i manuali alternativi e sono state introdotte iniziative come la “Settimana diversa”, dedicata ad attività educative fuori dalla didattica ordinaria. Che cosa continua a non funzionare?

Sulla carta, molti di questi cambiamenti sono utili e necessari. Il problema è che le leggi cambiano, nelle scuole arrivano nuove regole e agli insegnanti viene chiesto di lavorare in modo diverso, ma spesso manca un sistema di formazione capace di accompagnarli davvero. La scuola è una struttura piuttosto rigida. Un docente può insegnare per trenta o quarant’anni e una nuova legge, da sola, non basta a modificare il suo modo di lavorare. Pensiamo, per esempio, al passaggio da una didattica basata sugli obiettivi a una basata sulle competenze: come può applicarlo davvero chi, fino all’anno prima, ha lavorato seguendo un’impostazione completamente diversa?

Le programmazioni vengono compilate, le competenze richieste vengono inserite nei documenti, ma questo non significa che siano poi sviluppate davvero in classe. Spesso si continua a fare ciò che si è sempre fatto.

Tengo incontri online per insegnanti e vedo spesso partecipanti con la videocamera spenta, presenti soprattutto per ottenere l’attestato finale. Cercano una certificazione, non necessariamente nuove conoscenze. Così le riforme rischiano di restare sulla carta, oppure di essere applicate in modo disordinato e incompleto. Un insegnante non può ottenere risultati senza un coinvolgimento reale e senza investire nella propria crescita professionale, anche andando oltre ciò che lo Stato riesce a offrire.

Il problema riguarda dunque soprattutto gli insegnanti? Sono magari gli stipendi un problema?  Nei primi anni Duemila, per un laureato in Lettere, scegliere l’insegnamento senza poter contare su un altro sostegno economico era quasi impensabile. È magari per questo che manca la motivazione e dunque la qualità?

Rispetto a dieci anni fa, la situazione è migliorata. Allora lo stipendio iniziale si aggirava intorno ai 200 euro; oggi aumenta con l’esperienza e con il conseguimento dei diversi gradi didattici. A Bucarest, però, rimane basso rispetto al costo della vita. Nelle aree rurali, dove le opportunità professionali sono più limitate, insegnare può invece apparire una scelta più conveniente. Questo non significa necessariamente che nelle campagne arrivino docenti motivati a produrre un cambiamento. Spesso si tratta di persone che vogliono restare nella propria zona oppure che non trovano, o non desiderano, una prospettiva professionale nelle città.

Le difficoltà educative, però, cambiano profondamente tra gli ambienti urbani e quelli rurali.

Certamente. I bambini crescono in contesti molto diversi. In campagna trascorrono più tempo all’aperto, giocano nella natura e sviluppano un rapporto più diretto con il corpo e con l’ambiente. È qualcosa che molti bambini delle città hanno in parte perso. D’altra parte, nelle aree rurali i ragazzi iniziano spesso a lavorare molto presto, dispongono di meno risorse e sono meno esposti a un linguaggio ricco e diversificato. La scuola deve quindi cercare di compensare anche queste differenze culturali e cognitive. La digitalizzazione, inoltre, resta fragile e molti bambini continuano a sentirsi domandare in famiglia: “A che cosa ti serve la scuola?”. Esistono diverse organizzazioni non governative che cercano di ridurre il divario tra grandi città, piccoli centri e campagne. Organizzano campi educativi, incontri con professionisti e occasioni attraverso le quali i ragazzi possono conoscere esperienze e modelli di vita diversi.

Per capire quanto questo possa essere importante, basta guardare alla classe di cui ero coordinatrice lo scorso anno. Tra tutte le famiglie degli studenti, soltanto una aveva completato il liceo e conseguito il diploma di maturità. Abbiamo coinvolto i ragazzi in progetti di volontariato e fiere dedicate alle iniziative sociali, affidando loro responsabilità reali. Alla fine dell’anno, il tasso di promozione al Bacalaureat è stato del 92% e molti studenti hanno sostenuto l’esame di ammissione nelle università pubbliche. Li ho messi in contatto con persone capaci di spiegare concretamente i percorsi universitari che desideravano intraprendere. Molti erano studenti rom e hanno scelto facoltà come Scienze sociali o Scienze politiche, consapevoli della necessità di contribuire al cambiamento delle proprie comunità. Quando abbiamo chiesto che cosa avesse fatto davvero la differenza, hanno indicato soprattutto il volontariato. Li aveva spinti oltre i propri limiti, aveva dato loro una voce e li aveva aiutati a capire che cosa volessero veramente.

Come dicevo, la soddisfazione più grande non arriva quando ottengono buoni risultati gli studenti che sono sempre andati bene, ma quando riescono a farcela quelli dai quali nessuno si aspettava un successo.

Eppure si sente ancora ripetere il famoso: “Era meglio prima”?

Certo, lo si sente spesso. Alcuni genitori si lamentano perché gli insegnanti non sarebbero più abbastanza autoritari. “Professoressa, le do il permesso di sgridarlo, persino di toccarlo”, arrivano, a dire. Altri, invece, si preoccupano perché i ragazzi hanno troppo da fare, dimenticando che lo sforzo e il confronto con la difficoltà fanno parte del processo di apprendimento.

Poi, il discorso pubblico sugli insegnanti è diventato sempre più svalutante. Un tempo erano considerati parte dell’élite culturale; oggi vengono spesso descritti come persone frustrate, che non hanno saputo fare altro nella vita. Il successo viene associato soprattutto alle grandi carriere aziendali.

Così genitori e professori finiscono per contrapporsi, ciascuno chiuso nella propria bolla. Dovremmo invece sederci tutti allo stesso tavolo e provare a capire, con un po’ di buona volontà, quanto sia difficile coinvolgere venti o trenta studenti per un’intera ora. E quanto sia diverso e importante insegnare non soltanto a chi apprende facilmente, ma soprattutto a chi ha bisogno di maggiore attenzione e sostegno. Non so, però, se questa comprensione sia ancora possibile. Sembriamo sempre più prigionieri delle nostre convinzioni.


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