Albania, le voci della Rivoluzione dei fenicotteri

Se i fenicotteri hanno dato alla protesta albanese un simbolo, tamburi e cori le hanno dato voce. In questo servizio abbiamo raccolto alcune delle voci più note delle proteste ormai in corso da quasi tre mesi ininterrottamente

24/08/2026, Erisa Kryeziu
Il coro e il gruppo dei tamburi, foto Citizens.al

Il coro e il gruppo dei tamburi, foto Citizens.al

Il coro e il gruppo dei tamburi, foto Citizens.al

Su viale “Dëshmorët e Kombit”, la Rivoluzione dei fenicotteri ha trovato la sua gente e le sue storie. Alcuni portano bandiere, altri dipingono, suonano tamburi, proiettano video o portano ogni giorno nuovi messaggi. C’è anche un angolo dedicato ai bambini, dove si disegna un modo diverso di immaginare il Paese. Oggi, la protesta è fatta di bandiere, cartelli, tamburi, un fenicottero gonfiabile e giovani che chiedono di non sentirsi stranieri nel Paese in cui sono nati.

Agron, il “ragazzo della bandiera”

Poco prima delle 19:00, mentre i manifestanti si radunano in piazza “Skënderbej”, Agron Jemini, 39 anni, lascia la sua bicicletta vicino alla Piramide e si dirige verso l’ufficio del Primo Ministro portando la bandiera albanese.
Questa routine è iniziata il secondo giorno della Rivoluzione dei Fenicotteri.

“Un ragazzo mi ha dato la bandiera e da allora non me ne sono più separato. Come se mi fosse rimasta attaccata, era mia”, racconta Agron a OBCT.

Il suo lavoro consiste nella distribuzione di acqua potabile a Tirana, un lavoro fisico con orari flessibili, che gli permette di partecipare ogni giorno. Fin dai primi giorni, è conosciuto come il “ragazzo della bandiera”.

Come molti manifestanti, Agron partecipa per via delle preoccupazioni che riguardano la sua famiglia.

“Sono venuto a protestare contro l’arroganza del potere e le pensioni basse. Mio padre è pensionato, riceve 13.000 lek [circa 140 euro]. Se compri una bottiglia d’olio ogni giorno, non arrivi a fine mese. Figuriamoci per il cibo. Questo mi ha spinto ancora di più”, dice.

Dietro il suo sorriso si cela una storia di perdite. “Molte persone mi dicono che nascondo qualcosa dietro gli occhi. Nascondo molta sofferenza. Ho subito grandi perdite in famiglia. Ho perso mia madre di 55 anni, mio fratello di 16. E qui, come si dice, sfoghiamo la nostra frustrazione e troviamo la forza”.

Per lui, la più grande conquista è la sensazione di non essere più solo. “Vivo con mio padre, ma ora non sono più solo, ho tutti gli albanesi al mio fianco”, conclude.

Agron Jemini, il ragazzo della bandiera, foto Citizens.al

Agron Jemini, il ragazzo della bandiera, foto Citizens.al

L’arte come forma di resistenza

Ogni giorno, sui social media circolano manifesti con messaggi dettati dagli eventi attuali, che invitano le persone a unirsi alla protesta. Dietro a tutto ciò ci sono tre sorelle, Elsa, Natasha e Fatma Paja, in arte TRIVET.

“Dal momento in cui abbiamo saputo cosa sarebbe successo a Narta, considerando che amiamo molto la natura e vogliamo proteggerla, ci siamo impegnate subito”, spiega Fatma Paja. “Che si tratti dei graffiti sulla sabbia che abbiamo realizzato a febbraio, o di altri progetti, o dei manifesti che ora creiamo ogni giorno”.

Secondo Fatma, il fenicottero è diventato un simbolo perché rappresenta la necessità di proteggere la nostra casa. “Quanti albanesi sono contro il furto di beni pubblici, le costruzioni abusive di lusso, quando ci mancano molti altri servizi essenziali? Quanti sono contro la corruzione? Narta è stato il punto di svolta che ci ha fatto capire che non possiamo andare oltre”, afferma.

