La Turchia di Erdoğan in piazza per il decennale del tentato golpe del 2016
A dieci anni dal tentato colpo di stato del 15 luglio 2026, la Turchia del presidente Erdoğan festeggia la vittoria sui golpisti legati al predicatore Fethullah Gülen, con manifestazioni di piazza in tutto il paese. Un reportage da Istanbul dei nostri corrispondenti ci racconta umori e riflessioni di un anniversario controverso

Decennale del tentato golpe a Istanbul – foto A.Lazzaroni
Decennale del tentato golpe a Istanbul - foto A.Lazzaroni
Il paesaggio, visto dal traghetto, ricorda certe zone dei Balcani: colline più o meno ripide che scendono verso il mare, case e minareti che spuntano qua e là in mezzo agli alberi, e un’acqua di un blu intenso che impreziosisce lo scenario. Il distretto di Beykoz si trova sulla parte asiatica di Istanbul e si estende tra il secondo e il terzo ponte sul Bosforo.
Nei decenni scorsi la popolazione era composta soprattutto da operai provenienti dal Mar Nero, attratti dalle opportunità di lavoro offerte da stabilimenti come il calzaturificio Kundura e la vetreria Paşabahçe, entrambi dismessi. Oggi Beykoz ha assunto un carattere decisamente più residenziale, specialmente nelle zone collinari. L’abbondanza di spazi verdi ha portato all’arrivo di residenti più benestanti e alla realizzazione di nuovi complessi abitativi e numerose ville.
Nonostante il caldo torrido, la piazzetta delle Dieci Fontane, situata di fronte alla moschea Mustafa Ağa, è piuttosto animata. Il grande platano secolare offre un po’ di ombra, ma non riesce a riparare completamente dai raggi del sole. Decine di persone sono in fila, pronte a gustare un piatto di riso accompagnato da pezzetti di carne cotta a fuoco lento, la cosiddetta kavurma.
I festeggiamenti a Beykoz
Oggi è il 15 luglio e in Turchia si celebra la Festa della Democrazia e dell’Unità Nazionale. Sono passati 10 anni dal tentato colpo di stato del 2016. In ricordo di quel giorno e dei suoi caduti, la municipalità di Beykoz, così come altre di Istanbul, ha organizzato diversi eventi commemorativi.
“Beykoz ha dato un contributo importante alla resistenza contro il golpe: 3 dei 251 martiri erano nostri residenti”, ci racconta Fatih, responsabile della comunicazione del comune. “In mattinata le autorità hanno visitato il cimitero locale, dove è stato recitato un mevlit (supplica per le anime dei defunti). Ora stiamo servendo gratuitamente cibo alla cittadinanza. Cerchiamo di tenere viva la memoria di quel giorno soprattutto per le nuove generazioni”.
Lo sforzo del governo in occasione del 15 luglio è stato enorme. Dalla capitale alle 81 province, dai 922 distretti alle migliaia di municipalità, ogni ente territoriale e amministrativo è stato chiamato a mobilitarsi, pur con diversi gradi di successo che dipendono in buona parte dalle identità politiche in gioco.
A fianco del punto di ristoro c’è un banchetto della Mezzaluna Rossa turca, la Kızılay. “Il 15 luglio ero di turno come volontario della Kızılay”, spiega Mithat, “gran parte degli scontri quella notte sono avvenuti sul primo ponte, per questo con le ambulanze ci siamo diretti lì. Purtroppo ho visto con i miei occhi due nostri concittadini morire tra le nostre braccia, non abbiamo potuto farci niente. Che Allah non faccia mai più rivivere un evento del genere alla nostra gente. Questa sera sul lungomare noi della Kızılay offriremo a tutti le lokma (frittelle dolci imbevute di sciroppo di zucchero)”, conclude con un sorriso.
Dopo Beykoz ci dirigiamo a Üsküdar, distretto conservatore e storica roccaforte dell’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo). Eppure a sorpresa, nelle elezioni amministrative del 2024, qui ha prevalso il CHP (Partito Popolare Repubblicano), peraltro grazie a una donna, Sinem Dedetaş.

