Baku-Teheran, tensioni geopolitiche e minoranze nazionali
La guerra in Medio Oriente si ripercuote inevitabilmente anche sulle relazioni tra Baku e Teheran. Un incidente, in cui il territorio dell’Azerbaijan è stato colpito da droni iraniani, ha fatto riemergere tutta la complessità dei rapporti tra i due paesi, dall’approvvigionamento energetico alla situazione della minoranza azerbaijana in Iran

Drone in volo sopra Baku, Azerbaijan
Drone in volo sopra Baku, Azerbaijan © Ververidis Vasilis/Shutterstock
(Originariamente pubblicato da New Eastern Europe)
All’inizio di marzo, quattro droni iraniani Arash-2 hanno colpito l’exclave azera di Nakhchivan, danneggiando un terminal dell’aeroporto internazionale. I droni sono atterrati vicino ad una scuola locale durante l’orario scolastico, ferendo alcuni passanti.
Il bilancio dell’incidente poteva essere ben più grave. Non stupisce quindi che Baku abbia reagito furiosamente. Il presidente Ilham Aliyev ha definito quanto accaduto un “atto di terrorismo” pretendendo scuse ufficiali. Baku ha richiamato il personale diplomatico dall’Iran, ha messo le sue forze armate in stato di allerta e ha avvertito che avrebbe reagito in caso di ulteriori incidenti.
L’Iran ha negato di aver attaccato deliberatamente il territorio dell’Azerbaijan e ha ribadito l’intenzione di rispettare la sovranità del paese vicino. Alcuni alti funzionari iraniani hanno definito l’incidente una provocazione israeliana, al contempo, però, suggerendo all’Azerbaijan di liberarsi della “presenza sionista” sul proprio territorio.
Pochi giorni dopo l’incidente del drone, Baku ha fatto sapere che i suoi servizi di sicurezza hanno sventato diversi complotti terroristici presumibilmente pianificati dal Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica. Nel mirino sarebbero finiti l’ambasciata israeliana a Baku, le infrastrutture energetiche e le istituzioni ebraiche in Azerbaijan.
Un contesto turbolento
L’incidente nell’exclave di Nakhchivan ha reso la retorica della leadership politica di Baku insolitamente esplicita, in particolare riguardo alla minoranza azerbaijana in Iran. Aliyev ha inviato un chiaro messaggio a Teheran, affermando che oggi la repubblica indipendente di Azerbaijan “è fonte di speranza per molti azerbaijani che vivono in Iran”. Questo messaggio ha segnato la fine dell’approccio cauto di Baku ed è stato probabilmente una mossa deliberata per alimentare il timore, radicato in Iran, di una rivolta sostenuta da Baku tra la minoranza iraniana in Azerbaijan.
Da quando l’Azerbaijan ha riconquistato l’indipendenza nel 1991, le sue relazioni con l’Iran sono state complesse, talvolta anche segnate da gravi crisi. L’Iran, il più grande paese a maggioranza sciita al mondo, ha cercato di estendere la propria influenza politica, culturale e religiosa sull’Azerbaijan, anch’esso a maggioranza sciita. D’altra parte, l’Azerbaijan ha sempre dichiarato di voler rimanere laico, allineandosi strettamente con la Turchia.
Gli obiettivi geopolitici di Iran e Azerbaijan non sempre coincidono. Pur avendo ufficialmente sostenuto l’integrità territoriale dell’Azerbaijan durante la guerra del Nagorno Karabakh, l’Iran ha mantenuto legami più stretti con l’Armenia. Baku è in certa misura aperta alla cooperazione con l’Occidente, soprattutto nel settore energetico, mentre Teheran si è ritrovata isolata a causa delle sanzioni occidentali.
Negli ultimi anni, l’Azerbaijan ha instaurato una solida alleanza militare e di intelligence con Israele, uno dei principali avversari dell’Iran, cercando anche di rafforzare i rapporti con gli Stati Uniti. Queste dinamiche hanno alimentato i timori a Teheran che il territorio azero potesse essere utilizzato per attacchi contro l’Iran.
