Quella sensazione di Sud

Nel suo “Il libro del sud”, uscito di recente con l’editore Keller, lo scrittore croato Jurica Pavičić raccoglie una serie di reportage sulla Dalmazia, l’Adriatico e il Mediterraneo, muovendosi tra vari temi e tempi dell’ultimo secolo e mezzo. Nostra recensione

29/06/2026, Natka Badurina
Laguna di Nin, Dalmazia, Croazia - DaLiu Shutterstock

Laguna di Nin, Dalmazia, Croazia – DaLiu Shutterstock

Laguna di Nin, Dalmazia, Croazia © DaLiu Shutterstock

Lo scrittore croato Jurica Pavičić, noto al pubblico italiano per i suoi romanzi noir a sfondo politico e sociale (Acqua rossa, Keller, 2022 e Capucetto rosso, Controluce, 2014) e per la raccolta di racconti sulla realtà croata contemporanea (Il collezionista di serpenti, Besa Muci, 2020), col suo ultimo “Il libro del Sud” (Keller, 2026) si propone ai lettori italiani anche come autore di saggi di taglio giornalistico e antropologico, un genere in cui abilmente coniuga il mestiere quotidiano (è giornalista dello Jutarnji list) con la sua formazione di storico e una verve narrativa.

Il libro del sud - copertina

Il libro del sud – copertina

Il libro del Sud raccoglie 25 riflessioni sulla Dalmazia, il mare Adriatico e infine anche sul Mediterraneo tutto, così come si presentano oggi a un osservatore acuto che in quei luoghi, come in un palinsesto, intravede le stratificazioni della storia. Eppure, questo libro si differenzia dalle opere storiche o saggistiche sull’Adriatico o il Mediterraneo che si concentravano, come in Predrag Matvejević, sul fascino degli intrecci fra culture e sui tratti che accomunavano gli abitanti delle coste. Seppure anche in Pavičić si potrebbero trovare elementi della scuola di Braudel – la lunga durata dettata dalla geografia e dal clima, l’interesse per i fattori economici, lo sguardo dal basso (gente adriatica, mestieri del mare e della terra, consuetudini alimentari) – il suo libro si distanzia dagli scritti precedenti soprattutto perché ciò che a Pavičić interessa maggiormente non sono la continuità e le somiglianze, ma le cesure e le svolte della storia nel corso del Novecento. E non sono i periodi di prosperità, armonia e le immagini da cartolina, ma i fallimenti dei grandi progetti progressisti, in primo luogo quello della modernizzazione e dell’industrializzazione, che, per quanto riguarda la Dalmazia, hanno coinciso con il socialismo jugoslavo.

Il Mediterraneo, per Pavičić, è un’area di progetti interrotti e di cantieri aperti. A fine Ottocento la prosperità delle coltivazioni viticole fu spezzata dalla diffusione della fillossera. I progetti industriali a metà Novecento portarono benessere, urbanizzazione, creazione delle comunità dei lavoratori e lo sviluppo dei loro diritti, insieme all’emancipazione femminile, eppure in pochi decenni dimostrarono la loro insostenibilità: per i cambiamenti di mercato avvenuti con la globalizzazione, per la transizione croata al capitalismo e il parallelo processo di privatizzazione in cui gli oligarchi di Tuđman si accaparrarono le proprietà statali, per l’inquinamento e la distruzione del paesaggio, e infine perché sin dagli anni Sessanta era sorta una nuova industria, quella del turismo, che sembrava una nuova promessa vincente, capace di sostituire la produzione e le fabbriche, di garantire guadagni facili e il futuro. Fino a un certo punto. Il punto di arrivo che, come avverte Pavičić in una distopica chiosa del libro, se non è già sopravvenuto, non si farà aspettare a lungo.

Pavičić (classe 1965) appartiene a quella generazione di mezzo che conserva una memoria generazionale capace di abbracciare i bisnonni isolani – impiegati statali della monarchia asburgica, artigiani e agricoltori emigrati in massa oltreoceano all’inizio del Novecento; i nonni che combatterono la Prima guerra mondiale per poi lavorare come artigiani nella Spalato capitale dalmata del Regno jugoslavo; i padri che si formarono con gli ideali del paese socialista, scegliendo la professione più sacra dell’epoca – quella dell’ingegnere. L’epoca del boom economico, dello sviluppo industriale (la fabbrica Jugovinil vicino a Spalato, principale produttrice di materie plastiche) e della neanche tanto timida apertura del mercato socialista è qui descritta con un sentimento misto di partecipazione e disillusione. Sì, era un’epoca in cui la povertà dello stato portava a ingegnose soluzioni urbanistiche ed abitative, dove la condivisione e l’egalitarismo non erano un’ideologia, ma la realtà. Ma era anche l’epoca in cui chi non riusciva a far parte della comunità di lavoratori, veniva sollecitato dallo stato, con un certo imbarazzo, ad emigrare in Germania da Gastarbeiter. Infine, erano anche i tempi in cui un innocente e umanissimo desiderio di lusso e di consumo creò le basi per l’ascesa di un turismo rapace e monopolistico.

