Lavorare da remoto in Europa sud-orientale: in Bulgaria, Bansko fa da apripista

Anche in Europa sud-orientale, il lavoro da remoto in aree rurali attrae un numero sempre più alto di lavoratori in cerca di un miglior equilibrio tra sviluppo personale e professionale. Nonostante le persistenti difficoltà, questa tendenza viene vista oggi come una possibile risposta allo spopolamento delle aree marginali. Nostro reportage

11/08/2026, Francesco Martino Bansko
Bansko © Robert Harding Video/Shutterstock

Bansko © Robert Harding Video/Shutterstock

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“All’inizio l’idea di trasferirsi a Bansko è nata quasi per scherzo. Era il 2023, e abbiamo dovuto lasciare l’appartamento dove vivevamo a Sofia, io e il mio ragazzo. Trovarne uno nuovo in città però si è rivelato più complicato del previsto, soprattutto perché abbiamo anche un cane e un gatto, che non sempre sono i benvenuti. Alla fine ci siamo detti: proviamo! E ora non abbiamo alcuna voglia di tornare indietro”.

Teodora Hristova, trent’anni, lavora all’ottimizzazione dei servizi online per i clienti di una grande azienda internazionale. Chiacchieriamo sorseggiando lentamente un caffè in una calda giornata d’estate. Il piccolo bar dove ci siamo dati appuntamento, a gestione familiare, è tra le ultime costruzioni dell’abitato, nota località sciistica e montana in Bulgaria sud-occidentale. Poche centinaia di metri più in là comincia il bosco, che si inerpica denso e verdeggiante sui pendii orgogliosi del massiccio del Pirin.

“Con la pandemia COVID, a partire dal 2020 avevo già cominciato a lavorare da casa, e l’azienda mi ha poi permesso di continuare anche col ritorno alla normalità. La modalità remota per me è una vera fortuna: in ufficio tendo a stressarmi, e penso di essere molto più produttiva lavorando a distanza. Naturalmente anche così ci sono momenti pesanti, con riunioni e scadenze. Qui però, con la natura in casa, riesco a gestire molto meglio lo stress e a bilanciare gli obiettivi professionali con la mia vita privata. Non ho alcuna intenzione di tornare in ufficio”.

Lavorare da remoto dalle zone rurali

La storia di Teodora e di molti altri professionisti racconta di un fenomeno che, negli ultimi anni, sta prendendo sempre più piede anche in Europa sud-orientale: quello dei lavoratori che decidono di lavorare da remoto, allontanandosi dalle principali aree urbane – da decenni irresistibile polo di attrazione per le opportunità che offrono a giovani e personale qualificato – per trasferirsi in aree rurali o periferiche.

È difficile dare una dimensione precisa al fenomeno. Di certo l’Europa sud-orientale presenta un tasso di occupazione da remoto in crescita, ma ancora limitato rispetto ai paesi leader nel Vecchio continente, come Paesi Bassi e Finlandia.

Indubbiamente, però, il lavoro da remoto viene visto con crescente interesse sia dai lavoratori, siano essi dipendenti o autonomi, sia dalle aziende più aperte a cogliere le potenzialità positive di questa forma di organizzazione delle attività produttive. Ma anche dalle istituzioni locali ed europee che cercano una risposta sostenibile ad una delle questioni più problematiche nell’Europa sud-orientale e danubiana degli ultimi decenni: il drastico e costante spopolamento delle regioni rurali

A dimostrarlo numerose iniziative, come il progetto Interreg Danube4Rural.com, lanciato nell’aprile 2025, che ha l’obiettivo ambizioso di sviluppare un modello di governance transnazionale – coinvolgendo partner in buona parte dei paesi del sud-est europeo – per aiutare le comunità rurali della regione ad attirare lavoratori da remoto ed aziende.

Danube4Rural.com

Il progetto Interreg Danube4Rural.com affronta la sfida dello spopolamento rurale nella regione del Danubio sfruttando il potenziale emergente del lavoro da remoto. Co-finanziato dall’Unione europea con i fondi di coesione e sostenuto da 12 partner di progetto e 11 partner strategici associati in 11 diversi paesi, Danube4Rural.com vuole sviluppare un modello di governance transnazionale che aiuti le comunità rurali ad attrarre lavoratori da remoto e organizzazioni di datori di lavoro.