Durante la guerra dei dodici giorni del 2025, Teheran ha accusato Baku di aver permesso a Stati Uniti e Israele di lanciare attacchi aerei contro l’Iran dal suo territorio, accuse che l’Azerbaijan ha fermamente respinto. Teheran ha inoltre espresso preoccupazione per il mutamento degli equilibri regionali in seguito alla vittoria dell’Azerbaijan in Nagorno Karabakh e per i piani di Baku di creare un collegamento di transito tra l’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan attraverso il territorio armeno.
Questi sviluppi hanno indebolito la posizione regionale dell’Iran a favore di un nuovo attore – la Turchia – e potrebbero ridurre il controllo iraniano sulle rotte di transito.
L’incidente del drone si inscrive in un contesto più ampio, segnato dall’escalation militare nel Golfo Persico, causata dagli attacchi aerei statunitensi e israeliani e dalle rappresaglie iraniane. Teheran spera che l’adozione di una strategia di guerra asimmetrica possa dimostrare la sua resilienza, aumentare i costi del conflitto per i suoi avversari e provocare gravi interruzioni nelle catene di approvvigionamento energetico.
Anche gli attacchi contro l’Azerbaijan potrebbero rientrare in questa strategia. Potrebbero infatti dissuadere Baku dal proseguire la cooperazione in materia di sicurezza con Israele, che si è intensificata negli ultimi due anni. Oggi l’Azerbaijan è un partner cruciale di Israele nel Caucaso meridionale grazie ad una stretta collaborazione militare e di intelligence con Tel Aviv.
Allo stesso tempo, Baku è uno dei principali fornitori di petrolio greggio di Israele (stando ai dati del 2025, le forniture azere rappresentavano ben il 46,4% delle importazioni israeliane di petrolio greggio). Parallelamente, per quasi un decennio, Israele è stato uno dei principali fornitori di equipaggiamento militare per l’Azerbaijan, fornendo a Baku sistemi d’arma avanzati (tra cui le munizioni a guida autonoma Harop e i missili balistici a lungo raggio LORA), sistemi di difesa aerea, di sorveglianza e intelligence.
De-escalation
Dall’inizio del conflitto a febbraio, numerose fonti iraniane hanno a più riprese affermato che il territorio azerbaijano sarebbe stato utilizzato per lanciare attacchi contro l’Iran. Questa narrazione ha messo Baku in stato di massima allerta e ha suscitato serie preoccupazioni per un possibile attacco iraniano alle infrastrutture energetiche, in particolare all’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC).
Eventuali attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Azerbaijan avrebbero ripercussioni negative sulle sue capacità di esportazione, sulle entrate di bilancio e, di conseguenza, sulla stabilità del regime di Baku.
Nonostante l’acuirsi delle tensioni a seguito dell’incidente del drone, Baku e Teheran hanno deciso di abbassare i toni. L’8 marzo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha telefonato al suo omologo azero Ilham Aliyev, una decisione da molti interpretata come un tentativo di ricucire i rapporti con il vicino settentrionale. Pezeshkian ha negato la responsabilità dell’Iran per l’attacco, promettendo un’indagine approfondita sull’accaduto.
Il presidente dell’Iran ha espresso la sua gratitudine ad Aliyev per la visita all’ambasciata iraniana a Baku, dove il presidente azerbaijano si è recato per porgere le condoglianze per la morte della Guida suprema l’Ayatollah Ali Khamenei e di numerosi civili.
Poco dopo, l’Azerbaijan ha ripristinato i voli tra Baku e l’exclave di Nakhchivan e il flusso di merci con l’Iran. Baku ha anche inviato aiuti umanitari al suo vicino meridionale. Sembra che queste tattiche di de-escalation abbiano funzionato, dato che al momento della stesura di questo testo non si sono registrati nuovi incidenti.
Alcuni esperti hanno ipotizzato che l’attacco all’exclave di Nakhchivan sia stato il risultato della strategia di difesa di Teheran in tempo di guerra, elaborata nel corso di decenni. L’Iran aveva adottato questa strategia, nota come “dottrina militare a mosaico”, per essere pronto nel caso venisse attaccato da Stati Uniti e Israele.
