BiH: tra crollo dell’industria e sfide della decarbonizzazione
Da quando, nel 2024, è diventato chiaro che la produzione industriale in Bosnia Erzegovina stava crollando, la parabola discendente non si è più fermata. Oggi, viste le scarse possibilità di ripresa, sorge spontanea la domanda: la BiH riuscirà ad inserirsi nella nuova mappa economica dell’Europa, o saranno altri ad imporle nuove regole del gioco?

Nuova acciaieria Zenica – Foto. S. Mlađenović Stević
Nuova acciaieria Zenica - Foto. S. Mlađenović Stević
L’industria pesante ha a lungo dettato le regole della crescita economica della Bosnia Erzegovina. Colossi come Energoinvest, il complesso minerario e metallurgico di Zenica e la Aluminij di Mostar operavano con grande successo, dimostrandosi altamente competitivi ben oltre i confini nazionali. Prima della dissoluzione dello stato unitario jugoslavo, l’industria di base disponeva di propri istituti per lo sviluppo di tecnologie e la lavorazione delle materie prime.
Oggi, l’attività industriale in BiH è perlopiù ridotta a lavorazioni di finitura e il paese dipende sempre più dall’importazione di materie prime e semilavorati. Allo stesso tempo, le risorse locali, comprese le materie prime sostenibili, vengono esportate in maniera sconsiderata. L’intero sistema industriale della Bosnia Erzegovina, la spina dorsale della sovranità economica del paese, è stato messo in ginocchio.
Alcuni settori industriali, come quello chimico, metallurgico e tessile, sono quasi completamente scomparsi. Un tempo le imprese industriali si contavano a migliaia, oggi ne sono rimaste poco più di un centinaio, la maggior parte delle quali di proprietà privata. Il settore privato è fragile e lasciato a se stesso, alle prese con un’eccessiva pressione fiscale, la concorrenza sleale, l’incertezza giuridica e l’assenza di un sostegno statale strategico.
Da anni ormai gli analisti mettono in guardia sulle possibili conseguenze drammatiche della politica economica dello stato, o meglio dell’assenza della stessa.
“L’instabilità dei mercati, i problemi e le difficoltà tipiche di un paese in transizione, come il calo della produzione, l’elevato tasso di disoccupazione, il deficit commerciale, la scarsità di prodotti ad alto valore aggiunto e simili, sono i principali ostacoli ad una più rapida ripresa e sviluppo economico della Bosnia Erzegovina”, aveva dichiarato Bahrija Umihanić, professore alla Facoltà di Economia di Tuzla, in un’intervista a Radio Slobodna Evropa nel 2013. “A peggiorare il quadro, una struttura degli scambi commerciali, sfavorevole alla BiH, dove le materie prime e i semilavorati vengono perlopiù esportati, mentre i prodotti sofisticati vengono importati”.
“Siamo caduti nella trappola del concetto di servizi. Non abbiamo alcuna politica industriale né una visione di sviluppo. Tanto la nostra industria l’abbiamo già persa”, aveva denunciato in quel periodo l’analista economico Izudin Kešetović.
Com’è crollata l’industria pesante
In soli due anni (2024-2026) il repentino declino dell’industria di base ha portato alla chiusura di due impianti di cokeria e della maggior parte delle miniere di lignite gestite dall’Azienda elettrica della Bosnia Erzegovina.
Il ritiro di ArcelorMittal dall’acciaieria di Zenica, dopo ben due decenni, ha segnato il collasso totale di un’intera filiera nazionale – dalle materie prime all’esportazione, passando per le attività produttive e la distribuzione – che per decenni ha sostenuto il comparto siderurgico, dando lavoro a migliaia di famiglie.
Il primo segnale di scetticismo riguardo alla sostenibilità a lungo termine del modello industriale bosniaco-erzegovese era giunto da ArcelorMittal nell’aprile del 2024. Citando “la crisi del mercato siderurgico mondiale e gli eccessivi costi di produzione”, l’azienda aveva deciso di chiudere l’impianto di cokeria, un tassello fondamentale nella produzione siderurgica integrata.
Un anno dopo, l’azienda si è ritirata da Zenica, cedendo al gruppo Pavgord la storica acciaieria della città e la miniera di ferro di Prijedor per soli dieci milioni di euro, oltre ai debiti accumulati, che negli ultimi due anni hanno superato la somma di 141 milioni di euro.
In un primo momento, il nuovo proprietario, l’azienda H&P, ha annunciato con entusiasmo nuovi progetti, la modernizzazione degli impianti e il mantenimento della produzione siderurgica integrale. Solo pochi mesi dopo, considerando l’inerzia dello stato di fronte alle richieste di proteggere la produzione nazionale dai prezzi di dumping dell’acciaio importato, il nuovo proprietario ha abbandonato i grandi progetti, chiudendo gli impianti dell’acciaieria e presentando istanza di fallimento al tribunale.

Nuova acciaieria Zenica – Foto. S. Mlađenović Stević
“I prodotti che arrivano nel paese costano molto meno dei nostri. Senza misure sistemiche, sussidi e meccanismi di protezione della produzione, di cui dispongono tutti i paesi del mondo, non possiamo sopravvivere. Dal punto di vista economico, non abbiamo più alcuna possibilità di sopravvivenza”, ha dichiarato Ahmed Hamzić, direttore dell’acciaieria, in occasione della sospensione della produzione integrata.