“Crediamo che convogliare verso le zone rurali le potenzialità di lavoratori – spesso giovani e di alta professionalità – possa essere una risposta alla crisi di spopolamento delle aree oggi marginali”, ci dice Manca Rajh della municipalità slovena di Moravske Toplice, che coordina le attività di Danube4Rural.com. “L’interesse per il lavoro in aree che garantiscono vita in mezzo alla natura, ritmi più sostenibili, senso di comunità è evidente. Non mancano però le sfide: il nostro obiettivo è rendere le aree rurali attrattive sul lungo periodo, siamo convinti che sia questo l’unico modo per vincere la scommessa”.

Uno studio per capire le tendenze

Katharina Aufhauser e Flavia Enengl, ricercatrici dell’austriaca L&R Social Research, hanno realizzato il rapporto di ricerca preliminare per il progetto, pubblicato nell’aprile 2026, ci aiutano a comprendere meglio la situazione sul campo, e ad interpretare le tendenze relative al lavoro da remoto nella regione.

Lo studio, basato su numerose interviste condotte sia online che in profondità nella regione del Danubio, raccoglie informazioni e suggestioni su come viene fruito oggi il lavoro da remoto, che cosa motiva questa scelta, e di cosa hanno bisogno le regioni rurali per attrarre questo tipo di professionisti.

“Alcuni elementi chiave emergono in modo chiaro dalla nostra ricerca. Il mondo dei lavoratori da remoto nelle aree studiate è estremamente complesso, con situazioni, circostanze e necessità anche drasticamente diverse”, spiega Enengl. “Al momento, la maggior parte dei soggetti che abbiamo intervistato usa il lavoro da remoto principalmente come modalità complementare al lavoro in ufficio, più che scelta esclusiva, sia per la difficoltà a rinunciare del tutto alle opportunità e ai servizi offerti dai grandi centri urbani, che per la riluttanza di molte aziende a concederla”.

“Esiste poi uno spazio di insicurezza dovuto anche alla mancanza di una cornice legale chiara e condivisa tra i vari paesi interessati dal progetto”, aggiunge Aufhauser. “Questo tende a limitare l’accesso al lavoro da remoto anche in quelle aziende più pronte a coglierne le potenzialità positive, come costi ridotti e, in molti casi, produttività maggiore. Non mancano le situazioni in cui datori di lavoro sono restii perché vogliono mantenere il controllo sulle attività dei dipendenti. È chiaro che in prospettiva serve un cambiamento di mentalità”.

La comunità dei nomadi digitali a Bansko

Nonostante il panorama variegato e non privo di difficoltà, non sono solo i lavoratori locali a rispondere al richiamo del lavoro da remoto in Europa sud-orientale. Proprio Bansko negli ultimi anni è diventato un vero e proprio punto di riferimento per nomadi digitali internazionali che hanno fatto della cittadina la propria base, in modo stabile o per parte dell’anno, soprattutto l’estate e l’inverno, quando le piste sono innevate.

“La comunità dei nomadi digitali a Bansko ha iniziato a formarsi intorno al 2015, per poi crescere in modo importante. Oggi ci sono alcune centinaia di professionisti da tutto il mondo che ruotano intorno alla città interagendo con un gruppo sempre più folto di lavoratori da remoto locali”, ci racconta Holger Mette, co-proprietario e direttore del Bansko Nomad Fest, il più grande evento – con cadenza annuale – dedicato ai nomadi digitali in tutta la regione.

Australiano, giramondo per passione e vocazione, Mette ha abbandonato negli anni la carriera da avvocato per diventare un fotografo e videomaker indipendente. Dopo aver vissuto in diverse aree del globo nel 2020, in piena pandemia COVID, è venuto in Bulgaria – che già conosceva e amava – proprio per partecipare alla prima edizione del Nomad Fest, all’epoca uno dei pochissimi eventi pubblici sul tema a livello planetario.

Dopo un paio di edizioni da partecipante, Mette ha deciso di prendere le redini del festival, che nel frattempo ha espanso in modo esponenziale le proprie attività, insieme ad un gruppo di amici. Oggi Mette trascorre una parte importante della sua vita in Bulgaria, dove ha anche aperto un’azienda, anche se non ha rinunciato a girare il mondo.