Sul tema del turismo Pavičić propone un paragone efficace tra le città che sono diventate musei di se stesse, come Venezia o Dubrovnik, progressivamente svuotate di abitanti, e d’altra parte Genova, che ancora riesce a sottrarsi alla gentrificazione. Genova è l’incarnazione di “quella sensazione di Sud” che non dipende dalla latitudine geografica, ma dalla precisa percezione di “un disordine autentico”. La sua vivacità, il suo modo di continuare a vivere come porto e come caotica città mediterranea di una volta, sono paradossalmente visibili nei manifesti e nei graffiti contro i turisti, a dimostrazione che ci abita ancora gente attiva e creativa. Con il rischio che proprio questa vivacità possa rappresentare un motivo di attrazione per i turisti hipster-bohémien.

Nella Croazia odierna la nostalgia per le fabbriche e per il progresso socialista appartiene a chi aveva potuto beneficiarne. Gli esclusi, quelli che si sentivano tali, e quelli che oggi cambiando casacca si adattano ai nuovi trend ideologici, coltivano un’avversione verso quella memoria. Nei paesi ex-socialisti la fine della guerra fredda ha portato a guerre di memoria particolarmente feroci. In Macedonia una febbre da tradizione inventata ha spinto il governo nazionalista a trasformare la capitale Skopje, un tempo esempio di urbanismo modernista, in una specie di Disneyland del falso nazionalismo, quasi a compensare il mancato risveglio nazionale nell’Ottocento, in mezzo ai dissidi con la Grecia e la Bulgaria. Uno degli episodi più ridicoli del revisionismo storico in Croazia è stata l’idea di Franjo Tuđman sulla riconciliazione e la comune tumulazione dei resti delle vittime del fascismo e dell’antifascismo, che ammiccava al parallelo (di assai dubbio gusto) con la Valle dei caduti franchista. Ma una visita in loco in Spagna permette a Pavičić di smascherare l’ignoranza alla base di quest’idea (il monumento spagnolo non è un monumento di riconciliazione, ma un monumento di ideologia fascista e nazional-clericale) e la sostanziale differenza politica fra l’odierna Spagna, che da questo monumento vorrebbe prendere le distanze, e la Croazia. Del resto, Pavičić collega il destino dei monumenti dedicati alla lotta antifascista (quegli “spomeniks” che sono diventati di moda in tutto il mondo occidentale), costruiti nel periodo socialista in stile astratto e modernista e oggi ridotti in rovine, all’abbandono di fabbriche, musei, alberghi e case, incendiate o minate durante la guerra, accomunandoli in una specie di “antropologia delle rovine” quale tratto distintivo dei Balcani occidentali.

Fra le costruzioni superate dal tempo e dal nuovo tipo di turismo ci sono anche le vikendice, case-vacanza che, sul modello delle dacie sovietiche, simboleggiavano il benessere degli operai jugoslavi. Pavičić collega un ricordo autobiografico – la decisione dei suoi genitori, all’inizio degli anni Ottanta, di costruirsi una vikendica – a trend economici e sociali dell’epoca. La casetta resta incompiuta e col tempo viene circondata da ville ingombranti con appartamenti in affitto. Alla fine riesce a venderla a compratori venuti da lontano con il desiderio di acchiapparsi un ultimo pezzo del sogno vacanziero sul mare più bello del mondo. E mentre sta per farlo, percepisce tutto il peso dell’incombente crisi climatica ed economica che investe l’intera area mediterranea.

Il libro del Sud è stato tradotto maestralmente da Estera Miočić, già traduttrice di altri romanzi e i racconti di Pavičić, che qui ha affrontato il difficile compito di un testo pieno di riferimenti storici, geografici, letterari e cinematografici, e soprattutto di un testo che non parla di un mondo totalmente diverso, ma di cose vicine, eppure non identiche. Questo lieve spostamento di sguardo sarà sicuramente una fra le scoperte più piacevoli che il testo di Pavičić riserverà al lettore italiano.