Rada Iveković, una vita in traduzione

Nei primi mesi di quest’anno è uscito il libro “Una vita in traduzione. Il femminismo transnazionale di Rada Iveković”. Le tre coautrici e curatrici del volume, Chiara Bonfiglioli, Stefania Maffeis e Mara Montanaro lo considerano “un femmage a Rada Iveković: un omaggio femminista che non si limita a celebrare, ma riconosce, restituisce e rilancia”. Lo abbiamo recensito

23/07/2026, Luka Zanoni
Chiara Bonfiglioli, Mara Montanaro, Rada Iveković e Stefania Maffeis a Parigi, nel febbraio 2024, a casa di Rada Iveković - (Foto archivio privato)

dream team – ivekovic

Chiara Bonfiglioli, Mara Montanaro, Rada Iveković e Stefania Maffeis a Parigi, nel febbraio 2024, a casa di Rada Iveković - (Foto archivio privato)

Rada Iveković non ha bisogno di grandi presentazioni: filosofa, indologa, femminista, saggista, traduttrice, docente universitaria, migrante e molto altro. “Il mio problema è che sono eclettica” dice rispondendo ad una delle numerose domande di cui è composto l’ultimo libro, uscito quest’anno per Ombre corte, nella collana Femminismi.

L’ossatura principale, ad occupare circa tre quarti di libro, è una bella e intensa intervista che Chiara Bonfiglioli, Stefania Maffeis e Mara Montanaro, le tre curatrici e autrici dei bei saggi che introducono il pensiero di Rada Iveković, raccolgono in un breve soggiorno di qualche anno fa a Parigi, a casa della filosofa e del compagno Goran Fejić.

Il titolo è azzeccato: Una vita in traduzione. Il femminismo transnazionale di Rada Iveković, e le coautrici sono state molto brave a condurre l’intervista facendo emergere gli intensi momenti biografici, dall’infanzia ai giorni nostri, che spesso si dipanano sullo sfondo di eventi storici di portata internazionale come il crollo del Muro di Berlino o il disfacimento della Jugoslavia, o la meno nota ma molto importante per Rada e le sue compagne, conferenza di Belgrado nel 1978 “Compagna donna”, la prima conferenza internazionale della generazione della seconda ondata del femminismo, che non aveva l’avvallo delle “femministe ufficiali”. (117)

Il confronto con le femministe italiane la rende consapevole che gli approcci da paese a paese erano differenti: in Italia si battevano per il diritto al divorzio e all’aborto, in Jugoslavia erano ormai diritti acquisiti. Quello che volevano le femministe jugoslave di nuova generazione – racconta Iveković – “era il disfacimento del patriarcato egemonico e violento, cosa che non c’era nel progetto – ideato da maschi – del nostro socialismo” (124).

Via via che l’intervista scorre si familiarizza con la personalità eclettica di Rada, insieme con i concetti chiave che costellano il suo pensiero. Uno di questi è sicuramente il partage de la raison, nella doppia accezione di divisione e condivisione. Concetto che Iveković matura durante gli anni Novanta, a partire da una riflessione sulla traduzione, “traducendo si crea sempre uno spazio terzo che attraversa i due spazi – per esempio culturali, che sono in qualche rapporto tra loro”.

In mezzo c’è la traduttrice, il terzo termine invisibile. “Perché la traduzione la si pensa spesso come operazione binaria, con una lingua di partenza e una di arrivo. Si dimentica però la traduttrice fisica, la traduttrice che è sempre lì, che viene tradotta essa stessa e che poi fa cambiare il testo che traduce, nella traduzione, ma anche l’originale, perché porta un’altra luce sul testo originale”. Ed è da queste riflessioni che Iveković capisce “l’importanza di superare le costruzioni binarie”. (169-170)

Il percorso di studi di Iveković è singolare: parte dall’India, dal pensiero antico indiano per poi arrivare alla filosofia occidentale, a Wittgenstein, Derrida, Deleuze, Guattari, Lyotard, Balibar e altri. Da questi impara ma non li risparmia a dure critiche. Li critica per una loro strutturale incapacità di vedere il femminile. “La filosofia rimane una disciplina maschile che ha pensato pochissimo, specie da parte degli uomini, sulla disuguaglianza di genere”. Iveković è ben consapevole di cosa vuol dire essere filosofa, cosa significa incarnarne il paradosso di essere donna, femminista e filosofa. “Nessun altro è più esistenzialmente interessato delle donne a filosofare”. (163)