Infrastrutture e permessi

“Per noi internazionali, soprattutto se originari di paesi extra-Schengen, una delle maggiori difficoltà è fare i conti con le burocrazie locali, ottenere il permesso di soggiorno e regolare i rapporti con il fisco. Parlo della Bulgaria, ma molte realtà circostanti a quanto ne so presentano sfide simili”, ci dice Mette. “Le cose stanno migliorando, sono stati introdotti o annunciati visti dedicati ai nomadi digitali, ma molto resta da fare per rendere questa scelta di vita più semplice e sostenibile”.

A prescindere dalla loro provenienza, lavoratori da remoto locali ed internazionali devono spesso fronteggiare un problema comune: la limitata presenza di infrastrutture anche essenziali nelle aree rurali, una delle questioni che più scoraggia nella regione chi sogna di lavorare fuori dai grandi centri.

“Non parliamo solo di trasporti e connettività internet, fattori determinanti soprattutto nei settori economici più avanzati. Spesso in queste aree ad essere deboli sono le infrastrutture ‘sociali’, come l’accesso al sistema sanitario o la scuola per chi ha figli piccoli, elementi essenziali per chi pensa di trasferire la propria vita in un’area rurale”, precisa la ricercatrice Flavia Enengl.

“Molti dei nostri intervistati ci hanno detto che, pur consapevoli dei vantaggi di vivere in un piccolo centro – e pur potendo usufruire della possibilità di lavoro da remoto – non se la sentono di fare questo passo proprio a causa delle difficoltà ad ottenere servizi essenziali, soprattutto con una famiglia da gestire”, aggiunge la collega Katharina Aufhauser. “Alcuni, pur rinunciando all’idea, pensano di trasferirsi eventualmente in una fase successiva della loro vita, quando i figli saranno grandi”.

Evitare il rischio di isolamento sociale e professionale

Un’altra preoccupazione emersa dal rapporto preliminare del progetto Danube4Rural.com è il rischio di isolamento sociale e professionale. Se è vero che piccoli centri spesso garantiscono un forte senso di comunità, lavorare costantemente in remoto, lontano da colleghi e da persone che condividono interessi comuni può provocare ansia e la sensazione di aver perso i rapporti col proprio mondo di riferimento.

Da questo punto di vista, Bansko rappresenta di certo un esempio positivo, e può aiutarci a capire le potenzialità di una futura espansione del lavoro da remoto in aree rurali. In città ci sono numerosi spazi di coworking dove nomadi digitali e lavoratori da remoto possono socializzare, mentre le attività sportive – sia estive che invernali – che offre la località montana garantiscono numerose occasioni per conoscersi.

“Oggi Bansko è probabilmente un’eccezione rispetto alla maggior parte delle aree rurali della regione, ma mostra un modello: credo che le località che faranno da apripista per attrarre il lavoro da remoto sono quelle che attraggono già turismo, e che hanno sia un’infrastruttura di base che alloggi disponibili”, riflette Holger Mette.

“Bansko è riuscita a raggiungere una massa critica sufficiente per potersi alimentare e crescere”, conclude il direttore del Nomad Fest. “La presenza massiccia di lavoratori da remoto, di solito persone con una buona capacità di spesa, ha spinto alla nascita di attività e servizi per rispondere ai loro bisogni, creando un ‘effetto palla di neve’ che, penso, continuerà nei prossimi anni.”

Il successo spontaneo della località montana bulgara non è però necessariamente facile da replicare: le condizioni che l’hanno messo in moto sono tante e diverse, e non è semplice trovarle tutte insieme. Per arrivare alla “massa critica” molte località dell’Europa sud orientale e danubiana avranno probabilmente bisogno di un forte aiuto iniziale da parte delle istituzioni, locali, statali ed europee.

Bansko può però anche farci vedere alcuni punti di criticità futura. “Siamo venuti qui per la tranquillità, per una vita immersa nella natura, ma Bansko forse rischia di diventare vittima del suo stesso successo”, mi dice pensosa Teodora Hristova. “In questi anni arriva sempre più gente, che si porta dietro la mentalità e le abitudini della città, stravolgendo la città e mettendo almeno in parte in dubbio il motivo stesso che ci ha portato a vivere qui”.

Gli effetti sono particolarmente visibili anche in termini di pressione sul mercato immobiliare: soltanto negli ultimi cinque anni, il prezzo delle case in città è più che raddoppiato. “Il nostro progetto era e resta rimanere qui a lungo. Il nostro sogno è quello di costruire qui la nostra casa. Con questi prezzi, però…Vedremo”, conclude Hristova.


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Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EuSEE, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.

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