Leggi sugli “agenti stranieri”, una minaccia alla democrazia
Negli ultimi anni, in tutta Europa e oltre, si assiste al proliferare di normative sulla trasparenza dei media e delle ong che ricevono fondi dall’estero. Dietro alla retorica concentrata su presunte ingerenze esterne, si cela una lacuna strutturale della democrazia contemporanea: la mancanza di un forte sostegno pubblico alla società civile

Tbilisi, Georgia – “March for Europe” 2024 © Mirko Kuzmanovic/Shutterstock
Tbilisi, Georgia - "March for Europe" 2024 © Mirko Kuzmanovic/Shutterstock
Il dibattito globale sulle leggi sugli agenti stranieri segue uno schema ben noto. I governi affermano di difendere la sovranità e la trasparenza. Le organizzazioni della società civile e gli osservatori internazionali mettono in guardia sui rischi di un autoritarismo strisciante. Entrambe le parti, per certi versi, hanno ragione, ma non riescono ad arrivare al nocciolo della questione. Il vero problema non sono i finanziamenti esterni, bensì la mancanza di sostegno interno.
Nelle democrazie emergenti – dall’America centrale all’Africa subsahariana e allo spazio post-sovietico – i media indipendenti, i think tank e i cosiddetti “watchdog” civici dipendono in larga misura da finanziamenti esterni. Questa dipendenza – che non è ideologica, bensì strutturale – fornisce agli attori politici un’arma facile da utilizzare e difficile da contrastare: quando la società civile è finanziata dall’estero, è facile dipingerla come straniera. Tale rappresentazione può essere fuorviante e opaca, ma è politicamente efficace. Funziona.
Un fallimento del mercato con conseguenze politiche
Tralasciando per un attivo la dimensione politica, emerge un fallimento del mercato abbastanza consueto. Il giornalismo di interesse pubblico, le analisi politiche e il monitoraggio civico generano un autentico valore sociale: spingono le istituzioni a rendere conto del proprio operato, migliorano la governance e stimolano un dibattito pubblico informato. Tuttavia, raramente generano profitti commerciali sostenibili, soprattutto nei mercati più piccoli o politicamente polarizzati. Abbandonati alle sole forze di mercato, questi settori sono cronicamente sottofinanziati o semplicemente scompaiono.
A colmare in parte questa lacuna, nelle democrazie consolidate con una popolazione più benestante, è una combinazione di filantropia nazionale, incentivi fiscali e una radicata cultura civica. Individui, fondazioni e imprese sostengono i media no profit e la società civile non per beneficenza, ma per sostenere un più ampio ecosistema democratico. In molte democrazie emergenti – ma anche in alcune di quelle ormai consolidate, come suggeriscono le recenti tendenze globali – questi meccanismi sono deboli o semplicemente inesistenti.
Il risultato è uno squilibrio: le ong esistono, ma operano senza un legame finanziario significativo con la società che dovrebbero rappresentare.
Un’emergenza permanente
La situazione attuale è frutto di un processo storico. Dopo il crollo del blocco sovietico, i donatori internazionali sono intervenuti per costruire istituzioni democratiche da zero. Hanno finanziato una vasta gamma di attività: l’educazione civica, il giornalismo indipendente, la ricerca sulle politiche pubbliche. Interi settori che altrimenti non sarebbero mai emersi. Al di là dell’utilità concreta, il sostegno esterno si è rivelato fondamentale.
Tuttavia, quello che era iniziato come un intervento necessario si è gradualmente trasformato in un modello permanente: il sistema di emergenza è diventato un’infrastruttura fondamentale. Dato che i finanziamenti provenivano dall’estero, le organizzazioni avevano scarsi incentivi (e opportunità) per costruire basi finanziarie nazionali. Col tempo, molte sono diventate abili nel destreggiarsi tra bandi internazionali e meno interessate a sviluppare reti di finanziamento locali, strutture associative e iniziative dal basso. Questo ha portato all’emergere di organizzazioni spesso soprannominate “divoratrici di sovvenzioni”, a scapito di un più ampio radicamento sociale. Nessuna sorpresa quindi se gli attori populisti riescano a sfruttare queste dinamiche a proprio vantaggio.
La conseguenza, peraltro prevedibile, non è l’illegittimità, ma la vulnerabilità delle organizzazioni della società civile.
Dipendere esclusivamente dalle priorità geopolitiche internazionali rende la società civile locale suscettibile ai cambiamenti di rotta dei donatori. Un cambio di governo o una svolta strategica a Washington o Bruxelles possono prosciugare improvvisamente i fondi per i meccanismi di monitoraggio cruciali (come ha dolorosamente dimostrato il recente smantellamento di USAID).
