L’esplosione poetica di Srečko Kosovel

Quest’anno ricorre il centenario della morte di Srečko Kosovel (1904-1926), il poeta sloveno più tradotto al mondo. Omaggio ad un artista che, come una meteora splendente ed impetuosa, ha attraversato il cielo delle avanguardie del primo Novecento

21/08/2026, Božidar Stanišić
Srečko Kosovel - dominio pubblico

Srečko Kosovel – dominio pubblico

Srečko Kosovel - dominio pubblico

Nonostante il predominio delle notizie su guerre e incertezze energetiche e ambientali, di tanto in tanto ci imbattiamo in informazioni che, in questa fase inedita della Storia, accendono un barlume di speranza che l’arte possa ancora avere una qualche importanza. In questo senso, due recenti notizie mi hanno piacevolmente sorpreso: una riguardante la decisione della Slovenia di proclamare il 2026 l’anno di Kosovel, e l’altra sull’anno di Bora Stanković in Serbia (in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita del grande romanziere). Parleremo di Stanković un’altra volta. Ora mi concentro su Kosovel. E lo faccio esclusivamente come semplice lettore affascinato dalla profondità e dalla vastità della produzione letteraria del poeta sloveno più tradotto al mondo.

Sežana, una scoperta fortuita

L’anno scorso, durante un incontro letterario presso la Biblioteca “Srečko Kosovel” a Sežana (Sesana), il direttore Marko Matičetov mi ha regalato una copia dell’edizione bilingue delle poesie di Kosovel, in portoghese e sloveno. Centoventi poesie, pubblicate nel 2024 in occasione dell’anniversario della nascita del poeta. È “colpa” di Adriano Miranda, professore brasiliano e grande conoscitore dell’opera poetica di Kosovel, se la raccolta “Moja pesem je eksplozija/Meu poema é explosão” [La mia poesia è un’esplosione] è stata tradotta in portoghese.

Lasciamo da parte per un attimo l’edizione curata da Miranda e parliamo di Kosovel. Pur trattandosi del poeta sloveno più tradotto in Italia, spendo due parole sulla sua vita, anche per rendermi utile ai lettori a cui è completamente sconosciuto.

Testimone di un’epoca

Come guida attraverso il percorso esistenziale e creativo del poeta, consiglio il libro di Boris Pahor “Srečko Kosovel – Pričevalec zaznamovanega stoletja” [Srečko Kosovel – Testimone di un’epoca importante] pubblicato nel 2008 dalla casa editrice dell’Università di Lubiana. La prima edizione di questo saggio biografico è uscita in italiano nel 1993 per i tipi dell’editore Studio Tesi di Pordenone.

Grazie alle nostre conversazioni private e agli scambi epistolari, ma anche durante alcuni incontri pubblici a cui abbiamo entrambi partecipato, ho avuto modo di conoscere Pahor non solo come uno scrittore serio, ma come un uomo che non ha mai utilizzato le parole in modo irresponsabile.

Leggendo le pagine della sua opera dedicata a Kosovel, ho avuto la sensazione di ascoltare la voce di un individuo consapevole del fatto che far ragionare gli altri presuppone la capacità di presentare argomentazioni in modo convincente. E il libro di Pahor è più che convincente. Credo sia il risultato non solo di una ricerca approfondita su Kosovel, ma anche di una moltitudine di esperienze legate alla poesia e al credo umanista dell’artista. In parole povere, Pahor si è sempre basato sulla propria percezione dei fatti e degli aspetti estetici, evitando uno sguardo distaccato.

Ricordiamo: Boris Pahor nacque nel 1913, nove anni dopo Srečko Kosovel, e morì nel 2022, quindi novantasei anni dopo il poeta, scomparso nel 1926 all’età di soli ventidue anni. Anche Josip Murn Aleksandrov, il predecessore modernista di Kosovel, morì a ventidue anni. Il poeta Dragotin Kette visse solo un anno in più. Sia Kosovel che Pahor videro il Narodni dom di Trieste scomparire inghiottito dalle fiamme, un incendio che divenne simbolo della politica fascista nei confronti degli sloveni.

Da saggista, nel suo libro su Kosovel, Pahor si concentra sull’opera del poeta d’avanguardia, abbracciando tutte le principali fase creative della sua breve vita (impressionismo, espressionismo, costruttivismo). Allo stesso tempo, la ricerca biografica dettagliata si intreccia profondamente con il turbolento periodo storico della Grande Guerra e con il percorso di alcune figure fondamentali per la formazione artistica e sociale del poeta. L’attenzione di Pahor si focalizza in particolare sul dopoguerra, quando – sulla base di quanto previsto dal Patto di Londra, e poi dal Trattato di Rapallo (1920) – mezzo milione di sloveni rimasero al di fuori del territorio del neonato Regno dei serbi, croati e sloveni.

