Albania, una legge per la parità di genere

L’adozione della legge sulla parità di genere ha scatenato un intenso dibattito pubblico in Albania, intrecciando narrazioni ideologiche e disinformazione. La battaglia è ora dinanzi alla Corte Costituzionale

04/05/2026, Erisa Kryeziu Tirana
© KELENY/Shutterstock

parità di genere

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Un anno fa, le autorità albanesi hanno avviato una consultazione pubblica sul progetto di legge sulla parità di genere, volto ad affrontare le disuguaglianze strutturali che continuano a colpire donne e ragazze in Albania. La legge mira anche a contrastare l’impatto degli stereotipi di genere in ambito sociale, economico, politico e istituzionale, nonché le disuguaglianze radicate nelle gerarchie di genere presenti nella società albanese.

Tra le altre cose, la legge estende gli obblighi in materia di parità di genere dalle istituzioni pubbliche al settore privato. In precedenza, i requisiti di parità di genere si applicavano principalmente alla pubblica amministrazione, ma il nuovo quadro normativo introduce obblighi anche per le aziende private. Le posizioni dirigenziali non possono più essere occupate esclusivamente da uomini e vengono introdotte quote di rappresentanza di genere, pur nel rispetto formale della meritocrazia. I datori di lavoro sono inoltre tenuti ad adottare misure per prevenire molestie sessuali, violenze e discriminazioni sul luogo di lavoro. Inoltre, la legge mira ad aumentare la rappresentanza femminile dall’attuale quota del 30% fino alla piena parità di genere entro il prossimo decennio nei partiti politici e negli organi di governo locale.

Il progetto di legge è stato elaborato in linea con le direttive dell’Unione europea e la Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Albania nel 2013. Il 7 novembre scorso, il Parlamento ha approvato la legge con 77 voti favorevoli, tra cui quelli del Partito socialista. L’opposizione non l’ha appoggiata, considerandola una minaccia alla famiglia tradizionale.

Secondo Mirela Arqimandriti, responsabile del Gender Alliance for Development Center (GADC), la legge affronta le persistenti lacune strutturali della società albanese. “Disuguaglianze nel mercato del lavoro, scarsa rappresentanza femminile nei processi decisionali, mancanza di meccanismi efficaci per prevenire e contrastare la discriminazione di genere, nonché l’integrazione di una prospettiva di genere nelle politiche pubbliche e nella programmazione di bilancio”, ha affermato Arqimandriti.

Per Dea Nini, avvocata specializzata in diritti umani, la legge sposta la comprensione dell’uguaglianza da un approccio formale ad uno sostanziale, rendendo operative le garanzie costituzionali. “Un’importante innovazione è il riconoscimento, per la prima volta, del lavoro non retribuito, che storicamente grava in modo sproporzionato sulle donne ed è rimasto invisibile nelle politiche pubbliche. La legge rafforza anche la programmazione di bilancio attenta alle questioni di genere, collegandola direttamente agli obblighi dello Stato ai sensi dell’articolo 59 della Costituzione”, ha affermato Nini.

Ines Leskaj dell’Albanian Women Empowerment Network (AWEN) ha sottolineato che la legge affronta principalmente la discriminazione di genere. “In particolare la discriminazione multipla, nonché una più ampia inclusione e rappresentanza di ragazze e donne in termini di pari accesso e rimozione delle barriere sociali”, ha dichiarato Leskaj.

Opposizione e disinformazione

La legge è stata accompagnata da un’ondata di disinformazione sui social media, tra cui false affermazioni secondo cui avrebbe “riconosciuto 70 nuovi generi in Albania” o legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La legge è stata fortemente osteggiata da un’alleanza di partiti di opposizione e gruppi conservatori “pro-famiglia”, tra cui il centro conservatore “Coalizione Pro Famiglia e Vita”, rappresentato da un pastore, che ha condotto una campagna coordinata dipingendo i sostenitori della legge come una minaccia per la famiglia tradizionale albanese.

“C’è stata una disinformazione orchestrata e una manipolazione dell’opinione pubblica attraverso campagne mediatiche, social media e influencer che hanno promosso narrazioni sulla tradizione, la famiglia e il ‘futuro minacciato dei bambini'”, ha affermato Leskaj.

Dea Nini ha osservato che sono circolate diverse affermazioni su disposizioni non incluse nella legge, in particolare per quanto riguarda la definizione di genere. “Questa definizione è identica, parola per parola, alla definizione contenuta nell’articolo 3 della Convenzione di Istanbul, in vigore in Albania dal 2014. Non si tratta di una nuova definizione nel quadro giuridico, nonostante il modo in cui è stata presentata al pubblico”, ha spiegato.