Interrogativi fondamentali
La maggior parte dei dibattiti sulle ong si concentra sulla domanda sbagliata: i fondi dall’estero sono accettabili o meno? Sono accettabili e pienamente legittimi. La possibilità di ricevere sostegno internazionale è sancita dal diritto internazionale e rimane essenziale, soprattutto per i difensori dei diritti umani che operano sotto pressione. Tuttavia, intesi come modello a lungo termine, i finanziamenti esterni semplicemente non sono sufficienti.
Quindi, il nocciolo del problema non è la legittimità dei finanziamenti dall’estero, ma la mancanza di alternative a livello nazionale.
In molti paesi non esistono incentivi fiscali significativi per le donazioni di beneficenza, né una cultura di filantropia strutturata. Mancano anche meccanismi che permettano a cittadini e imprese di sostenere in modo concreto le organizzazioni civiche. La società civile non è radicata nell’economia locale perché manca il quadro istituzionale che la supporti.
Quando le organizzazioni dipendono quasi interamente da finanziamenti esterni, diventano facili bersagli di narrazioni politiche che ne mettono in discussione la lealtà: narrazioni che, per quanto ciniche o esagerate, risuonano perché contengono un fondo di verità. La società civile, in questi contesti, svolge un lavoro essenziale pur “galleggiando” senza un punto di riferimento fermo.
Le pressioni sui media
Queste dinamiche emergono chiaramente nel settore dei media. In un contesto polarizzato, lo spazio è tipicamente diviso tra mezzi di informazione allineati al potere e media commerciali legati a interessi politici o economici. Il giornalismo indipendente e non commerciale, concentrato sugli eventi politici e sulla responsabilità piuttosto che sul sensazionalismo, fatica a trovare spazio. Questa marginalizzazione non è dovuta alla mancanza di qualità o alla scarsa domanda, ma al fatto che il mercato non premia l’informazione indipendente e la filantropia non riesce a colmare il vuoto.
Si tratta di un classico fallimento del mercato, ma con conseguenze politiche. Quando il giornalismo serio non riesce a sostenersi commercialmente e non gode del supporto filantropico nazionale, diventa dipendente da finanziamenti esterni oppure scompare.
Oltre le soluzioni parziali
Un’agenda democratica costruttiva si deve concentrare su soluzioni strutturali: creare, all’interno del contesto nazionale, gli incentivi economici che storicamente hanno sostenuto la filantropia nelle democrazie mature. L’obiettivo è creare un ecosistema finanziario nazionale a sostegno della società civile, che non si basi su una manciata di ricchi mecenati – il che significherebbe semplicemente sostituire il fenomeno della “state capture” con un sistema oligarchico – ma su meccanismi legali trasparenti che offrano sia al pubblico in generale che al mondo imprenditoriale incentivi concreti a finanziare la società civile.
Considerando che il problema è di natura strutturale, anche la soluzione deve essere strutturale. Esistono modelli validi, seppur non privi di difetti.
Tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio degli anni 2000, i paesi post-comunisti dell’Europa centrale si erano trovati ad affrontare dinamiche analoghe. Le istituzioni avevano reagito introducendo un sistema di ripartizione percentuale delle imposte, sperimentato con successo in Slovacchia. Era stato applicato un sistema di imposta sul reddito, in base al quale i contribuenti avevano destinato una piccola quota della loro imposta sul reddito, in genere l’uno o il due percento, alle organizzazioni no profit registrate o ai media di interesse pubblico di loro scelta.
Per quanto semplice, questo meccanismo può cambiare radicalmente il rapporto tra società civile, stato e pubblico in tre modi.
Primo, decentralizza le decisioni sui finanziamenti: è il cittadino, non lo stato, a scegliere quali organizzazioni ricevono sostegno. Così si scardina la retorica populista per cui il denaro pubblico verrebbe utilizzato dalle élite per finanziare le reti clientelari.
Secondo, consente la partecipazione civica senza costi a carico dei cittadini: un passo significativo nelle economie in transizione, dove le risorse sono limitate e chiedere ai cittadini di donare direttamente a think tank o riviste indipendenti è semplicemente irrealistico. Non si chiede alle persone di spendere ulteriori soldi, ma solo di scegliere a chi destinare le tasse già pagate.