La strategia prevede che, in caso di guerra, il paese venga diviso in trentuno regioni autonome, gestite dal Corpo delle guardie della Rivoluzionarie islamica, con il supporto dei Basij (le forze paramilitari volontarie), in modo che ognuna delle regioni possa affrontare autonomamente le minacce emergenti. Tale strategia potrebbe aver portato i comandanti delle guardie rivoluzionare a prendere decisioni di propria iniziativa, senza necessariamente consultare Teheran. Date queste premesse, alcuni esperti ritengono che la decisione di effettuare attacchi aerei sul Nakhchivan potrebbe essere stata presa a livelli di comando inferiori.
Le divisioni etniche
Sin dall’inizio del conflitto, le élite israeliane e gli esperti neoconservatori statunitensi hanno rilanciato l’idea di fomentare le tensioni settarie in Iran, sfruttando le numerose minoranze etniche e religiose del paese.
Il tessuto sociale iraniano è piuttosto eterogeneo. L’etnia dominante, i persiani, costituisce circa il 61% della popolazione. In Iran vivono anche molti altri gruppi etnici: azeri (circa il 16%), curdi (il 10%), lur (il 6%), nonché etnie minoritarie come baluchi, arabi, turkmeni, talish, armeni e assiri, per citarne alcune.
Quanto alla religione, la maggioranza degli iraniani è di fede musulmana sciita (circa il 90%), ma il paese ospita anche una piccola comunità sunnita, cristiani di diverse confessioni, bahá’í e altri. Si tratta solo di stime, dato che l’Iran non effettua un censimento basato sull’appartenenza etnica e religiosa, quindi non ci sono dati accurati sulle varie comunità presenti nel paese.
Nonostante la legislazione iraniana riconosca i gruppi minoritari, il sistema teocratico li prende costantemente di mira nelle continue repressioni, inquadrandoli come un problema di sicurezza. I vincoli strutturali imposti dallo stato soffocano la mobilitazione politica delle minoranze, almeno per ora.
I sostenitori dell’idea di dividere l’Iran lungo linee etniche sperano di sfruttare le rivendicazioni delle minoranze per destabilizzare il paese dall’interno, mentre questo si trova ad affrontare un attacco militare. La minoranza curda è stata in prima linea in questa strategia e alcune fazioni curde in Iran sono più propense ad agire per conto di potenze esterne.
Anche la minoranza azerbaijana in Iran gioca un ruolo importante in questo contesto. Il gruppo etnico non persiano più numeroso in Iran conta, secondo le stime, tra i 12 e i 30 milioni di persone, che vivono principalmente nelle regioni nord-occidentali del paese (Azerbaijan occidentale, Azerbaijan orientale, Ardabil e Zanjan) al confine con l’Azerbaijan. Anche nelle province di Teheran, Karaj, Qazvin, Hamadan e Markai si registra una presenza significativa della minoranza azerbaijana.
Per secoli, l’Iran è stato controllato da dinastie turche originarie del territorio dell’odierno Azerbaijan. Nel XIX secolo, i trattati di Gulistan e Turkmenchay divisero le terre abitate dagli azerbaijani tra Russia e Iran. La minoranza azerbaijana in Iran, che supera numericamente i propri connazionali residenti in Azerbaijan, è emersa come frutto delle trasformazioni storiche nella regione.
Nel contesto delle tensioni tra Azerbaijan e Iran, gli osservatori prestano una maggiore attenzione alla situazione degli azerbaijani in Iran, riflettendo sulla possibilità che l’attuale crisi possa trasformare questa minoranza in un gruppo etnico mobilitato. Al momento, però, questo scenario sembra poco probabile.
La pressione militare esterna ha rafforzato il sistema di controllo messo in atto dal regime anziché innescare conflitti interni. D’altra parte, gli azerbaijani in Iran non hanno mostrato alcun segno di mobilitazione politica, e molti di loro rimangono integrati nelle strutture statali.
Un’identità più ampia
L’identità degli azerbaijani che vivono in Iran e il loro rapporto con lo stato iraniano sono da tempo oggetto di discussione tra studiosi e analisti. Molti sottolineano un graduale aumento della consapevolezza identitaria all’interno della comunità azerbaijana.