102 Copertina del libro di Pahor su Kosovel e una selezione delle traduzioni di Miranda in portoghese (Foto: Božidar Stanišić)

Una meteora tra i poeti

Nato a Sežana e cresciuto in una famiglia numerosa nella vicina Tomaj, il giovane Srečko aveva assistito agli orrori del conflitto sul fronte italo-austriaco, vivendo anche la repressione fascista del dopoguerra. Una repressione segnata non solo dal divieto della lingua, delle scuole e delle biblioteche slovene, ma anche da violenze fisiche, incarcerazioni e condanne a morte.

Era cresciuto troppo in fretta, emergendo all’improvviso come una meteora – come afferma Marijan Rupert, responsabile della collezione di manoscritti e dell’archivio della Biblioteca nazionale slovena – per poi scomparire con altrettanta fulmineità. Senza mai smettere di splendere, come se si fosse trasformato in una stella.

Nel 1922, Kosovel decise di studiare a Lubiana, in un clima culturale, come sottolinea lo stesso Pahor, molto più fecondo rispetto a quello del Litorale e di Trieste, luoghi in cui Kosovel aveva maturato la sua prima concezione del mondo e dove il Carso era diventato un fattore determinante della sua formazione spirituale. A Lubiana, studiò alla Facoltà di Filosofia, seguì lezioni di letteratura romanza e slava e un corso di storia dell’arte. Scrisse intensamente poesie, saggi e articoli.

Quando, verso la fine della vita del poeta, la sua raccolta “Zlatni čun” [La barca dorata] fu rifiutata, nessuno era consapevole della vastità della sua produzione letteraria. Circa cinquecento poesie completate e altrettanti bozzetti giunti gradualmente ai lettori, dal 1927 fino ad oggi.

Pahor ha approfondito anche le idee sociali di Kosovel, intese come fondamenta dell’umanità del poeta. Sì, questo libro può essere letto e interpretato come una sorta di romanzo in cui si possono ascoltare le voci di diversi testimoni del percorso esistenziale e creativo di Srečko Kosovel (e si possono vedere pagine di manoscritti, lettere e fotografie). Particolarmente interessanti sono le lettere delle due sorelle del poeta, Anica e Karmela.

Kosovel e il tema dell’Europa

Lo so, non è né appropriato né utile prestare particolare attenzione solo ad alcune opere di un poeta, ignorando le altre. Ma questa volta farò un’eccezione. “Ekstaza smrti” [Estasi di morte], una poesia del periodo espressionista di Kosovel, è attuale, oggi più che mai, in un’Europa che non ha imparato assolutamente nulla dalla tragica esperienza della Grande Guerra, e non solo. (Oltre ad ispirarsi alla teoria del tramonto dell’Occidente di Spengler, la poesia di Kosovel sembra essere frutto della sua esperienza diretta del mondo). Tuttavia, il potere di un artista di influenzare gli altri è limitato, anche quando – spinto dalla disperazione o dalla consapevolezza di aver conosciuto le illusioni di un mondo più grande di lui – come un naufrago, manda messaggi in bottiglia. Kosovel lo dimostra anche quando ci interroga, in modo acuto, seppur implicito: Perché le cose sono come sono? Siamo ancora capaci di tornare umani? Mi fermo qui. Per chi fosse interessato a leggere la poesia, la riportiamo in fondo al testo.

Kosovel nella lingua di Camões

Tornando all’edizione curata da Adriano Miranda, il professore brasiliano ha imparato lo sloveno pur di poter leggere le poesie di Kosovel. Se non erro, ha conosciuto le opere del poeta sloveno grazie ad una traduzione francese curata dal poeta Marc Alyn e pubblicata da Édition Seghers nella collana Poètes d’aujourd’hui (1965). La prefazione di Miranda mi ha fatto tornare in mente una lettera con cui, una quindicina di anni fa, Massimo Rizzante mi aveva proposto di collaborare alla realizzazione di un’edizione bilingue del poema “Lament nad Beogradom” [Lamento per Belgrado) di Miloš Crnjanski. Rizzante era rimasto abbagliato dalla bellezza di quell’opera, da quella stessa luce poetica che, ne sono convinto, anche Miranda ha colto nelle opere di Kosovel, rimanendone incantato.

Leggendo la prefazione del professore brasiliano, ho pensato a Goethe e alla sua convinzione che esista una letteratura universale capace di cancellare le barriere linguistiche e i confini tra le epoche. Naturalmente, mi è tornato in mente anche Crnjanski e il suo monito: tutto, in questo mondo, è connesso. Come anche nella poesia.

Nel suo straordinario saggio “Srečko Kosovel nella lingua di Camões”, Miranda ha restituito al poeta sloveno il posto che gli spetta nella storia della poesia europea, soprattutto quella delle avanguardie del primo Novecento. Il professore si domanda giustamente: come sarebbe evoluta la storia della poesia modernista europea se il ciclo di poesie costruttiviste di Kosovel “Integrali” non fosse rimasto sconosciuto per decenni? Miranda attribuisce alla fase costruttivista del poeta un’importanza eccezionale, valutazione che possiamo condividere o meno.

