Gestione dei rifiuti: il mito del riciclaggio virtuoso in Bulgaria

I dati ufficiali raccontano una Bulgaria virtuosa nella raccolta differenziata, ma le strade di molti comuni restituiscono un’immagine diversa. Tra dati discordanti, raccolta insufficiente e investimenti che non producono infrastrutture adeguate, il sistema dei rifiuti mostra ancora profonde fragilità

29/09/2026, Piergiorgio Pescali Pazardzhik
Bulgaria-Malo Konare, rifiuti per strada-foto ©Piergiorgio Pescali

Bulgaria-Malo Konare, rifiuti per strada-foto ©Piergiorgio Pescali

Bulgaria-Malo Konare, rifiuti per strada-foto ©Piergiorgio Pescali

A Malo Konare, un paese vicino a Pazardzhik dove capita di trovarmi spesso, la raccolta differenziata è semplicemente inesistente. Basta camminare per le strade per imbattersi in discariche abusive a cielo aperto, auto abbandonate da anni in mezzo a spiazzi pubblici, plastica ovunque, nei fossi, ai bordi dei campi, accanto ai cassonetti dei rifiuti.

Non è un caso isolato: anche in una città turistica come Burgas, sul Mar Nero, la differenziata funziona solo nel centro storico e nei quartieri più curati; basta allontanarsi di qualche isolato, o entrare in un mercato rionale, per vedere che nessuno si preoccupa più di separare la plastica dal resto, nonostante le campagne di sensibilizzazione promosse dal comune. Eppure, sulla carta, la Bulgaria è un allievo modello dell’economia circolare europea.

Numeri che non tornano

Nel 2019 Sofia ha dichiarato a Eurostat un tasso di riciclaggio degli imballaggi in plastica del 50,6%, contro una media UE del 41,1%: settima su ventisette Stati membri, davanti a Germania, Francia e Italia. Un rapporto pubblicato nell’ottobre 2024 dall’associazione ambientalista “Za Zemiata” (Amici della Terra Bulgaria), insieme a Zero Waste Europe, conferma con i numeri quello che si osserva a occhio nudo per le strade di Malo Konare o di Burgas: il sistema bulgaro di gestione dei rifiuti da imballaggio funziona molto peggio di quanto raccontino le statistiche ufficiali.

Il primo problema individuato dal rapporto è la qualità stessa dei dati. Le quattro organizzazioni private che gestiscono per legge il recupero degli imballaggi in Bulgaria, le cosiddette PRO, hanno dichiarato per il 2022 poco più di 105.000 tonnellate di imballaggi in plastica immessi sul mercato.

L’Istituto nazionale di statistica, nello stesso anno, ne ha contate quasi 148.000: uno scarto del 30%, che nel 2020 era arrivato al 78%. Anche la Corte dei conti bulgara e la Banca Mondiale hanno segnalato la stessa discrepanza, senza, però, trarne alcune conseguenze: i report ufficiali continuano a citare i target come raggiunti, ignorando che una fetta consistente della plastica in circolazione sfugge al conteggio.

Il divario tra le due fonti non è un dettaglio tecnico: è la chiave per capire perché la Bulgaria riesca a vantare percentuali di riciclaggio superiori alla media europea mentre, a livello locale, la situazione è quella che si vede a Malo Konare: semplicemente disastrosa.

Secondo i dati dell’Agenzia esecutiva per l’ambiente, nel 2019, l’anno più recente per cui esistono dati comunali, in 132 comuni su 265 il tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani era inferiore al 10%. In 43 comuni era pari a zero. E non si tratta solo di piccoli borghi di montagna: anche il capoluogo Pazardzhik, di cui Malo Konare è di fatto un sobborgo, era lontanissimo dalla soglia del 50% di riciclaggio che la legge imponeva di raggiungere entro il primo gennaio 2020.

Lo stesso vale per Burgas, dove secondo il rapporto solo il 24% dei rifiuti urbani veniva avviato al riciclo, un dato che coincide con quanto si osserva passeggiando fuori dal centro: i cassonetti colorati per la differenziata ci sono, ma diradano rapidamente non appena ci si allontana dalle zone più curate e turistiche.

Bulgaria-Malo Konare-rifiuti-foto ©Piergiorgio Pescali

Bulgaria-Malo Konare-rifiuti-foto ©Piergiorgio Pescali

Una raccolta a macchia di leopardo

La legge impone alle PRO, nelle città con più di centomila abitanti, di garantire appena 3.300 litri di capacità di raccolta differenziata ogni 750 residenti, tre contenitori a igloo colorati, l’equivalente di 4,4 litri settimanali a testa, più o meno quattro cartoni del latte. Un residente medio della capitale produce però circa 5,3 litri al giorno di rifiuti riciclabili: il conto non torna nemmeno sulla carta.