Punti di riferimento esterni, in particolare l’Azerbaijan e la Turchia, giocano un ruolo importante in questo processo. I legami transfrontalieri, come anche l’ampia diffusione della cultura popolare turca attraverso la televisione satellitare (ufficialmente vietata in Iran ma largamente accessibile), hanno contribuito al rafforzamento di un’identità turcofona più ampia.
Allo stesso tempo, gli azerbaijani della Repubblica dell’Azerbaijan hanno sviluppato un’identità distinta, in gran parte laica e nazionalista. Ciononostante, per gli azerbaijani dell’Iran la stessa esistenza di uno stato azerbaijano confinante funge da importante “patria” simbolica, rafforzando il senso di identità condivisa.
Negli ultimi anni, sono stati registrati diversi episodi in cui gli azerbaijani dell’Iran hanno espresso solidarietà con le loro controparti settentrionali o hanno apertamente affermato la propria identità turcofona. Un esempio è l’ondata di manifestazioni filo-azerbaijane nell’Iran nord-occidentale durante il conflitto del Nagorno Karabakh. Le manifestazioni si sono diffuse nonostante la neutralità ufficiale di Teheran e il suo sostegno indiretto all’Armenia.
Si sono verificate mobilitazioni anche su questioni culturali e sociali. I tifosi della squadra di calcio Tractor Sazi di Tabriz sono scesi in piazza più volte per protestare contro quello che percepiscono come un trattamento ingiusto nei confronti della squadra, scandendo slogan nazionalisti e anti-persiani.
Tra i precedenti episodi di disordini si ricordano le proteste del 2006 scatenate da una vignetta apparsa su un quotidiano iraniano, ampiamente considerata offensiva per le popolazioni turche, e le manifestazioni del 2012 contro il degrado del lago Urmia, che molti hanno attribuito alle politiche del governo.
Nel loro insieme, questi sviluppi suggeriscono che dal 1991 l’identità degli azerbaijani dell’Iran ha subito una graduale trasformazione, caratterizzata da una rinnovata enfasi sulle radici etniche, culturali e linguistiche delle popolazioni turcofone. Lo stato iraniano ha spesso guardato a questo processo con sospetto, limitando i diritti culturali come l’accesso all’istruzione in lingua azerbaijana e un’adeguata rappresentanza mediatica.
Nonostante l’influenza culturale turca e, in misura minore, di quella azerbaijana, Ankara e Baku non promuovono attivamente la mobilitazione politica tra i loro connazionali in Iran. La retorica nazionalista compare occasionalmente nel discorso politico in Azerbaijan, soprattutto durante i periodi di tensione con Teheran, ma tutte le parti, in linea di principio, hanno dato priorità alla cooperazione economica e alla stabilità regionale.
Le autorità iraniane nutrono ancora una profonda diffidenza nei confronti delle minoranze etniche. Secondo organizzazioni per la tutela dei diritti umani come Human Rights Watch e Freedom House, i gruppi minoritari sono stati presi di mira in modo sproporzionato dai servizi di sicurezza, soprattutto durante i periodi turbolenti, come la guerra dei dodici giorni e le proteste del gennaio 2026.
Nonostante le pressioni esterne e gli attacchi statunitensi e israeliani, il regime iraniano si è dimostrato resiliente e ha rafforzato il controllo interno. L’apparato di sicurezza continua a funzionare efficacemente, con arresti, pattuglie e sorveglianza intensificata, oltre a prolungati blocchi di internet e restrizioni alle comunicazioni. Al momento, non ci sono prove di mobilitazioni etniche su larga scala tra le minoranze in Iran.
Paradossi
Nonostante la crescente consapevolezza culturale, la mobilitazione politica tra gli azerbaijani dell’Iran rimane limitata. Alcuni gruppi in esilio, come il Movimento di risveglio nazionale dell’Azerbaijan meridionale (SANAM) con sede a Baku, promuovono l’autodeterminazione e persino l’unificazione con l’Azerbaijan, ma hanno scarsa influenza sul territorio. In Iran, invece, l’attivismo azerbaijano tende a concentrarsi su rivendicazioni culturali e sociali piuttosto che sul separatismo e l’irredentismo.