Per Elsa Paja, la parte più bella sono gli spazi creativi del viale, in particolare l’angolo dei bambini. “Si vedono riflessioni politiche da parte dei bambini: “Non vendete il mio paese!”, “Voglio la natura, non voglio il cemento!””.

Per le sorelle Paja, l’arte è politica e una forma di resistenza. “Si usa l’arte per esprimere un sentimento diverso, per creare una nuova situazione. Ancor di più quando si agisce collettivamente. In quel caso diventa ancora più politica, quindi in un certo senso stiamo usando l’arte, che il nostro primo ministro ha come punto debole. Ha monopolizzato l’arte in Albania e la piazza sta decolonizzando l’arte”, dice Elsa.

Per le sorelle Paja, questa protesta ha portato consapevolezza del fatto che l’unione fa la forza.

“Ogni giorno siamo qui, a comunicare tra di noi, a lavorare insieme, a organizzarci. Questa è una delle vittorie principali. La rivoluzione può avere successo o meno, ma la vera vittoria è lo spirito rivoluzionario che anima ogni individuo”, conclude Elsa Paja.

“Il ragazzo del fenicottero”

Petro Lleshi, ingegnere civile, si è unito alla Rivoluzione dei fenicotteri il primo giorno, dopo l’episodio di violenza perpetrato da una guardia giurata contro un cittadino che manifestava nel cantiere di Zvërnec.

“Zvërnec racchiudeva tutto il male, perché oltre a tutti gli abusi subiti a causa di strade, infrastrutture e pianificazione urbanistica, ora anche l’unica area rimasta in contatto con la natura veniva occupata”, racconta.

Ad incoraggiarlo è stato vedere tra i manifestanti architetti, avvocati ed economisti. “Lì ho capito che a partecipare era la classe media, stanca, delusa e che ne aveva abbastanza. Lì ho capito che questa protesta sarebbe stata ascoltata”.

Presto è diventato famoso per aver portato un fenicottero gonfiabile, che teneva sospeso sopra la folla. “Il terzo giorno mi è venuto in mente di fare qualcosa di diverso, di dare un’identità a questa protesta, e ho pensato al fenicottero, dato che Vjosa-Narta è l’unica zona in Albania dove si accoppiano.”

Il gonfiabile è diventato un simbolo della protesta e della natura minacciata dalla cementificazione.

Petro Lleshi il ragazzo del fenicottero, foto Citizens.al

Petro Lleshi il ragazzo del fenicottero, foto Citizens.al

“Non voglio essere uno straniero nel mio stesso paese”

Ardesian Binjakaj, originario di Valona, si è unito alla protesta prima che si spostasse a Tirana. Il 30 maggio era tra i cittadini e gli attivisti ambientalisti a Zvërnec, dall’altra parte della recinzione. Più di due mesi dopo, è noto per aver portato nuove idee creative contro la realtà politica albanese.

“L’idea di portare qualcosa ogni giorno è un riflesso di tutti gli errori e le malefatte di chi è al potere. Non è difficile portare qualcosa di nuovo ogni giorno, soprattutto quando chi è al potere ne combina una ogni giorno”, afferma.

Per lui, protestare è un dovere civico. “Scendo in piazza da giovane perché non voglio essere uno straniero nel mio stesso paese. Mi sento molto distante e non rappresentato. Non voglio che le politiche pseudo-pluraliste costringano me o la mia società ad abbandonare l’Albania”.

I fenicotteri volano verso l’ufficio del primo ministro

Con il calare della sera inizia un’altra marcia, questa volta su uno schermo. La facciata dell’ufficio del primo ministro diventa uno spazio per immagini e messaggi sulla protezione della natura.

Besjana Guri, attivista ambientalista e direttrice del Centro LUMI, porta un videoproiettore in piazza. I suoi video mostrano la bellezza di Vjosa-Narta, i danni causati dai lavori e i fenicotteri che volano dalla laguna verso la sede del primo ministro. Le proiezioni chiedono anche l’abrogazione della legge sulle aree protette.

