Perché l’Ucraina sceglie il nucleare 40 anni dopo Chernobyl

Quarant’anni dopo il disastro di Chernobyl, Kyiv dipende al 70% dall’energia atomica per la sua sopravvivenza energetica in tempo di guerra. Un assurdo paradosso o la dimostrazione che il nucleare moderno è più sicuro di quanto siamo disposti ad ammettere? L’analisi di un ricercatore scientifico

24/04/2026, Piergiorgio Pescali
La centrale nucleare di Chernobyl - © Shutterstock/DimaSid

La centrale nucleare di Chernobyl – © Shutterstock/DimaSid

La centrale nucleare di Chernobyl - © Shutterstock/DimaSid

Il 26 aprile 1986 il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplodeva, liberando nell’atmosfera un’enorme quantità di materiale radioattivo. Quarant’anni dopo, in un paradosso che solo la storia può generare, l’Ucraina, patria del peggior disastro nucleare civile mai avvenuto, dipende dal nucleare per il 70% della sua produzione elettrica. E sta costruendo nuovi reattori.

Non è follia, né smemoratezza. È necessità. Ma è anche la dimostrazione, forse la più drammatica possibile, che il nucleare moderno è più sicuro di quanto l’immaginario collettivo sia disposto ad ammettere. Persino in guerra.

Mitologia e realtà su Chernobyl

Quando si parla di Chernobyl, le cifre diventano rapidamente mitologiche. Migliaia di morti, centinaia di migliaia di vittime, generazioni condannate. La realtà documentata dall’UNSCEAR (United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiation), l’organismo scientifico delle Nazioni Unite incaricato di studiare gli effetti delle radiazioni, racconta in realtà una storia un po’ diversa.

Le vittime immediate e dirette dell’incidente furono 31: due nell’esplosione iniziale, 28 liquidatori morti per sindrome acuta da radiazioni nei mesi successivi, uno per trombosi coronarica. Altri 134 lavoratori contrassero la sindrome acuta da radiazioni, ma la quasi totalità di essi sopravvisse.

Le conseguenze a lungo termine sono state oggetto di studi ventennali coordinati dall’OMS, dall’IAEA e dall’UNSCEAR. Il Chernobyl Forum, il più grande studio collaborativo mai condotto sul disastro, ha documentato oltre 6.000 casi di tumore alla tiroide in bambini e adolescenti esposti (principalmente in Bielorussia, ma anche in Russia e Ucraina) fino al 2005. La maggior parte sono stati trattati con successo, con 15 decessi anche se si prevede che l’aumento dell’incidenza del cancro alla tiroide dovuto all’incidente di Chernobyl continuerà per molti anni a venire, sebbene sia difficile quantificare con precisione l’entità di tale aumento a lungo termine.

Altre organizzazioni hanno pubblicato stime molto più alte, fino a milioni di morti. Tuttavia, questi numeri sono fortemente contestati dalla comunità scientifica per l’uso di metodologie non peer-reviewed e del modello LNT (lineare senza soglia) applicato a dosi molto basse di radiazioni, un approccio che l’UNSCEAR ha definito caratterizzato da ‘incertezze inaccettabili’. Il consenso scientifico internazionale (IAEA, WHO, UNSCEAR) stima che il numero delle vittime totali nell’arco della vita delle 600.000 persone più esposte (liquidatori, evacuati, residenti delle aree contaminate) è di circa 4.000-9.000 decessi potenziali attribuibili alle radiazioni.

Non è minimizzare. È scienza. Chernobyl fu un disastro, ma non l’apocalisse che continua a vivere nell’immaginazione collettiva.

Il nucleare in Ucraina

Il pericolo nucleare in Ucrain

Il pericolo nucleare in Ucraina
Autore: Piergiorgio Pescali
Editore: Mimesis
Collana: Katastrophé
Anno: 2022

Prima della guerra, l’Ucraina produceva il 54,4% della sua elettricità dalle sue 15 unità nucleari distribuite in quattro centrali: Zaporizhzhia (6 reattori), Rivne (4), Yuzhnoukrainsk (3) e Khmelnytsky (2).

Oggi, con la guerra in corso dal febbraio 2022, il nucleare è diventato ancora più cruciale. Nove reattori sono operativi (i sei di Zaporizhzhia sono in “cold shutdown” sotto occupazione russa) e forniscono circa il 70% dell’elettricità nazionale, secondo Ukrenergo, l’operatore della rete ucraina.

