Kukavica, un libro da ascoltare

A distanza di trent’anni, dopo averne passati quasi un terzo nei Balcani durante le guerre degli anni Novanta, Mauro Barisone apre il cassetto della memoria e vi estrae un’enorme quantità di storie: di persone, di luoghi e di situazioni emotivamente significative. Il libro è vincitore nella sezione inediti del Premio Clara Sereni

15/05/2026, Nicole Corritore
Copertina di Kukavica, di Viola Berlanda © Elino Editore

Copertina di Kukavica, di Viola Berlanda – Elino Editore

Copertina di Kukavica, di Viola Berlanda © Eli&no Editore

Quando e perché hai deciso di andare a fare volontariato nelle zone di cui scrivi nel libro “Kukavica” pubblicato di recente da Ali&No Editrice grazie al primo premio sezione inediti del Premio Letterario Nazionale Clara Sereni?

Come dico nel libro, sono andato in quella che allora era Jugoslavia nel 1990, l’anno prima dello scoppio della guerra. Ero a Starigrad-Paklenica, nel parco naturale omonimo, in Dalmazia vicino a Zara, per arrampicare. Non sono rimasto a lungo, ma un tempo sufficiente per conoscere delle persone e innamorarmi del luogo.

Con lo scoppio della guerra l’anno dopo, mi sono tornati in mente quei luoghi e quelle persone… ho così cominciato ad informarmi su ciò che stava accadendo, attraverso fonti dirette. Così ho cercato di organizzarmi per andare di persona dopo aver contattato varie organizzazioni. Conoscevo solo Caritas per sentito dire, e quando mi ha risposto l’Associazione Papa Giovanni XXIII – nella persona di Alberto Capannini – proponendoni di andare un mese in un campo profughi alloggiati vicino a Punta Skala nei pressi di Zara, sono partito.

Una volta lì ho capito che un mese non mi sarebbe bastato… e quell’impegno è durato anni. Dalla costa croata, spostarmi poi con altri volontari in Krajina fino a Knin, è stato direi naturale, per stare da una parte e dall’altra della “linea del fronte”. Ci siamo andati la prima volta all’inizio del 1993, e poi dopo l’Operazione Tempesta dell’esercito croato dell’agosto ‘95 [si legga l’intervista a Mauro Barisone “Sulla strada per Knin, dopo la Tempesta“, ndr]. Siamo entrati in quel territorio senza l’idea di fermarci, ma una volta arrivati a Knin e dirottati nel villaggio di Plavno isolato sulle montagne, dove abbiamo trovato solo anziani con bisogno di assistenza, abbiamo deciso di rimanere. Andare via avrebbe significato lasciarli di fatto morire.

Croazia, agosto 1995. L’operazione Tempesta ha devastato interi villaggi, lasciando a Plavno, tra le montagne vicino a Knin, 85 anziani intrappolati tra le macerie del conflitto. Un gruppo di giovani volontari italiani si trasferisce lì per due anni, mossi dal desiderio di ricostruire non solo case, ma anche speranze e legami umani. La convivenza tra i ragazzi e gli anziani si trasforma in un intreccio di storie, diffidenze e inaspettate amicizie.

Kukavica – parola serba che significa “codardo”, ma anche “cuculo” – è il simbolo ambivalente del trauma e della sopravvivenza degli abitanti del territorio. Prefazione di Mario Boccia, fotografo e giornalista. Il libro viene presentato il 15 maggio al Salone del Libro di Torino.

Quando e perché hai cominciato a scrivere i tuoi ricordi? E quando hai deciso di scriverne un libro?

“Kukavica” in realtà è nato trent’anni fa. Di notte, con poca luce, senza alcuna idea di farne un libro. Scrivevo per me stesso, perché vivevamo giornate intese e cariche di tensione, che ognuno stemperava come credeva. Io scrivevo. Avevo recuperato un vecchio tavolo di legno, una matita e un quaderno, sfruttando i mozziconi di candele che gli altri buttavano scrivevo della giornata passata, di chi avevo incontrato e delle loro storie.

Così, nel tempo mi sono ritrovato con moltissimi quaderni, che non ho mai ripreso in mano se non solo un paio di racconti usciti su una rivista, e qualche breve articolo. La prima motivazione a riprendere in mano quelle memorie mi è nata con l’inizio della guerra in Ucraina, perché le immagini che mi arrivavano mi riportavano prepotentemente a Plavno: l’architettura di guerra era la stessa… macerie, case bruciate, persone in fuga con bagagli preparati in fretta.

L’idea definitiva di scrivere è nata poi con la morte di mio padre. Il giorno dopo il suo funerale, ho riaperto finalmente quei cassetti e ho cominciato a rileggere quei diari. Poi però mi sono reso conto, cercando di rimetterli su carta, che l’approccio era completamente diverso.

In che senso?