“I messaggi principali che le proiezioni trasmettono sono un video sulla situazione di Vjosa-Narta, in cui mostriamo la bellezza di Narta, ma anche la distruzione iniziata con i lavori di costruzione. I fenicotteri volano da Vjosa-Narta verso la sede del primo ministro, coprendo la facciata con il messaggio sulla protezione di Vjosa-Narta e sull’abrogazione della legge”, spiega Guri.

Le proiezioni a volte si trasformano in una performance collettiva, accompagnata da musica e cori, tra cui il famoso “Rama dimettiti”.

Per Guri, uno dei maggiori successi della protesta è stato quello di rompere l’apatia e creare “una nuova cultura di opposizione a tutto ciò che la gente di questo Paese non condivide”.

La proiezione sul muro dell’edificio del Primo Ministro, foto Citizens.al

La proiezione sul muro dell’edificio del Primo Ministro, foto Citizens.al

Studenti e protesta come spazio creativo

Un gruppo di giovani riunitisi in piazza ha formato “Studenti in Protesta”, trasformando le manifestazioni in uno spazio per azioni simboliche sul futuro della loro generazione.

“Vogliamo dimostrare al governo che gli studenti sono l’energia di questa nazione e non accettiamo che questa classe politica rimanga al potere. Vedo il mio futuro in Albania, ed è per questo che lotto per un’Albania migliore”, ha dichiarato Emir Leçini, mentre gli studenti srotolavano uno striscione del Politecnico con la scritta: “Il vostro tempo è scaduto! L’Albania non è in vendita!”.

In seguito, indossando le toghe nere da laurea, hanno marciato verso la sede del primo ministro in una performance intitolata “Diplo(E)mi(gri)mi”, criticando la trasformazione di una laurea universitaria albanese in un “passaporto per l’emigrazione”.

“Abbiamo la sensazione che la meritocrazia e il valore di una laurea in Albania siano diminuiti. Oggi, una laurea serve più come passaporto per le strade d’Europa che come documento che dimostra le nostre capacità per il mercato del lavoro”, ha affermato Megi Brahimi, studentessa del secondo anno di Ingegneria elettronica.

In altri giorni, gli studenti hanno portato messaggi dai pazienti dell’ospedale, hanno affisso cartelli con la scritta “ricercati” sui muri dell’ufficio del primo ministro e hanno utilizzato giochi e installazioni simboliche per fare satira sulla politica, la corruzione e la distribuzione dei beni pubblici.

Gli studenti in protesta, foto Citizens.al

Gli studenti in protesta, foto Citizens.al

Il ritmo della resistenza

Se i fenicotteri hanno dato alla protesta un simbolo, tamburi e cori le hanno dato voce.

Arnen Sula, attivista e capo di “Tek Bunkeri”, afferma che il gruppo ha utilizzato per la prima volta questa forma di protesta durante le manifestazioni del marzo 2023 contro l’aumento dei prezzi.

“Dato che dà molta energia alla protesta, le conferisce una voce diversa, abbiamo pensato di mantenerla e continuarla anche in questa protesta”, afferma.

Alcune canzoni usano l’ironia per commentare la politica. “Abbiamo usato anche l’ironia, per dire la verità, con la canzone “Ra Faja prej fikut[“È caduto Faja dal fico”, canzone popolare albanese], che era usata anche dall’ex primo ministro in persona. Quindi l’abbiamo riproposta per parlargli nello stesso linguaggio con cui è arrivato al potere”, dice Sula.

Alla fine della serata, la marcia si conclude. I fenicotteri se ne vanno, i cartelli vengono raccolti, i bambini portano a casa i loro disegni, i tamburi tacciono e le bandiere vengono riposte.

Ma il giorno dopo ritornano.

Dopo tanti giorni, la Rivoluzione dei fenicotteri non è più semplicemente una protesta con una sola rivendicazione o un solo simbolo: è diventata uno spazio in cui le persone mettono a frutto ciò che sanno fare meglio e ciò in cui credono.


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