Perché questo aumento percentuale? La risposta è brutale: perché tutto il resto è stato distrutto o rubato.

Le centrali a carbone erano concentrate nel Donbass, ora occupato. L’idroelettrico ha subito la distruzione della diga di Kakhovka. E le rinnovabili, l’eolico e il solare in cui l’Ucraina aveva investito miliardi negli ultimi dieci anni, sono state sistematicamente smantellate dalle forze russe e trasferite in Russia. Pannelli solari e turbine eoliche sono stati caricati su camion e portati oltre il confine, un saccheggio energetico documentato da Energoatom, l’agenzia nucleare nazionale ucraina.

Restano solo i reattori. Massicci, inamovibili, e sorprendentemente resistenti.

La centrale nucleare di Zaporizhzhia è la più grande d’Europa: sei reattori VVER-1000 per una capacità totale di 6.000 MW. Il 4 marzo 2022, dopo intensi combattimenti che causarono un incendio nell’area amministrativa (non nei reattori), le forze russe ne presero il controllo. Da allora, la centrale è in una situazione che l’IAEA definisce “estremamente fragile”.

Ma nonostante bombardamenti ripetuti, incendi, otto blackout parziali o completi dell’alimentazione elettrica esterna, la centrale non ha mai rilasciato materiale radioattivo significativo.

Come è possibile?

La risposta sta nell’ingegneria. I reattori VVER sono protetti da un involucro di acciaio spesso 20 centimetri, circondato da due contenitori di calcestruzzo rinforzato da 1,5 metri ciascuno. Questa struttura può resistere all’impatto diretto di un aereo di linea. I bombardamenti con artiglieria convenzionale, per quanto pericolosi, non sono sufficienti a penetrare queste difese.

Il vero rischio non è la distruzione fisica dei reattori, ma l’interruzione dei sistemi di raffreddamento. I reattori VVER richiedono raffreddamento continuo anche dopo lo spegnimento. Se l’alimentazione elettrica esterna viene a mancare, entrano in funzione 20 generatori diesel di emergenza. Se anche questi falliscono, il calore residuo potrebbe, in teoria, causare una fusione del nocciolo; lo scenario di Fukushima. Ma finora, il sistema ha tenuto.

Il disastro della diga di Kakhovka

Rafael Grossi, direttore generale dell’IAEA, ha visitato Zaporizhzhia più volte e ha confermato che “la centrale può operare in sicurezza se si rispettano le procedure”, anche se ha chiesto ripetutamente la smilitarizzazione dell’area. Mentre l’attenzione mondiale si concentrava sulla centrale di Zaporizhzhia, temendo un “nuovo Chernobyl”, il vero disastro energetico ucraino si consumava altrove.

Il 6 giugno 2023, la diga di Kakhovka, sul fiume Dnepr, esplose liberando 18 chilometri cubi d’acqua.

Le conseguenze furono immediate e devastanti: 80 città e villaggi sommersi, almeno 48 morti ufficiali sulla riva destra controllata dall’Ucraina, 42.000 persone evacuate, 1,25 milioni di persone senza acqua potabile, 400.000 ettari di terreno agricolo senza irrigazione, 150 tonnellate di petrolio riversate nel fiume, 83.000 tonnellate di metalli pesanti dispersi con i sedimenti.

Il biologo Vadym Maniuk dell’Istituto di Idrobiologia dell’Accademia Nazionale delle Scienze ucraina ha descritto la catastrofe come “un disastro ecologico paragonabile all’uso di armi chimiche o biologiche”.

L’organizzazione Truth Hounds, che monitora i crimini di guerra, ha documentato che la portata del disastro sulla riva sinistra occupata dai russi potrebbe essere molto superiore a quanto ufficialmente riportato.

Eppure, nelle cronache internazionali, Kakhovka è stata una notizia di pochi giorni. Zaporizhzhia, dove non è morto nessuno e non si è verificata alcuna contaminazione, continua a fare titoli allarmistici.

Il paradosso è stridente: l’idroelettrico, considerato “energia pulita e sicura”, ha causato una delle peggiori catastrofi umanitarie ed ecologiche della guerra. Il nucleare, percepito come intrinsecamente pericoloso, ha resistito senza cedere.