Ma la sua critica ai filosofi francesi è rivolta anche al loro orientalismo. Durante il suo periodo francese dei primi anni Novanta, mentre lavorava alla rivista Transeuropéenes, periodo da lei stessa definito “d’oro” del quale ringrazia soprattutto Etienne Balibar e Ghislaine Glasson Deschaumes, pubblica Orients. Critique de la raison postmoderne. È una delle prime a parlare di studi decoloniali in Francia. Iveković però minimizza, “Non mi rendevo conto di essere stata tra i primi a parlarne, e probabilmente non lo ero. Io leggevo l’inglese, i francesi non lo leggevano molto all’epoca”. (172)

La sua formazione da indologa, lo studio del primo pensiero del Buddha, la pone ancora una volta in un luogo di transizione, di traduzione: Sartre e Lyotard con Rada Iveković diventano buddhisti. “Un po’ di esistenzialismo può assolutamente essere paragonato al buddhismo filosofico, col quale intendo i primi discorsi del Buddha stesso e tutto il pensiero di Nāgārjuna”, e ancora “Tutto quello che concerne il linguaggio in Lyotard vale anche per il buddhismo e per Nāgārjuna”. (186)

Tra i suoi riferimenti non può mancare il filosofo Radomir Konstantinović, autore di Filosofija palanke, saggio divenuto famoso in Italia proprio grazie alla pubblicazione del libro di Rada Iveković Autopsia dei Balcani. La palanka, il simbolo della chiusura, della grettezza, del nazionalismo, dell’esclusivismo. L’emergere di questa situazione, il diventare palanka del proprio paese spinge Iveković a non tornare né a Belgrado, dove è cresciuta fino alle superiori, né a Zagabria dove ha studiato all’università. E ad iniziare una nuova vita a 45 anni a Parigi. “Io non sono scappata per paura, avrei potuto anche rimanere, ma sono andata via per disgusto radicale”. (p 159)

Nazionalismo e patriarcato sono legati da un filo rosso, ed è all’interno di un pensiero intersezionale che Iveković li coglie: “Né il patriarcato né il nazionalismo sono indipendenti l’uno dall’altro, funzionano solo insieme, anche con i rapporti di caste e classi”. (208) Rada Iveković non può che essere favorevole all’intersezionalità, in quanto possibilità di incrociare più dimensioni. Tutta la sua biografia è una continua oscillazione e movimento, un trans continuo. Dalla Jugoslavia all’Italia, al Belgio e alla Francia, all’India e al Sud America.

Rada Iveković non è mai ferma, ed è molto attenta a non ipostatizzare concetti e categorie. La sua è una filosofia del cambiamento, della trasformazione. Il suo è un approccio transdisciplinare, attraverso le lingue e le geografie del mondo. “Il mondo cambia, vuoi che non siamo tradotti noi?! A proposito dell’epistemologia e delle deontologie scientifiche, aderisco alla prospettiva trans, nel senso che ho, forse perché ho cominciato la filosofia dalla parte indiana e non greca e occidentale, molti dubbi sulle conoscenze ‘definitive’, saperi dettati come ‘veri’, sull’accademia, sulla serietà delle università e della ricerca, le quali sono poi in ogni caso in crisi profonda oggi, come istituzioni, e non hanno saputo ricrearsi su altri principi entrando nella globalizzazione, avendo accettato di far parte della corsa capitalistica al successo attraverso il denaro e il potere.” (211)

La sua è una vita in traduzione, l’attraversamento continuo delle lingue: sanscrito, pali, hindi, tedesco, francese, italiano, inglese e ovviamente la sua lingua madre, una lingua che chiama comune, a favore della quale è firmataria insieme a molti intellettuali ed artisti jugoslavi della “dichiarazione della lingua comune”. La si chiami pure come si vuole, l’importante è che resti un bene comune, perché di fatto lo è sempre stata. (206).

Ad impreziosire il testo ci sono tre bei saggi delle coautrici che precedono e introducono l’intervista, e a conclusione alcuni saggi di Iveković inediti in italiano. Completano il volume un denso apparato di note, ricche di approfondimenti e indicazioni bibliografiche, e una serie di fotografie attuali e d’epoca. In una di queste il padre di Rada, Mladen Iveković, siede al tavolo con Miroslav Krleža e Josip Broz Tito, sull’Isola di Brioni nel 1950.

Un libro sicuramente da leggere e rileggere. “Questo libro – scrivono le coautrici nella Prefazione – è un femmage a Rada Iveković: un omaggio femminista che non si limita a celebrare, ma riconosce, restituisce e rilancia”. Buona lettura!

Tag: Donne

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