Nel frattempo, è stata avviata la procedura fallimentare anche per la cokeria Lukavac, che – dopo la chiusura dell’impianto di Zenica – era rimasta l’unica fonte di coke metallurgico per la produzione di acciaio in BiH. Le istituzioni hanno reagito solo in un secondo momento, concentrandosi sulla gestione degli effetti della chiusura del complesso industriale e sulla riqualificazione del terreno.
Analogamente, le autorità della Republika Srpska non hanno fatto nulla per evitare il fallimento della miniera di Nova Ljubija vicino a Prijedor, insistendo poi solo sugli ammortizzatori sociali per circa seicento lavoratori licenziati.
Il governo della Federazione BiH – che partecipa alla proprietà dell’acciaieria di Zenica con una quota, simbolica ma potenzialmente cruciale, dell’8% – ha reagito alle azioni dell’azienda H&P solo sotto pressione dell’opinione pubblica, il giorno prima della sospensione della produzione integrale.
Per giorni, a riempire i telegiornali e le pagine dei quotidiani sono stati i commenti sulle possibili conseguenze catastrofiche della chiusura di una delle maggiori aziende esportatrici della Bosnia Erzegovina. Conseguenze che potrebbero sconvolgere le attività delle ferrovie dello stato, di numerose industrie collegate e persino del porto di Ploče (in Croazia), mettendo a rischio decine di migliaia di posti di lavoro.
A giugno, entrambe le camere del parlamento della Federazione BiH hanno adottato la legge sulla procedura di amministrazione straordinaria dell’acciaieria. Il governo della Federazione, sulla base di questa legge, prevede di avviare una procedura di consolidamento aziendale attraverso l’amministrazione straordinaria, oltre alle misure volte a preservare i posti di lavoro e la produzione siderurgica integrale.
Non è ancora chiaro quale dei due meccanismi (la procedura fallimentare o l’amministrazione straordinaria) possa essere applicato. Si è in attesa della decisione del Tribunale di Zenica che, dopo la prima udienza tenutasi lo scorso 25 giugno, dovrebbe esprimersi sulla richiesta della dirigenza dell’acciaieria di avviare la procedura fallimentare.
I lavoratori auspicano invece la ripresa della produzione integrale che permetterebbe di preservare quasi duemila posti di lavoro. Il governo della FBiH non ha rivelato ulteriori dettagli sulle modalità con cui l’azienda Energoinvest dovrebbe assumere il controllo operativo del consolidamento delle attività dell’ex colosso siderurgico.
La drammatica vicenda dell’acciaieria di Zenica ha fatto passare in secondo piano il caso della miniera di Raspotočje. Dopo diversi scioperi dei minatori per chiedere il pagamento degli stipendi arretrati, il consiglio di amministrazione dell’Azienda elettrica della BiH ha deciso di sospendere le attività nella cava di Raspotočje, l’ultimo impianto di produzione attivo del complesso minerario di Zenica. Una decisione che ha posto fine alla storia, lunga oltre centoquaranta anni, di sfruttamento del carbone in questa città.
Durante il periodo socialista, il sistema attualmente gestito dall’Azienda elettrica della BiH contava oltre trenta miniere e cave. Oggi, sono rimaste attive solo otto o nove unità produttive in diverse città. Nel periodo 2009-2022, le perdite delle miniere in Bosnia Erzegovina hanno superato i 940 milioni di marchi (poco meno di 480 milioni di euro).
La sfida della decarbonizzazione
Le dinamiche sopra descritte rivelano l’incapacità delle autorità bosniaco-erzegovesi di affrontare le trasformazioni del mercato, ma anche di adeguare l’economia nazionale ai mutamenti economici e politici globali, in un contesto dove le politiche di sviluppo sostenibile rivestono un ruolo cruciale.
L’introduzione delle tasse ambientali dell’UE attraverso il Meccanismo di adeguamento delle emissioni di carbonio alle frontiere (CBAM) ha rappresentato un duro colpo finanziario per l’industria di base in Bosnia Erzegovina. L’inizio della piena applicazione di questo meccanismo ha comportato per le aziende nazionali del settore siderurgico, come anche per i produttori di alluminio, cemento ed energia elettrica, un aumento radicale del prezzo delle esportazioni verso il mercato dell’UE e un’ulteriore perdita di competitività.
La BiH non ha creato in tempo un proprio sistema di scambio di quote di emissioni né una borsa dell’energia elettrica. Quindi, tutti i proventi delle tasse ambientali confluiscono direttamente nel bilancio dell’UE, invece di essere raccolti a livello statale e investiti nella transizione ecologica delle imprese locali.
Gli importatori europei di merci prodotte in Bosnia Erzegovina devono acquistare i certificati CBAM, il cui prezzo varia tra i 70 e i 100 euro per tonnellata di CO2 emessa. I prodotti provenienti dalla Bosnia Erzegovina realizzati con tecnologie inquinanti diventano così molto più costosi per i consumatori europei.
La BiH sta già perdendo terreno anche sul fronte dell’export di metalli verso il mercato UE considerando che la produzione avviene utilizzando energia elettrica generata da fonti non rinnovabili.
Nel 2026, la reazione a catena iniziata nel 2024 ha portato al collasso dell’industria di base della Bosnia Erzegovina, complice anche l’inazione della leadership al potere, che si è dimostrata incapace di contribuire a superare le sfide affrontate da molte imprese industriali: l’aumento dei costi di produzione, l’incremento delle tasse sul carbonio e la decarbonizzazione. Oggi, invece di essere considerata un partner alla pari di altri paesi europei, la Bosnia Erzegovina sta diventando una base di materie prime per l’UE, e non solo, perdendo la propria sovranità industriale a favore delle economie verdi occidentali.
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Tag: Ekonomija
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