Manifesti e bandiera turca – foto A. Lazzaroni
Sul lungomare di Üsküdar
Lungo la via d’acqua, mentre scorre la vista delle coste del Bosforo, appare chiaro l’obiettivo che il governo si è posto per questo decennale: istituzionalizzare e radicare nel sentimento popolare la vittoria sui golpisti legati al predicatore Fethullah Gülen. E per riuscirci non si è badato a spese.
Su scuole ed edifici pubblici, ponti e centri finanziari, campeggiano enormi bandiere turche e gigantografie del presidente Erdoğan affiancate dal ritratto di Mustafa Kemal di pari proporzioni. Commemorazioni in tutto il paese, la marcia sul Ponte dei Martiri, sfilate di navi sul Bosforo, giochi di droni e ologrammi, fuochi d’artificio, messaggi di unità e fiducia nel futuro sui mezzi pubblici.
L’estetica del 15 luglio intende proiettare un’immagine di forza e stabilità in cui la nuova Turchia non ha prevalso sulla vecchia, ne è l’erede legittima e naturale, dopo averne corretto alcune “storture”. La presenza di autorità politiche e religiose riunite, nello sforzo di perfezionare ulteriormente la dottrina nota come “sintesi turco-islamica”: lo stato centrale e l’Islam che procedono all’unisono, preservando, pur trasformata, l’eredità kemalista di Atatürk, nel tentativo di non alienare del tutto le principali componenti della popolazione.

Installazione “Sessiz Tanıklık”, “Silenziosa Testimonianza”, foto di A.Lazzaroni
Sul lungomare di Üsküdar è presente un’installazione artistica denominata “Sessiz Tanıklık”, “Silenziosa Testimonianza”, 251 bandiere turche montate su altrettante aste, ognuna recante nome, cognome, data di nascita e città d’origine dei martiri del 15 luglio.
Tra i presenti notiamo una signora di mezza età che indossa un velo di colore bianco lucente. Si chiama Nesibe. È accompagnata dal marito e dal figlio piccolo. “Quel giorno ero a Erzurum, la mia città natale nell’est. Se non fosse stato per la televisione, da quelle parti non ci saremmo neppure accorti del golpe” ci confessa. “Sono curda, così come mio marito. Ammetto di non avere un forte senso di appartenenza per la nazione turca, faccio parte di una minoranza che è spesso stata maltrattata. Detto ciò sono contenta che i gülenisti non siano riusciti a prendere il potere, sono convinta che le cose sarebbero state assai peggio. Ora è in corso un nuovo processo di pace, forse fa tutto parte di un disegno divino”.
Come molti, Nesibe crede che i seguaci di Fethullah Gülen si sarebbero rivelati una sciagura per la Turchia. Dello stesso avviso è la parte più laica della popolazione o l’altra grande minoranza del paese, ovvero gli aleviti. A posteriori non sorprende che i gülenisti, quando si trattò di passare all’azione, non siano riusciti a coinvolgere il sentimento popolare. Nata come confraternita islamica, Hizmet era diventata un’ingombrante struttura di potere parassitario, i cui affiliati erano legati tanto dalla fede quanto da interessi ben più terreni.
A poca distanza si trova “L’Albero della Memoria” (Hatira Ağacı), una seconda installazione in cui visitatori sono invitati a lasciare un pensiero, una preghiera o un messaggio di gratitudine attraverso degli schermi tattili. Per assistere i visitatori ci sono dei giovani volontari tra cui Burak, a cui chiediamo il suo pensiero.
“Avevo solo 13 anni, non potevo capire cosa stesse accadendo. Sono contento che Gülen sia stato sconfitto quella notte ed eliminato nel corso degli anni, non avrebbero portato nulla di buono”, afferma con convinzione. “Detto ciò, la situazione politica e soprattutto economica è andata continuamente peggiorando ed è difficile avere fiducia nel futuro. Per tanti versi, si stava meglio prima”, conclude amaramente.