Chernobyl, una riserva naturale

Ma torniamo a Chernobyl. Quarant’anni dopo, la zona di esclusione di 30 chilometri attorno al reattore esploso è diventata, involontariamente, una delle più grandi riserve naturali d’Europa.

Le misurazioni radiologiche condotte fino a pochi mesi fa mostrano che i livelli di radioattività sono “decisamente moderati” nella maggior parte dell’area. Valori elevati si registrano solo nelle immediate vicinanze del sarcofago che ricopre il reattore 4 e in alcuni “hot spot” localizzati.

Il cesio-137, con un tempo di dimezzamento di 30 anni, è ancora rilevabile ma sta diminuendo. Lo stronzio-90, anch’esso con tempo di dimezzamento di circa 29 anni, è concentrato principalmente nel suolo vicino al reattore.

Ma la fauna selvatica è tornata. Lupi, linci, alci, cinghiali, castori, aquile di mare. Popolazioni in espansione di animali che hanno ricolonizzato un’area da cui gli umani sono stati evacuati. Uno studio pubblicato su Current Biology nel 2015 ha documentato che le popolazioni di mammiferi nella zona di esclusione sono abbondanti quanto o più delle riserve naturali circostanti non contaminate.
La radiazione c’è, certo. Ma è meno dannosa della presenza umana.

Nuovi reattori

Nel settembre 2024, mentre l’Europa discuteva se includere o meno il nucleare nella tassonomia verde, l’Ucraina posava la prima pietra per due nuovi reattori presso la centrale di Khmelnytsky.

Non si tratta di vecchi progetti sovietici. Sono reattori Westinghouse AP1000, tecnologia statunitense di terza generazione avanzata, con sistemi di sicurezza passivi che non richiedono alimentazione elettrica per funzionare in caso di emergenza. Costo: 5 miliardi di dollari. Tempo di costruzione previsto: 6 anni. Durata operativa: 60 anni.

L’Ucraina ha anche firmato un memorandum con Westinghouse per la possibile costruzione di Small Modular Reactors (SMR) AP300, reattori modulari di nuova generazione considerati ancora più sicuri e flessibili.

Perché questa scelta? Petro Kotin, presidente di Energoatom, è stato chiaro: “L’Ucraina non ha alternative. Il carbone è nel Donbass occupato. L’idroelettrico è stato sabotato. Le rinnovabili sono state distrutte o rubate. Il gas significa dipendenza dalla Russia. Ci resta solo il nucleare.”

E aggiunge: “Questi due anni di guerra hanno dimostrato che i reattori moderni con contenimento adeguato sono molto più sicuri di quanto si pensasse. Zaporizhzhia ha subito attacchi che avrebbero distrutto qualsiasi altra infrastruttura energetica, ma è ancora lì, intatta.”

Il nucleare resiliente

Quarant’anni dopo Chernobyl, la lezione che emerge dall’Ucraina è scomoda per molti: il nucleare moderno, con le sue protezioni fisiche e i suoi sistemi ridondanti, è più resiliente di quasi ogni altra fonte energetica. Persino in guerra.

Non significa che il nucleare sia privo di rischi. Significa che i rischi vanno misurati con onestà, comparati ad alternative reali, non ideali.

Una diga può essere distrutta con esplosivi e causare decine (o centinaia) di morti immediati e una catastrofe ecologica. Un reattore moderno può essere bombardato ripetutamente senza rilasciare radiazioni.

Il carbone uccide migliaia di persone ogni anno per inquinamento atmosferico. Le rinnovabili possono essere smantellate e rubate in poche settimane. Il nucleare resta lì. Massiccio, inamovibile, e, se gestito correttamente, sorprendentemente sicuro.

L’Ucraina lo ha capito. Non per ideologia, ma per necessità. Non nonostante Chernobyl, ma proprio a causa di Chernobyl: perché quarant’anni di studi scientifici hanno dimostrato che la realtà del disastro fu terribile, ma non apocalittica. Che la scienza può imparare dagli errori. Che la tecnologia può migliorare.

Mentre il mondo commemorerà il 26 aprile con documentari apocalittici e articoli che parlano di “terre morte per millenni”, l’Ucraina continuerà a costruire i suoi nuovi reattori. Perché ha scoperto, nel modo più duro possibile, che quando crollano le certezze, quando la guerra distrugge tutto, restano solo le cose davvero solide.

E il nucleare, paradossalmente, si è rivelato la più solida di tutte.