Dino Hodić: tornare a Srebrenica, per ascoltare

“Nessuno vi farà del male” è la frase che è stata pronunciata più volte durante i giorni del genocidio di Srebrenica, a civili poi uccisi. Dino Hodić, che bambino riuscì con la famiglia a fuggire poco prima dello scoppio della guerra, l’ha scelta come titolo del suo documentario. L’abbiamo intervistato

06/07/2026, Nicole Corritore
Immagine dal documentario Nessuno vi farà del male

Immagine dal documentario Nessuno ti farà del male

Immagine dal documentario © Nessuno vi farà del male

Nel tuo documentario “Nessuno vi farà del male” intrecci due storie, in primis quella della tua famiglia, che si è salvata dalla guerra in Bosnia Erzegovina del 1992-1996…

Siamo andati via poco prima che iniziasse la guerra in Bosnia, ero bambino ma ricordo che la guerra era già iniziata in Croazia. Infatti, nel documentario racconto il viaggio della mia famiglia, mentre attraversiamo la zona già controllata dalle forze serbe, per arrivare in Svizzera dove poi abbiamo vissuto.

Ricordo che mentre attraversavamo il ponte sulla Sava, al confine tra Bosnia e Croazia, facevano passare solo i nuclei familiari… e infatti mio padre e mia madre sono riusciti a sconfinare solo perché c’ero io. Uno dei punti di partenza del documentario nasce proprio dalla domanda: “Se allora non avessimo fatto questa scelta, cosa ci sarebbe accaduto?”.

Dove vivevate di preciso? E con voi, sono partiti altri della tua famiglia?

Vivevamo a Zvornik, a 50 chilometri a nord-ovest di Srebrenica, sul confine con la Serbia. Mio padre lavorava già come stagionale in Svizzera, dove viveva suo fratello, nel periodo in cui in Jugoslavia era iniziata la crisi economica e molti avevano scelto di andare a lavorare all’estero, con l’idea di tornare e avere qualche possibilità economica in più. Nello specifico, noi avevamo il sogno di costruire una nostra casa a Zvornik, che poi non siamo mai riusciti a realizzare perché è scoppiata la guerra.

Inizialmente siamo partiti solo noi tre, i miei nonni in quel momento sono rimasti a Zvornik, i miei zii si sono spostati a Tuzla. Nei mesi successivi però mio padre, assieme a suoi amici e fratelli, ha fatto avanti e indietro, anche rischiando, per mettere in salvo più familiari possibile.

I percorsi di fuga sono stati complicati, per nulla facili e diversi per ciascuno… ad esempio, i miei nonni hanno prima attraversato il confine con la Serbia, senza un soldo e con la paura di essere portati via dall’autobus e fatti sparire. Poi sono riusciti ad entrare in Ungheria e da qui passare in Croazia, dove mio padre è andato a prenderli.

Tu sei nato nel 1987 per cui eri molto piccolo. Cosa ricordi di quel periodo e di quel viaggio, di cui hai inserito nel documentario video girati da tuo padre?

Del viaggio mi sono rimaste delle istantanee, piccoli flash, le luci dei lampioni, l’odore dell’automobile Lada Samara sui cui viaggiavamo. A Bellinzona, dove abbiamo cominciato a vivere, ricordo molto le conversazioni al telefono da una cabina del telefono, che era l’unico modo per cercare di sapere se i nostri parenti rimasti lì fossero ancora vivi… ma era complicato perché le linee venivano interrotte o tagliate e dovevi fare una serie di numeri a catena per riuscire ad avere notizie [fin dall’inizio della guerra, le linee telefoniche vennero interrotte anche con lo scopo preciso di impedire alle persone di scambiare informazioni; fu molto importante il lavoro dei radioamatori che fecero da ponte, ndr].

Mi sono rimaste molto impresse queste telefonate che faceva mia madre, e io che l’accompagnavo… è uno dei ricordi più vivi che ho di quel periodo. Ma anche la tv sempre accesa in casa per seguire i notiziari sulla guerra, come racconto nel documentario.

Dino Hodić con sua madre, nei filmati girati dal padre a Zvornik - Da Nessuno ti farà del male

Dino Hodić con sua madre, nei filmati girati dal padre a Zvornik © Da “Nessuno vi farà del male”

Quando siete tornati in Bosnia per la prima volta? Cosa hai provato?

Nel 1997, un anno dopo la fine ufficiale della guerra. All’entrata in Bosnia c’erano check point delle forze internazionali, dove abbiamo dovuto fare slalom tra i sacchi di sabbia che stavano attorno a grandi mitragliatori. Per me ha significato tornare a casa, ma anche una “scoperta”… a quel punto avevo dieci anni e ho scoperto un paese che avevo lasciato molto piccolo, su cui avevo costruito un immaginario trasmessomi dai parenti o dai racconti di chi aveva vissuto la guerra. Poi le macerie, i palazzi bucati da colpi di proiettili, schegge di granate tutt’intorno, che io andavo in giro a raccogliere per collezionarle…

Penso che sia partita allora questa mia spinta nel voler capire ciò che era accaduto in Bosnia Erzegovina e nei Balcani in generale, nel voler scoprire e conoscere le mie origini. Così, negli anni successivi ho approfondito e riflettuto su questi temi fino ad arrivare, molti anni dopo, a realizzare il documentario, che rappresenta un punto importante di questo mio percorso.