Terzo, favorisce un riallineamento tra imprese e sfera civica: permettendo alle aziende di destinare una parte del loro carico fiscale a iniziative locali, il quadro normativo contribuisce a svincolare gli interessi commerciali dal favoritismo politico, indirizzandoli verso la stabilità istituzionale, la trasparenza e il benessere della comunità.
La Slovacchia aveva introdotto questo sistema nel 2002 e, a metà degli anni 2000, migliaia di organizzazioni potevano contare su finanziamenti interni. Col tempo, il modello si è diffuso in tutta l’Europa centrale. Tuttavia, la situazione attuale della Slovacchia rappresenta un monito a non indulgere ad un facile ottimismo. Il meccanismo di assegnazione del 2% rimane sostanzialmente intatto, ma lo stato ha trovato altre leve. Tagliando i contributi pubblici supplementari e reindirizzando i fondi statali verso enti allineati al governo, le autorità hanno di fatto sottratto fondi alle organizzazioni indipendenti che operano nel campo dei diritti umani, della tutela ambientale e della cultura, senza mai modificare la struttura formale del sistema di assegnazione.
Questo non significa che il modello slovacco sia fallito. Significa che un meccanismo statale è necessario ma non sufficiente. I meccanismi di finanziamento strutturali possono creare una base finanziaria interna per la società civile, ma non possono, da soli, proteggerla da un governo determinato ad esercitare pressioni attraverso altri canali. La società civile può essere trasformata in un bene pubblico sostenuto a livello locale, ma i modelli che lo rendono possibile devono essere rafforzati e le condizioni politiche che ne consentono il funzionamento devono essere attivamente difese.
Uno sguardo dall’interno
Questi vincoli non sono teorici, ma operativi. In regioni come il Caucaso meridionale, la creazione di piattaforme sostenibili per un giornalismo indipendente rimane una sfida costante. Il Caucasian Journal, una piattaforma multilingue e non commerciale con sede a Tbilisi, è nato per fornire analisi politiche in uno spazio mediatico frammentato, superando le narrazioni polarizzate per concentrarsi su questioni pratiche relative alla governance, alla cooperazione e allo sviluppo istituzionale. Operare in un contesto privo di finanziamenti nazionali strutturati rende il problema di fondo immediatamente tangibile. Sostenere piattaforme indipendenti richiede di fare affidamento su sovvenzioni internazionali a breve termine e contributi volontari. La pianificazione a lungo termine è difficile e la continuità non è mai garantita.
Il principale ostacolo è la struttura economica. Quando la società civile deve costantemente giustificare la propria esistenza ai donatori stranieri anziché essere strutturalmente integrata nell’economia nazionale, la sua presenza sul territorio rimane fragile.
Progettazione, non solo difesa
Difendere la società civile dalle leggi restrittive è indispensabile, ma occorre andare oltre.
Fino a quando la struttura finanziaria di base rimarrà invariata, le vulnerabilità persisteranno. La società civile continuerà a dipendere da finanziamenti esterni e gli attori politici continueranno a sfruttare questa dipendenza. Il cambiamento più efficace consiste nel passare dalla difesa alla progettazione: introdurre incentivi fiscali per le donazioni individuali e aziendali, creare sistemi di allocazione basati su percentuali, modernizzare i quadri giuridici per sostenere una filantropia nazionale trasparente. Anche i donatori internazionali hanno un ruolo in questo processo. Non dovrebbero limitarsi a finanziare progetti, ma incoraggiare attivamente le riforme sistemiche che permettano alla società civile di rafforzare la propria posizione finanziaria.
La polemica sulle cosiddette leggi sugli agenti stranieri non svanirà. Ma concentrarsi sulle leggi stesse significa curare solo i sintomi. Il vero problema è che in troppe democrazie emergenti la società civile opera senza una solida base economica interna. Questo la rende al tempo stesso indispensabile e perennemente vulnerabile.
La democrazia non può essere esternalizzata all’infinito. Se la società civile è finanziata dall’estero, rimarrà sempre politicamente vulnerabile in patria. La soluzione non è ridurre il sostegno internazionale, ma costruire un sistema di controllo interno che renda tale sostegno sostenibile e, in definitiva, meno necessario. Ciò richiede più della semplice volontà politica: serve una struttura istituzionale. Finché questo sistema non verrà creato, il ciclo si ripeterà: finanziamenti esterni, reazioni politiche negative, risposte difensive. Interrompere questo ciclo significa correggere il sistema che ha reso inevitabile la polemica sin dall’inizio.
*Alexander Kaffka è il capo redattore di Caucasian Journal
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