Golpe in Turchia 2016: Kübra, la figlia ribelle del Faraone
A dieci anni dal tentato golpe in Turchia del 2016, abbiamo raccolto quattro testimonianze dal paese. Istanbuliota di 36 anni, Kübra è “un’attivista nata” di Havle, associazione femminista musulmana. Non sostiene Erdoğan, ma il successo del golpe “avrebbe portato indietro il paese di 20 anni”

Istanbul © thomas koch/Shutterstock
Istanbul © thomas koch/Shutterstock
“Non posso credere che siano già passati 10 anni. Quel 15 luglio ero a casa con mio marito, all’epoca ero sposata. Eravamo seduti insieme e lui stava controllando qualcosa sul telefono. All’improvviso disse: ‘Stanno tentando un golpe’. Presi il mio telefono e vidi tantissimi messaggi dai miei gruppi, tutti che si chiedevano cosa stesse succedendo. Ricordo di aver sentito i caccia militari volare bassi sopra casa mentre consultavo le notizie, guardavo tutti i canali, cercando di seguire cinque, sei fonti diverse. Era il caos totale.
Provengo da una famiglia con sia oppositori che sostenitori del presidente Erdoğan. I miei cugini, mio padre, mio zio stavano già litigando quando ancora la situazione era tutt’altro che chiara. Alcuni miei amici festeggiavano pensando che la fine di Erdoğan fosse vicina, altri avevano paura perché sono Aleviti (corrente dell’islam di derivazione sciita, tra i principali sostenitori del secolarismo kemalista e della sinistra politica, spesso in contrasto con il sunnismo militante e la destra, NdA) e vicini del loro quartiere erano andate a battere alle loro porte. La polarizzazione della società emergeva persino nel gruppo dei miei amici, nella mia famiglia. Ero così spaventata. Pensavo: ‘Dio mio, vanno ad uccidere il Presidente’.”
Kübra è una giovane donna di 36 anni di Istanbul. Si definisce “un’attivista nata”. Dal 2017 fa parte di Havle, un’associazione femminista musulmana creata con l’obiettivo di affrontare le difficoltà che le donne incontrano nella vita.
Clicca qui per leggere le altre testimonianze che abbiamo raccolto in occasione del decimo anniversario del tentato golpe in Turchia
“Siamo usciti per le strade nel quartiere centrale di Fatih, cuore della sicurezza pubblica, volevamo vedere cosa stesse succedendo poiché nessuna notizia ci arrivava da lì. Mio fratello era sul ponte (il primo ponte di Istanbul fu teatro degli scontri più sanguinosi e fu successivamente rinominato in onore dei civili che vi morirono, NdA), vide un uomo colpito da un proiettile vagante, lo portò in ospedale e tornò a casa coperto di sangue. Anche mio padre era là, intuendo che potesse scoppiare uno scontro tra il popolo e i militari, mentre la polizia non si trovava da nessuna parte. Ad un certo punto, quella notte, cominciò la chiamata alla preghiera dalle moschee e ricordo chiaramente di aver provato grande sollievo. Finché quelle preghiere risuonavano, saremmo stati al sicuro, pensavo. Siamo tornati a casa verso le sei, dopo che era sorto il sole. Quel giorno nessuno potè dormire”.
Gli scontri terminarono quella notte e il paese si svegliò il giorno dopo in un clima di strana calma. Tuttavia, gli eventi storici erano a quel punto in movimento, e il paese stava per vivere cambiamenti profondi.
“Personalmente disprezzo il presidente Erdoğan, ma non avrei mai voluto che fosse ucciso in un golpe militare: sarebbe stato un colpo alla democrazia turca. Non ero preoccupata per la mia vita, ero preoccupata per il mio paese e il futuro della mia generazione. Con un successo del golpe avremmo assistito a quello che accadde con i colpi di stato negli anni ’60 o ’80: saremmo tornati indietro di 20 anni.