La serie TV “Una notte lunga un secolo”
Prima di lasciare Üsküdar e spostarci sulla sponda europea del Bosforo, incrociamo un pannello pubblicitario dell’esistenza di una serie televisiva incentrata sugli eventi del 15 luglio: “Asırlık Gecesi”, “Una notte lunga un secolo”. La serie, composta da 15 episodi, si basa sul libro omonimo di Hüseyin Aydın, pubblicato nel 2020.
Nell’opera Aydın ha raccolto documenti e testimonianze sui retroscena di quella notte. Il governo turco vanta ormai un’esperienza consolidata nella produzione di serie televisive a scopo propagandistico, uno strumento formidabile per plasmare la percezione di un evento storico e presentarlo nella maniera più conveniente alla propria narrazione politica.
“Asırlık Gecesi” si propone di mitizzare la notte del 15 luglio e di esaltare il ruolo eroico della popolazione. Non a caso lo slogan delle celebrazioni del decennale è “İrade bizim, zafer bizim”, ovvero “Nostra è la volontà, nostra è la vittoria”. Mentre saliamo sull’ennesimo traghetto ci riproponiamo di assistere alla première, che andrà in onda proprio in serata.
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La marcia da Fatih a Saraçhane
La più formale delle celebrazioni si tiene nella penisola storica, più precisamente dal cortile antistante la moschea di Fatih, cuore pulsante dell’Islam turco. La partenza della marcia è prevista per le 19.30 ma, complice la sospensione di molte linee di trasporto pubbliche, segnale del desiderio di un’organizzazione della commemorazione sparsa e locale invece che massiva e centralizzata come spesso in passato, arriviamo con un leggero ritardo che pur non ci impedisce di aggregarci al corteo.
La destinazione è il parco di Saraçhane, nei pressi del comune di Istanbul. Impossibile non pensare al contraltare alle proteste del marzo 2025 che, nello stesso luogo, contestarono l’arresto dell’allora sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, esponente di spicco dell’opposizione e nome di punta per provare a sfidare Erdoğan alle future presidenziali.
La folla è variegata e si cammina accompagnati dal suono prodotto da una mehterhân, la banda militare vestita con tradizionali abiti ottomani. Ci sono bambini, studenti, ragazze con e senza velo, membri di confraternite islamiche e di fondazioni, militari e veterani. Onnipresenti le bandiere turche, più frequente il gesto della destra oltranzista dei Lupi Grigi, piuttosto che i tekbir (intonazioni a Allah) o il segno a quattro dita di Rabia un tempo tanto caro a Erdoğan per dare un gesto di identità tangibile all’elettorato religioso.
Sul palco attrezzato per l’occasione, la folla ascolta le parole del Presidente dal grande schermo in diretta da Ankara, prodigo di una retorica gonfia di unità nazionale e un futuro prospero, agognato contraltare di un’attualità in deciso contrasto con i desideri del Reis. Ma questa è una giornata di valori e ideali in cui le incombenze della realtà quotidiana devono essere messe da parte.
Poi l’inno nazionale, i momenti di preghiera con imam e generali fianco a fianco, le musiche celebrative, mentre scende una notte calda e le finestre dei palazzi vengono spalancate in cerca di refoli di freschezza. Nel rientro verso casa, precisamente tredici minuti dopo la mezzanotte, dai minareti delle moschee di Istanbul e di tutta la Turchia risuona all’unisono una preghiera.
Non si tratta dell’ezan, il classico richiamo che invita i fedeli a recarsi in moschea, bensì della sela: un’invocazione spirituale riservata per funerali e circostanze eccezionali. Proprio come avvenne nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, quando l’allora presidente del Diyanet (Presidenza degli Affari Religiosi) Mehmet Görmez diede disposizione a tutti i muezzin di recitarla per mobilitare la popolazione e portarla in strada.
Infine seduti sul divano di casa, la TV viene sintonizzata su TRT1, principale canale televisivo del paese dove, di lì a poco, comincia la serie “Asırlık Gecesi”, continuazione naturale delle preghiere dei muezzin che, fino a poco prima, entravano dalla finestra.
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