Nella pratica va peggio, perché i cassonetti sono concentrati quasi solo nei centri delle grandi città: circa 5.000 villaggi e diverse cittadine minori restano fuori dal sistema, nonostante la legge preveda che la differenziata copra obbligatoriamente anche le località turistiche e i centri sopra i 5.000 abitanti.

Lo stesso Piano nazionale di gestione dei rifiuti 2021-2028 ammette che i contenitori sono quasi tutti di proprietà delle organizzazioni di recupero private, e che mancano dati sufficienti sul loro numero reale.

Quanto costa non riciclare

Il rapporto smonta anche l’idea che il sistema costi poco allo Stato. Nel 2022 la Bulgaria ha destinato alla gestione dei rifiuti l’1,2% della spesa pubblica totale, quasi il doppio della media UE (0,7%), un livello superiore a quello di tredici Paesi europei, Svezia e Austria comprese. Il denaro però non si traduce in infrastrutture adeguate.

Le quattro PRO bulgare hanno incassato nel solo 2022 quasi 66 milioni di leva (circa 33,7 milioni di euro) in tariffe pagate dai produttori di imballaggi, costi che, come per l’IVA, finiscono scaricati sui consumatori tramite il prezzo dei prodotti. Oltre il 70% di questa cifra è finito in servizi esterni appaltati a società spesso collegate alle stesse PRO, mentre i cittadini pagano una seconda volta, con le tasse comunali, lo smaltimento di ciò che le organizzazioni di recupero non riescono, o, forse è meglio dire, non vogliono, intercettare.

A questo si aggiunge un dato indicativo: dal 2017 la Bulgaria è tra i Paesi europei che “sprecano” più bottiglie di plastica pro capite, 113 l’anno per abitante non riciclate né riutilizzate, contro le 9 di Estonia e Lituania, dove esistono sistemi di deposito cauzionale.

Il rapporto dedica spazio anche al business dell’incenerimento, un incentivo perverso a non riciclare. La Bulgaria importa ogni anno tra le 70.000 e le 100.000 tonnellate di plastica destinata al riciclo, che permette agli impianti di riempire la capacità produttiva con materiale straniero senza investire in un sistema nazionale di raccolta.

Parallelamente si sono moltiplicati i progetti di incenerimento, da Galabovo a Sliven, da Bobov Dol a Pavlikeni, spesso legati a cementifici o centrali che bruciano combustibile derivato da rifiuti (RDF). Il progetto più discusso, un termovalorizzatore a Sofia che sarebbe stato l’ultimo del suo genere autorizzato nell’UE, è stato bloccato solo nel maggio 2024 da una sentenza della Corte suprema amministrativa, dopo quasi un decennio di battaglie legali.

Una questione di fiducia

Il rapporto di Za Zemiata si concentra soprattutto sulle responsabilità istituzionali, ma i sondaggi citati nel testo raccontano anche un problema di fiducia e di abitudini diffuse, lo stesso che si respira in un mercato rionale bulgaro, dove cassette di plastica e scarti alimentari finiscono tutti insieme nello stesso bidone, a pochi metri da un contenitore per la differenziata che resta vuoto.

Solo il 29% dei bulgari intervistati in un’indagine di settore dichiara di separare sempre i propri rifiuti domestici. Quasi il 70% dubita che i materiali conferiti nei cassonetti vengano davvero riciclati, percentuale che sale a quasi l’80% nelle città più piccole, dove l’infrastruttura di raccolta è più scarsa.

È un circolo vizioso: la sfiducia scoraggia la differenziazione, la scarsa differenziazione alimenta la sfiducia, e le campagne di sensibilizzazione comunali restano lettera morta senza controlli, sanzioni o anche solo cassonetti a portata di mano.

Il quadro che emerge non è quello di un Paese semplicemente povero e incapace di permettersi un sistema di gestione dei rifiuti efficiente: la spesa pubblica, come si è visto, non manca. È piuttosto il ritratto di un sistema costruito per apparire conforme agli obblighi europei sulla carta, mentre nella pratica quotidiana, quella di Malo Konare, dei mercati di Burgas, delle centinaia di comuni bulgari con tassi di riciclaggio prossimi allo zero, lascia sia le istituzioni sia i cittadini liberi di disinteressarsene.

Gli autori del rapporto non propongono soluzioni dettagliate, ma indicano una direzione già sperimentata altrove in Europa: raccolta porta a porta più frequente di quella dei rifiuti misti, maggiore densità di cassonetti vicino alle abitazioni, tariffe calcolate sul principio “chi inquina paga” e il ritorno a sistemi di vuoto a rendere per gli imballaggi, che la Bulgaria aveva già sperimentato con successo prima che il monouso prendesse il sopravvento.

Finché mancheranno questi incentivi, difficilmente cambierà anche l’abitudine, oggi diffusissima, di trattare la plastica come qualcosa che semplicemente scompare una volta gettata per strada.


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Tag: Rifiuti