Nel periodo successivo, il governo ha lanciato la narrativa di un popolo che si riunisce e diventa un corpo nazionale unico, ma io non ci ho mai creduto. Mi sono resa conto che fosse una farsa quando fu indetta una riunione a Yenikapı (un quartiere di Istanbul noto per i raduni pro-governo dell’AKP, NdA) con tutti i partiti politici della Turchia. Il partito curdo HDP (oggi noto come DEM Parti, NdA) fu escluso. Come loro sostenitrice, mi sentii tradita. Ricordo che il leader del Partito Popolare Repubblicano (CHP) Kılıçdaroğlu accusò il governo di star mettendo in piedi una recita. In un certo senso, sono d’accordo con lui: l’intera faccenda potrebbe essere stata orchestrata dallo stesso Erdoğan. Sapeva già come il movimento Gülen avesse infiltrato lo Stato, e lo sapeva dal 2013″.
Nel 2013 la Turchia vide enormi proteste assai partecipate. Battezzate con il nome del parco Gezi a Istanbul, le manifestazioni da iniziativa ambientale divennero rapidamente massicce dimostrazioni pro-democrazia, sostenute da molte anime diverse della società turca. Rappresentarono una svolta drammatica nella storia contemporanea del paese.
“Ho le mie fonti interne; so che i membri dell’AKP erano in gran parte inconsapevoli delle decisioni dietro gli attacchi brutali contro i manifestanti da parte delle forze di polizia. Si pensò poi che queste fossero avvenute sotto la guida del movimento Gülen. Questa fu una delle linee di frattura tra Erdoğan e Gülen. Entrambi i contendenti si attaccavano ovunque potessero. Erdoğan sapeva che l’infiltrazione del movimento Gülenista nel governo era molto profonda, non solo nel sistema educativo, ma anche nelle istituzioni giudiziarie, nella polizia, nella burocrazia, negli organi diplomatici, davvero moltissime persone. Fu lui a mettere queste persone in quei ruoli di potere, quindi sapeva che serviva qualcosa di così atroce, così contrario al senso di lealtà alla patria, affinché l’intero paese supportasse la futura epurazione del movimento Gülen. Attese e quel momento arrivò: è stato il golpe del luglio 2016”.
Gli eventi e le trasformazioni che seguirono, le epurazioni di massa, lo stato di emergenza, la riforma del nuovo sistema presidenziale, tutti questi cambiamenti influenzarono profondamente l’intero spazio civico turco.
“Lavoriamo nel movimento come femministe musulmane, la maggior parte di noi proviene da famiglie che supportano l’AKP di Erdoğan. Siamo viste come le figlie ribelli del Faraone, cresciute da lui, ma che ora lo sfidano. È un posto molto speciale nelle dinamiche politiche del paese.
Dopo i cambiamenti costituzionali che introdussero il sistema presidenziale nel 2017, mi resi conto che era la fine della Repubblica Turca come la conoscevamo. Fu scioccante.
Pensai ai miei figli, che mi avrebbero chiesto: ‘Che cosa stavi facendo mentre la democrazia veniva distrutta?’. Volevo avere una risposta da dare loro.
Le organizzazioni della società civile stanno soffrendo, in particolare quelle femminili e LGBTQ. Sta diventando sempre più difficile trovare uno spazio agibile nel discorso pubblico. Persino essere filopalestinesi non è sicuro in un paese che pure si presenta come garante dei palestinesi.
Mentre il paese avanza, le esperienze dalle precedenti lotte democratiche tracciano la strada per la riscoperta di tattiche e strategie mai dimenticate.
“Ci sono lezioni dagli anni ’90, quando lo Stato tolse i diritti alle donne, forzandole a una scelta tra due mali: togliersi il velo e ottenere un’educazione, oppure stare a casa. Quelle donne costruirono una scuola informale e lì insegnavano programmi scolastici e teologia islamica. Ho visto di persona che quando i tempi sono duri, quando non trovi spazio nel sistema legale formale, allora ti sposti nell’illegalità e trovi modi per sopravvivere in acque inesplorate. E questo è ciò che accadrà nei prossimi 10 anni in Turchia. Siamo in stretto contatto con molti movimenti, dico sempre la stessa cosa: ritirati dal centro dell’attenzione o verrai schiacciato e questo non servirà a te né al futuro di questo paese. Questo è il tempo per imparare, organizzarsi, e prepararsi. Il sistema collasserà, la sua morte è scritta nel suo stesso DNA. Allora sarà necessario un movimento pronto, e credo che quel movimento saranno i movimenti femministi e LGBTQ che lavorano insieme”.
In evidenza
- Candidature entro domenica 26 luglio 2026
- Nuovi progetti politici