Questa scarsa mobilitazione viene spesso collegata alla profonda integrazione del gruppo nelle strutture sociali e politiche dell’Iran. Gli azerbaijani in Iran hanno storicamente occupato posizioni di rilievo all’interno delle istituzioni statali. Personalità di origine azerbaijana hanno raggiunto le più alte posizioni, tra cui la Guida suprema Ali Khamenei e il presidente Masoud Pezeshkian. Gli azerbaijani sono rappresentati anche nell’esercito, nei servizi di sicurezza e nel clero, in parte grazie alla loro identità sciita e al loro ruolo di lunga data nello sviluppo dello stato iraniano.
Il quadro che emerge è assai paradossale. La minoranza azerbaijana in Iran è cospicua e sempre più consapevole della propria identità, eppure è improbabile che persegua aspirazioni separatiste o irredentiste. I vincoli istituzionali limitano le prospettive di una mobilitazione della minoranza azerbaijana, ben integrata nel sistema politico iraniano. Allo stesso tempo, il persistente sospetto dello stato nei confronti degli azerbaijani – considerati una potenziale minaccia alla sicurezza – continua a limitare l’espressione culturale e potrebbe portare ad una maggiore repressione in tempi di crisi.
Le notizie che giungono dall’Iran suggeriscono che la pressione militare esterna ha fatto emergere non tanto i punti deboli quanto la solidità di un apparato statale coercitivo. Ed effettivamente, il sistema iraniano sembra sempre più repressivo.
L’intensificarsi della repressione, il rafforzamento del sistema di sorveglianza, i persistenti blocchi di internet e le restrizioni alle comunicazioni, accompagnati dagli effetti destabilizzanti dei continui scioperi, rischiano di scoraggiare qualsiasi forma di mobilitazione etnica nel breve termine.
Tuttavia, se queste dinamiche riflettono la situazione attuale, un conflitto prolungato potrebbe gradualmente erodere le capacità dello stato, acuire il risentimento tra i gruppi minoritari e spianare la strada all’emergere di attori non statali. Come si è visto in altre zone di conflitto, i vuoti di potere spesso generano opportunità di mobilitazione etnica o religiosa.
Moniti e preoccupazioni
Date queste premesse, i raid aerei iraniani contro l’Azerbaijan possono essere interpretati prima di tutto come un avvertimento a Baku riguardo al suo posizionamento geopolitico. A differenza degli altri paesi della regione che ospitano infrastrutture militari statunitensi, l’Azerbaijan non è considerato da Teheran un obiettivo primario per una guerra asimmetrica prolungata.
Nonostante le tensioni, entrambe le parti sembrano determinate ad evitare un’escalation. Le conseguenze dell’incidente coi droni sono state rapidamente arginate e l’Iran rimane cruciale come terra di transito cruciale tra l’Azerbaijan continentale e l’exclave di Nakhchivan.
L’Azerbaijan è preoccupato per eventuali conseguenze più ampie di un conflitto prolungato con l’Iran. Qualsiasi interruzione potrebbe avere gravi ripercussioni sulle rotte di transito e energetiche nel Caucaso meridionale, tra cui l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e il Corridoio internazionale di trasporto nord-sud (INSTC). Baku teme anche una potenziale crisi umanitaria legata ad un massiccio afflusso di rifugiati dall’Iran.
Infine, va sottolineato che un Iran indebolito o frammentato non è necessariamente nell’interesse di Baku. Tale scenario potrebbe generare nuove e imprevedibili sfide alla sicurezza lungo il confine meridionale dell’Azerbaijan. Allo stesso tempo, è improbabile che l’Iran, già sottoposto a forti pressioni militari, apra un ulteriore fronte con l’Azerbaijan. Teheran, a quanto pare, non considera il suo vicino settentrionale un obiettivo prioritario, soprattutto tenendo conto della neutralità formale di Baku e dell’assenza di basi militari statunitensi sul territorio azerbaijano.
Natalia Konarzewska è un’analista politica con un focus sul Caucaso meridionale, la regione del Mar Nero e la Russia. Da oltre quindici anni realizza analisi approfondite per una vasta gamma di realtà polacche e internazionali, tra cui università, think tank e testate online.
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