Albania, guerra digitale contro le proteste
Dall’esplosione della Rivoluzione dei Fenicotteri un’ondata coordinata di campagne diffamatorie, di disinformazione e di intimidazione personale – soprattutto nello spazio di informazione digitale e spesso amplificata da alte figure pubbliche – sta colpendo la società civile albanese

Rivoluzione dei Fenicotteri
Rivoluzione dei Fenicotteri, foto di Erisa Kryeziu
Accuse insostanziali fatte circolare sul web, informazioni personali di attivisti date in pasto alla rete, autorità pubbliche che additano manifestanti per nome e cognome come in liste di proscrizione. Da quando, il 30 maggio scorso, è esplosa la cosiddetta Rivoluzione dei Fenicotteri, in Albania si sta consumando una seconda battaglia, digitale, combattuta sui social network e media online contro attivisti, giornalisti e cittadini.
Un’ondata di campagne diffamatorie, di disinformazione e di intimidazione personale che sta colpendo la società civile albanese, tanto da superare l’episodicità di casi pur gravi per parlare, piuttosto, di un problema sistemico che solleva preoccupazioni sulla solidità democratica del paese.
I tre volti della repressione online
A far crescere la preoccupazione è stata la comparsa di pubblicazioni su portali online e account social nelle quali, contro attivisti ed esponenti di organizzazioni non governative, vengono mosse accuse pesanti: appropriazione indebita di fondi europei e donatori, favoritismi personali, corruzione. Il lavoro civico, normalmente soggetto a meccanismi contrattuali di trasparenza e correttezza, viene trasformato in un’ombra di sospetto dove vengono mescolati controllo straniero e conflitti di interessi.
È il caso, ad esempio, di Blerjana Bino, co-fondatrice e direttrice del Centro per la Scienza e l’Innovazione per lo Sviluppo (SCiDEV), accusata dal portale online Prapaskena di aver dirottato fondi pubblici e privati incanalandoli in progetti a favore dei propri familiari. O di Migen Qiraxhi, attivista di Qëndresa Qytetare (Resistenza Civica), etichettato come “ladro” e legato strumentalmente alla figura di George Soros, evocato come segnale di presunto controllo straniero.
Reagiscono soggetti e organizzazioni colpite, sottolineando come le accuse muovano a partire da un lavoro civico legittimo e trasparente che viene riscritto come conflitto di interesse, trasformando i doveri di trasparenza finanziaria in una apparente prova di collusione. Accuse che, invece di essere affrontate attraverso vie istituzionali e legali, delegittimano iniziative pubbliche e ambientaliste a danno della partecipazione della società civile.
Ancor più preoccupanti sono i casi di pubblicazione di informazioni private di cittadini: persone fotografate, i volti cerchiati sui social network, nomi e indirizzi svelati, con accuse di essere “infiltrati” o attori pagati. L’esposizione di cittadini identificabili in modi che li dipingono come soggetti pericolosi li espone a danni reputazionali, intimidazioni e rischi per l’incolumità personale, e può scoraggiare dall’esercitare il diritto di assemblea. Un fenomeno noto come doxxing, il cui intento malevolo è spesso quello di intimidire la partecipazione civile, obbligandola a ritrarsi dalla scena pubblica.
È il caso dei post pubblicati dalla pagina “JOQ Albania” (acronimo di “la vita è divertimento”), in cui si cerchiano e individuano manifestanti nella folla, a scapito della tutela della reputazione personale e della protezione dei dati personali, suggerendo che siano persone mandate dal governo al fine di screditare i movimenti.
Più grave di tutto è l’uso diretto dei social network da parte di alti funzionari pubblici, tra cui il Primo Ministro Edi Rama, per prendere di mira singoli manifestanti, deridendoli, insultandoli e accusandoli di essere agenti stranieri. È la forma di attacco che desta maggiore allarme, quando esponenti politici con centinaia di migliaia di follower e grande capacità di amplificazione della propria voce additano un privato cittadino sfruttando l’asimmetria di potere a proprio favore, con il cittadino che non può avere strumenti di risposta equiparabili.