Kosovel – Sežana, Tomaj

Ho chiesto a Marko Matičetov, direttore della Biblioteca “Srečko Kosovel”, di dirci qualcosa di più sul centenario della morte del poeta. Mi ha gentilmente risposto: “Pur essendo stato un poeta del Carso, Kosovel con la sua poesia ha superato i confini del suo tempo e del suo spazio. Ecco perché, in occasione di questo anniversario, ritengo importante non solo onorare la memoria del poeta, ma anche rileggere e riscoprire le sue opere”.

Non volendo sembrare polemico, mi sono astenuto dall’incalzarlo: “Ma cosa dice signor Matičetov, meno onorificenze e più lettura? Le sembra forse un’impresa facile in un’epoca digitale come la nostra?”. Non gliel’ho chiesto. Perché i direttori delle biblioteche dovrebbero essere degli Atlanti che reggono il peso del mondo digitale sulle loro spalle? Non si appoggiano forse, come tutti noi che cerchiamo di resistere all’”onniscienza” tecnologica, solo al Libro?

Invece di scervellarmi su possibili risposte, riporto le parole di Matičetov: “Ritengo che la ristrutturazione della casa della famiglia Kosovel a Tomaj sia il più grande risultato che abbiamo raggiunto quest’anno. I visitatori possono ora entrare nello spazio in cui il poeta ha trascorso gli ultimi mesi della sua vita e ammirare i suoi oggetti personali e l’ambiente in cui ha creato. Credo che la casa possa diventare un nuovo punto di riferimento culturale per il Carso e un luogo dove l’eredità di Kosovel continuerà a vivere”.

Nel mezzo della notte

Nel mezzo della notte, nel lamento dei pini,

mentre gli alberi si destano dall’onirica visione,

quando il vento la campagna ammanta,

il mio cuore trova nuova ispirazione.

Al chiarore della luna il campo favilla,

il pioppo, il salice e anche l’ontáno

a chi sta al di fuori del creato

sussurrano suadenti per il piano.

Le piccole stanze d’eternità aperte,

nell’anime nostre la speranza è in volo,

brilla il sole dorato su di noi

e senti di non essere più solo!

(traduzione: Miha Obit)

 

Estasi di morte

Tutto è estasi, estasi di morte!

Le guglie dorate dell’Occidente,

le bianche cupole – (tutto è estasi) –

tutto sprofonda in u mare rosso e rovente;

il sole tramonta e di lui s’inebria

l’uomo europeo, mille volte morto,

– Tutto è estasi, estasi di morte! –

 

Bella, oh, bella sarà la morte d’Europa;

splendida come una regina tra gli ori

si stenderà nella bara dei secoli oscuri.

Perirà in silenzio. Così chiude

Gli occhi d’oro una vecchia regina,

– Tutto è estasi, estasi di morte! –

 

Ecco, da una nube vespertina (ultima

messaggera che annuncia all’Europa altra luce!)

scorre il sangue nel mio cuore stanco.

Ormai in Europa non c’è più acqua

E noi uomini beviamo sangue,

il sangue di soavi nuvole serali.

– Tutto è estasi, estasi di morte! –

 

Nato da poco, già bruci nel fuoco della sera,

tutti i mari sono rossi, tutti i mari

pieni di sangue, tutti i laghi e non c’è più acqua

e noi uomini in cui quest’uomo lavi

la propria colpa e il proprio cuore,

non c’è acqua per spegnere la sua sete

di tacita e verde natura al nascere dell’alba.

 

E tutto è sera e non vi sarà mattino,

finché non moriamo noi che portiamo

la colpa dell’agonia, finché non moriamo

fino all’ultimo…

 

Su queste terre, anche su queste verdi

terre molli di rugiada, anche su queste

brillerai, o sole del tramonto,

coi tuoi raggi scottanti? Anche su queste?

 

Il mare inonda le verdi campagne,

un mare serale di sangue bollente,

non c’è più scampo, non c’è salvezza,

finché non cadiamo io e tu,

finché non cadiamo io e tutti,

finché non moriamo sotto il peso del sangue.

 

Con raggio d’oro il sole splenderà

Su noi, cadaveri d’Europa.

(traduzione: Jolka Milič)

 

Cons II

Lo stanco europeo

fissa triste la sera dorata,

che è ancora più triste

della sua anima.

Il Carso.

La civiltà è senza cuore

Il cuore è senza civiltà.

Lotta stremata.

Evacuazione di anime.

La sera brucia come fuoco.

Morte all’Europa!

Pietà! Pietà!

Signor professore,

capisce la vita?

(traduzione: Miha Obit)

 


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