La Slovenia perde Fajon e si ritrova con un allevamento di cammelli

Doveva diventare la nuova Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Sahel, ma alla fine, la candidatura di Tanja Fajon, ex ministra degli Esteri slovena, è stata affossata dallo stesso governo di Lubiana. Mentre infuria la polemica tra la destra al potere e la sinistra all’opposizione, un deputato populista è costretto a cedere un allevamento di cammelli

28/07/2026, Stefano Lusa Capodistria
Cammelli © Torsten Pursche/SHutterstock

Cammelli © Torsten Pursche/SHutterstock

Cammelli © Torsten Pursche/SHutterstock

In Slovenia ancora una volta lo scontro politico non fa prigionieri. A farne le spese, questa volta, è Tanja Fajon. L’ex ministro degli Esteri doveva andare a ricoprire l’importante incarico di Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Sahel.

Ma quando la cosa è diventata di dominio pubblico, dal centrodestra si sono immediatamente levate voci secondo cui non sarebbe stata capace di svolgere un incarico così importante. Il nuovo governo ha fatto il diavolo a quattro per far saltare la nomina, mobilitando anche i suoi alleati all’interno del Partito Popolare europeo. A quel punto Kaja Kallas, l’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, ha fatto marcia indietro.

Tanja Fajon si era fatta conoscere a livello europeo e sulla scena internazionale per il suo impegno nei Balcani, all’epoca in cui ricopriva il ruolo di deputata al Parlamento europeo. Negli ultimi quattro anni, quando ha guidato il ministero degli Esteri, la Slovenia si è nettamente schierata a favore della causa palestinese e ha cominciato a guardare con sempre maggiore interesse all’Africa, soprattutto nel periodo in cui il paese è stato membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

L’ex leader dei socialdemocratici, rimasta fuori dal parlamento dopo le ultime elezioni, sarebbe diventata il più alto funzionario sloveno nella diplomazia europea. La sua nomina era data per scontata, l’accordo tra i paesi c’era e nessuno avrebbe sollevato obiezioni, se a esprimere il suo dissenso non fosse stata proprio Lubiana. Non succede spesso, anzi non succede mai che un paese si metta d’impegno per affossare la nomina di un suo cittadino a un’importante funzione europea. Copenhagen ringrazia. Al suo posto è stata nominata la diplomatica danese Birgitte Nygaard Markussen.

Il fronte interno

Lo scontro politico prosegue ovviamente anche in politica interna. La società civile che fa capo al centrosinistra si è subito mobilitata per promuovere un referendum contro le modifiche alle norme che regolano le inchieste parlamentari. La maggioranza aveva cancellato una serie di articoli di garanzia che consentivano agli indagati di ricorrere preventivamente alla Corte costituzionale per verificare se l’inchiesta rispondesse ai crismi di legge previsti. Dall’opposizione dicono che, con la nuova normativa, la maggioranza potrebbe prendere di mira i propri avversari e disporre, per farlo, di quella che viene definita una polizia politica.

Il referendum è in programma l’11 ottobre, a poco più di un mese dalle elezioni amministrative, che si svolgono il 15 novembre in contemporanea in tutti e 212 i comuni del paese. Il banco di prova sarà naturalmente quello del quorum. La norma sarà bocciata se contro di essa voterà la maggioranza di coloro che si recheranno alle urne e se contro la legge si sarà espresso almeno un quinto degli aventi diritto.

La risposta del centrodestra è stata immediata: subito ha annunciato che intende promuovere tre referendum consultivi, lasciando intendere che potrebbero svolgersi in contemporanea con quello sulle inchieste parlamentari. Ai cittadini verrebbe chiesto di esprimersi sui sussidi sociali per le persone abili al lavoro, sull’abolizione del canone per la radiotelevisione pubblica e sul voto degli extracomunitari alle elezioni amministrative. Tutti temi carissimi al centrodestra.

Nel paese gli strali dell’opposizione sono tutti concentrati su Zoran Stevanović e su Resni.ca, il partito populista che è riuscito a entrare in parlamento, a scegliere il nuovo governo e a far sedere il suo presidente sullo scranno di presidente della Camera. Stevanović e i suoi uomini non fanno formalmente parte della maggioranza, ma di fatto sono un solido puntello del governo guidato da Janez Janša, il vecchio padre padrone del centrodestra sloveno. Un presidente del parlamento indecente, dicono da sinistra, dimenticando che l’ex premier Robert Golob lo aveva corteggiato quando aveva tentato di formare il suo governo.

Ora nel mirino è finito anche un deputato di Resni.ca, Boris Mijič. Il sistema elettorale sloveno non prevede l’istituto delle preferenze e in parlamento molta gente ci finisce per caso, solo perché è stata candidata nella giusta circoscrizione elettorale.

Mijič, prima di entrare in parlamento, aveva tentato di campare mettendo su un’impresa edile, che però non ha pagato parte degli stipendi e delle liquidazioni ai dipendenti. Come se non bastasse ha anche debiti nei confronti dell’erario e dei fornitori. Stevanović, per placare le polemiche, ha saldato di tasca propria i debiti nei confronti dei lavoratori e ha promesso che Mijič avrebbe fatto fronte a tutti i suoi oneri finanziari.

Immediatamente sono state chieste a gran voce le sue dimissioni. La richiesta è diventata ancora più pressante quando è emerso che il parlamentare si era spacciato per laureato, titolo che non trova conferma presso l’Università di Lubiana. Nel partito puntano a tenerlo in carica almeno fino al 10 ottobre: se dovesse andarsene prima di sei mesi dall’entrata in carica non entrerebbe il primo dei non eletti, ma si dovrebbe tornare al voto nella sua circoscrizione.

Un allevamento di cammelli

Messo alle corde e forse consapevole che non ha oramai nulla da perdere, Mijič ha donato la sua azienda a Rok Snežič, controverso consulente fiscale sloveno, che l’ha immediatamente destinata all’allevamento di cammelli. L’intento è consegnarla a Luka Mesec, leader di Levica ed ex ministro del Lavoro, che vanta un’esecuzione forzata sul patrimonio di Snežič a copertura delle spese legali per una delle due cause che questi aveva intentato, e perso, nei suoi confronti. Per Snežič, Mesec non dovrebbe avere difficoltà a risanare l’azienda e a pagare i suoi debiti. Mesec ha subito precisato che non intende accettare il regalo avvelenato.

Nel centrosinistra tutti hanno bollato l’operazione come inqualificabile, una vera e propria presa in giro dei lavoratori, dei creditori e dei contribuenti; non sono state dissimili le reazioni arrivate dal centrodestra. Mijič, comunque, verrà cacciato dal suo partito, ma il destino resta nelle sue mani: solo lui potrà decidere di abbandonare il parlamento, non prima, naturalmente, del 10 ottobre.

Intanto però sui social girano già i video generati dall’intelligenza artificiale, con Luka Mesec attorniato da cammelli nelle vie di Lubiana, che annuncia che la sua azienda potrà contare anche su Tanja Fajon, pronta a occuparsi della vendita dei cammelli nel Sahel. Qualcuno ride, altri riflettono sulla degenerazione della politica e della comunicazione politica. Un fenomeno non solo sloveno, ma mondiale.

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