Non più dibattito, ma intimidazione. È il caso, ad esempio, del deputato di maggioranza Ardit Bido, che ha pubblicamente attaccato la giornalista Kristina Voko, direttrice di BIRN Albania, attaccandola attraverso la sua origine etnica e tacciandola di essere “una minaccia all’interesse nazionale”.
L’ecosistema tossico dei media online
“I siti web coinvolti in queste campagne sono attivi da molto tempo prima delle proteste dei Fenicotteri” spiega a OBCT un esperto di politiche digitali in Albania, che ci chiede l’anonimato per tutelarsi. “Fanno parte di un più ampio ecosistema online già utilizzato in passato per attaccare giornalisti, organizzazioni della società civile, organizzazioni di sorveglianza e singoli individui impegnati in attività di interesse pubblico”.
Cita il caso del portale Prapaskena, già al centro di campagne diffamatorie contro la giornalista investigativa Ola Xama, in cui gli attacchi includevano denigrazione personale, attacchi alla famiglia e pubblicazione di informazioni private. Lo stesso portale in passato aveva attaccato anche OBCT in seguito alla pubblicazione di un report di analisi sulla libertà dei media nel paese. “Questi casi precedenti dimostrano che gli attacchi attuali fanno parte di un metodo ricorrente, non di un episodio isolato” conclude.
Diverso il caso di JOQ Albania: fondata nel 2010, è una delle pagine social più seguite in Albania, in gran parte perché si basa sulle segnalazioni inviate dai propri follower, con un modello editoriale dal basso. “La pagina è stata in passato criticata per lacune deontologiche nella propria attività giornalistica, tra cui la scarsa attenzione per la verifica delle informazioni raccolte attraverso il pubblico” ci spiega una giornalista albanese con cui siamo in contatto, anch’essa anonima per ragioni di tutela.
La giornalista aggiunge che nessuno di questi portali divulga pubblicamente informazioni sui propri finanziamenti, sulla proprietà o sulle affiliazioni politiche: “La loro linea editoriale suggerisce spesso una particolare inclinazione politica. Se pubblicano costantemente contenuti che attaccano la Rivoluzione dei Fenicotteri, ciò può ragionevolmente essere interpretato come un segnale di un orientamento editoriale filogovernativo”.
Il problema per la giornalista resta “l’opacità dell’ambiente dei media online in Albania, che rende particolarmente difficile stabilire o provare tali collegamenti”. Analisi confermata anche dall’esperto, che incalza: “Le informazioni pubbliche verificate sui donatori o finanziatori dietro questi portali e pagine sono limitate. Quello che si può dire è che l’ecosistema combina diversi tipi di attori: portali online che operano con una trasparenza debole e contenuti anonimi/non firmati, pagine sui social network con ampia portata”.
La preoccupazione non è semplicemente che i portali abbiano pubblicato contenuti critici, ma che narrazioni di questo tipo, poco sostanziate, siano poi amplificate da alte figure pubbliche: i manifestanti e gli attori civici sono stati raffigurati come pagati, orchestrati dall’estero, manipolati politicamente, comunque illegittimi. È il paradosso dell’ambiente digitale, dove la pratica della trasparenza viene ritorta contro la società civile da parte di soggetti digitali che dalla trasparenza rifuggono.
Le radici della protesta e il contesto europeo
La Rivoluzione dei Fenicotteri, nata dalla difesa dell’area protetta di Vjosa-Narta minacciata di distruzione, si è poi allargata a rivendicazioni più ampie sullo stato di diritto, sulla responsabilità democratica e sulle condizioni socioeconomiche. Temi sensibili nelle relazioni con Bruxelles nel contesto del percorso di adesione dell’Albania all’Unione Europea, in cui tutela dei diritti fondamentali, della libertà dei media e della società civile costituiscono il nucleo del “cluster fondamentale” delle negoziazioni.
Urge quindi un intervento delle istituzioni di garanzia albanesi ed europee per arginare questo tipo di attacchi. Una risposta istituzionale che potrebbe determinare non solo il futuro della Rivoluzione dei Fenicotteri, ma la stessa credibilità del patto europeo con i Balcani Occidentali.
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