Kukavica, copertina © Ali&No Editrice

Kukavica © Ali&No Editrice

Trent’anni fa avevo scritto per me stesso, mentre ora mi sono reso conto che lo stavo facendo per raccontare a mio padre ciò che non avevo avuto il coraggio di raccontargli mentre era in vita. Lui non mi chiedeva niente, io non raccontavo… e alla sua morte ho capito che erano state occasioni perdute. Per cui il mio approccio si è trasformato, è diventato un racconto per i miei genitori, nel tentativo di recuperare quelle occasioni.

Questo è stato il modus operandi con cui ho scritto “Kukavica”. Senza una tecnica particolare o una programmazione, ma sicuramente facendo lavoro di sottrazione. Perché nei miei diari c’erano tantissimi personaggi, alcuni racconti erano lunghissimi, e avrei potuto scrivere un libro intero su ognuno di quei personaggi…

Come hai deciso quali memorie inserire nel libro e quali no? E il tentativo di creare il dialogo con tuo padre è riuscito?

La scelta sui personaggi inseriti nel libro non è stata “razionale”, forse ho scelto inconsciamente le storie delle persone a cui ero più legato o che frequentavo di più. Direi di sì, grazie al libro il dialogo con mio padre ha funzionato. Ma è anche un dialogo quotidiano, che continua passo passo con lui, con le persone incontrate allora, non si esaurisce in quelle pagine.

Hai mantenuto poi contatti e relazioni con le persone di cui racconti?

Dopo due anni e mezzo a Plavno il progetto di aiuto è stato chiuso. Per rimane vicino alle persone che lì avevo conosciuto bene mi sono trasferito nella cittadina di Knin e da 20 km di distanza ho seguito ancora queste famiglie, abbiamo costruito una piccola cooperativa agricola, etc.

In seguito non ho avuto contatti con loro, anche perché erano soprattutto anziani. Al nostro arrivo a Plavno, di giovani praticamente non ce n’erano, erano fuggiti e finita la guerra non sono rientrati. Molte di queste persone anziane siamo poi riusciti a portarle dai loro figli, che vivevano altrove.

Non c’erano le possibilità di comunicazione che ci sono adesso grazie ai social, per cui ogni tanto ho ricevuto informazioni da altri volontari che andavano a trovare chi ancora viveva nel villaggio, e dai quali sono venuto a sapere che qualcuno era morto. La generazione che avevamo conosciuto negli anni ’90 pian piano è scomparsa, quasi del tutto.

Negli ultimi due anni ho stabilito dei contatti con la diaspora, cioè con coloro che a causa della guerra sono stati obbligati a fuggire e che tornano una volta all’anno, d’estate, dall’Australia, dall’Olanda, dalla Germania e molti altri paesi.

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato nello scrivere il libro?

Direi che la difficoltà maggiore è stata riprendere in mano quelle storie. Perché tendo sempre a mettere da parte le cose che non mi fanno stare bene, che mi provocano forti emozioni. Per cui, per alcuni di quei personaggi è stato difficile “riaprire il Vaso di Pandora”. Inoltre, con la necessità di trasformare quella memoria privata in un testo che sarebbe stato letto da altri.

Probabilmente ho tenuto questi racconti chiusi in un cassetto per trent’anni proprio per il timore di non riuscire a trasmettere esattamente ad altri ciò che ho provato in quei momenti e in quei luoghi. Faccio un solo esempio, a proposito di un personaggio che si trova nel libro al quale ho dato il nome “Geremia”: pur avendolo incontrato per un solo giorno, è stato difficile da raccontare, perché non ha proferito parola e quello che mi è rimasto di lui sono i suoi occhi, in cui c’era tutta la sua sofferenza.

Se tu dovessi definire il tuo libro, come lo considereresti? Vedere i tuoi scritti privati trasformati in libro, come ti ha fatto sentire?

Innanzitutto, io mi fido del lettore. Sarà chi lo leggerà a dargli una definizione e trovarci ciò che crede. Io posso dire quello che non è e quello che vorrei fosse. Ad esempio, non è un libro sulla guerra o storico; non è un libro che consola, non offre soluzioni alle sofferenze, non lancia segnali di speranza… Ho aperto la ferita, l’ho guardata e non l’ho ricucita.

Vorrei che “Kukavica” fosse un libro che non si chiude con l’ultima pagina, mi piacerebbe che lasciasse semplicemente un suono a chi lo legge. Un suono che mi ha accompagnato durante tutta la mia permanenza nei Balcani, dopo Plavno anche in Kosovo, e che probabilmente ha influito molto sulla scrittura. Ecco, mi piacerebbe che potesse essere un libro che non si legge, ma si ascolta. E nell’ascolto, ciascuno lo percepisca secondo il proprio orecchio e la propria sensibilità.

Aver vinto un premio letterario nella sezione inediti, che ha previsto la pubblicazione, mi ha permesso di conoscere per la prima volta il mondo dell’editoria. Temevo, ad esempio, che sarebbero arrivate richieste di pesanti revisioni, invece con l’editore mi sono trovato benissimo, ha rispettato alla lettera ciò che avevo scritto. L’esperienza positiva mi ha quindi fatto nascere la voglia di continuare a scrivere con lo sguardo rivolto a chi leggerà, a differenza di trent’anni fa quando scrivevo per me stesso.