Anche Mirela Arqimandriti ha segnalato distorsioni deliberate del contenuto della legge. “Quello che abbiamo visto in pratica è l’uso della famiglia e dei bambini come ‘scudo’ in questo dibattito, una narrazione volta a creare paura e a distogliere l’attenzione dall’essenza della legge, che è l’uguaglianza e la non discriminazione”, ha affermato.

Gli attivisti per i diritti umani sostengono che la disinformazione sia stata utilizzata per rallentare i progressi verso l’uguaglianza. “L’opposizione riguarda meno il contenuto tecnico della legge e più una resistenza più ampia alla promozione dei diritti di genere e all’emancipazione femminile. Alla base, riflette uno scontro tra la modernizzazione in linea con gli standard europei e un discorso conservatore che la inquadra come una minaccia”, ha aggiunto Arqimandriti.

Nini ha spiegato che l’opposizione deriva anche da un’errata interpretazione della legge. “È alimentata dal clima politico e ideologico presente in Albania, che riflette le tendenze globali ed europee in cui gli attori si mobilitano contro l’uguaglianza di genere e le politiche sui diritti fondamentali”, ha osservato.

Leskaj ha sottolineato l’influenza di tendenze geopolitiche più ampie. “L’opposizione deriva dall’ascesa di movimenti anti-gender sostenuti dalla politica globale, regionale e locale, nonché da gruppi finanziati a questo scopo”, ha affermato.

Corte Costituzionale e iniziativa referendaria

Il 30 dicembre 2025, il centro conservatore “Coalizione Pro Famiglia e Vita”, il Forum musulmano d’Albania e Diaspora per un’Albania libera hanno presentato un ricorso alla Corte Costituzionale chiedendo la sospensione della legge, la sua dichiarazione di incostituzionalità e la sua abrogazione totale o parziale.

Leskaj ha sostenuto che non vi sono basi legali per la contestazione. “Sosteniamo che le argomentazioni contrarie ai diritti umani non possono essere considerate valide argomentazioni legali”, ha affermato.

Nini ha respinto le basi costituzionali delle rivendicazioni. “La legge non modifica l’ordinamento giuridico in materia di genere come elemento dello stato civile né crea nuovi meccanismi di riconoscimento. È in linea con l’articolo 18 della Costituzione e con gli obblighi internazionali, mirando a rafforzare l’uguaglianza e la protezione contro la discriminazione”, ha spiegato.

Arqimandriti ha affermato che le obiezioni sono in gran parte di natura politica piuttosto che legale. “GADC e AWEN hanno presentato un amicus curiae alla Corte Costituzionale, fornendo un’analisi indipendente basata su standard internazionali e a sostegno dei principi costituzionali di uguaglianza e non discriminazione”, ha osservato.

La Corte Costituzionale ha respinto la richiesta di sospensione della legge e dovrebbe esaminare il caso nel merito. Nel frattempo, il 12 gennaio, il Commissario elettorale statale ha approvato una richiesta di raccolta firme per un referendum volto ad abrogare la legge. Sebbene la Costituzione albanese riconosca il diritto al referendum, non se ne è tenuto alcuno negli ultimi 28 anni a causa dell’assenza di una legge attuativa, ora oggetto di consultazione pubblica.

Nini ha osservato che le disposizioni costituzionali consentono i referendum, ma pongono dei limiti chiari. “L’articolo 151/2 vieta i referendum che tentano di limitare i diritti umani fondamentali. Poiché la legge riguarda la protezione dalla discriminazione e l’uguaglianza davanti alla legge, un referendum potrebbe ridurre il livello di tutela dei diritti umani in Albania”, ha affermato.

Arqimandriti ha aggiunto che tali iniziative sollevano preoccupazioni sui principi democratici. “La parità di genere è un diritto fondamentale e non può essere soggetta a votazione popolare. La democrazia non è solo il governo della maggioranza, ma anche la tutela dei diritti delle minoranze”, ha dichiarato.

“L’abrogazione sarebbe una regressione”

Gli attori della società civile avvertono che l’abrogazione della legge minerebbe il processo di integrazione dell’Albania nell’UE.

“La parità di genere fa parte dell’acquis comunitario ed è un criterio chiave per l’integrazione. “Qualsiasi passo indietro rallenterebbe i progressi e metterebbe in discussione l’impegno dell’Albania verso i valori europei”, ha concluso Arqimandriti.

Dea Nini ha aggiunto che l’abrogazione minerebbe l’integrazione nell’UE e gli standard di uguaglianza costituzionale. “Segnalerebbe che gli standard di uguaglianza e non discriminazione garantiti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo possono essere messi in discussione da iniziative di natura politica o ideologica”, ha affermato.

Leskaj ha aggiunto che l’abrogazione collocherebbe l’Albania tra i paesi che si allontanano dagli standard democratici e dello stato di diritto, anziché avvicinarvisi.

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