Nel 1997 siete riusciti a tornare anche a Zvornik? Ricordiamo che era sotto il controllo dei serbo-bosniaci, tanto che la città è rimasta sotto l’amministrazione della Republika Srpska di Bosnia.

A Zvornik ci siamo tornati per la prima volta molto molto dopo. Non era possibile tornare in una città che era stata svuotata etnicamente e ne era rimasto uno scheletro [la pulizia etnica nei confronti dei bosniaci musulmani da parte delle forze serbo-bosniache a Zvornik è stata totale, in migliaia uccisi o deportati, ndr]. Questo scheletro di cittadina è stato poi riempito da persone nuove, tra le quali probabilmente chi ha avuto delle responsabilità nella pulizia etnica.

La nostra casa a tre piani, dove prima della guerra abitavamo tutti, era stata occupata abusivamente. Era ancora un periodo di transizione, in cui era impossibile legalmente riottenere la proprietà. Dopo una lunga battaglia, i miei nonni ci sono riusciti, ma la casa è stata devastata prima di consegnarcela.

Pian piano hanno cominciato a ristrutturarla, mio nonno era falegname per cui tanti lavori li ha fatti da solo. Il piano che un tempo era la sua officina è diventato l’appartamento in cui ora vivono, mentre i suoi strumenti li ha spostati in quello che prima era il garage, come lui stesso racconta nel film.

Oggi, in un piano della casa c’è un appartamento che abbiamo affittato a una famiglia serbo-bosniaca. Nonostante tutto quello che è accaduto, si continua a convivere come si faceva prima della guerra. Credo sia giusto così.

Poster del documentario di Dino Hodić - Da Nessuno ti farà del male

Poster del documentario di Dino Hodić © Da “Nessuno vi farà del male”

Quando e perché hai deciso di realizzare un documentario, e quanto è durata la lavorazione?

L’idea di fare qualcosa in Bosnia ce l’ho da sempre… inizialmente ho pensato di realizzarlo come elaborato di conclusione della scuola di cinema, ma avevo presto capito di non possedere ancora gli strumenti giusti per realizzarlo come avrei voluto.

La scrittura è quella su cui ho investito tempo, circa tre anni. Poi ho conosciuto Hasan, con il quale ho partecipato alla “Marš Mira” (Marcia della pace), marciando al contrario lungo il percorso nei boschi che lui aveva fatto assieme ai migliaia che tentarono la fuga da Srebrenica in quei giorni di luglio ’95. Chiaramente in condizioni totalmente diverse da quelle che ha passato lui nel 1995, sotto gli attacchi dei serbo-bosniaci, le mine, la sete e la fame, e portando sulle spalle negli ultimi 20 km il corpo del fratello Hasib gravemente ferito…

Le riprese sono durate circa due mesi, oltre ad alcune puntate sporadiche, e sono serviti tre mesi per il montaggio. In tutto, non full time perché parallelamente lavoravo, ci ho messo circa quattro anni.

In parallelo, c’è stato il lavoro di recupero dei girati di famiglia di quegli anni – fatti da mio padre che prima della guerra aveva comprato una telecamera e ci riprendeva sempre – e la digitalizzazione da cassette VHS dei TG di tutto il mondo, che i miei avevano registrato in casa in Svizzera durante la guerra. Materiali preziosi, perché ben pochi si trovano oggi negli archivi delle tv.

Inoltre, un lavoro complicato, complesso e lungo è stato la ricerca del resto del materiale di archivio di cui avevamo bisogno. Ci ha lavorato mia moglie, Sanda Copelj, che ha collaborato al documentario come archive producer. Una parte è stata ottenuta dal Tribunale per crimini di guerra dell’Aja, una parte dalla Radiotelevisione Svizzera, una parte da Ibro Zahirović che è uno dei pochi operatori che fece riprese a Srebrenica e ha un archivio importante [molti suoi filmati sono stati usati dal Tribunale dell’Aja nei processi per crimini di guerra, ndr]. Ed è proprio da diverse immagini di archivio che emerge la frase “Nessuno vi farà del male” che ho scelto come titolo.

Dall’idea che avevi in testa durante la gestazione, hai poi dovuto fare importanti cambiamenti?

Il cambiamento più importante è stato decidere ad un certo punto di intrecciare la mia storia con quella di Hasan. Inizialmente pensavo di farlo solo su di lui, ma per motivi drammaturgici e perché colui che aveva delle domande a cui voleva delle risposte, ero io, ho deciso di cambiare. Ho capito che la parte di storia legata a me e alla mia famiglia era necessaria e giusta.

Certo, ho avuto molti dubbi… nel senso, mi sono chiesto come potevo accostare il mio racconto fortunato, cioè di chi la guerra non l’ha vissuta perché riuscito ad uscire dal paese, alla terribile storia di Hasan in cui ha perso quasi tutti… lo dice nel film: “Ho più persone care sepolte al Memoriale di Potočari che ancora vive. In sei giorni e sei notti 71 uomini e una donna sono stati uccisi, della mia famiglia”.

Hasan Hasanović, metre racconta la sua storia - Da Nessuno vi farà del male

Hasan Hasanović, mentre racconta la sua storia © Da “Nessuno vi farà del male”

Ho cominciato a temere che non fosse rispettoso accostare due racconti opposti. Ma alla fine, anche con il montaggio, siamo riusciti a farli dialogare. Con la storia della mia famiglia accompagno man mano lo spettatore verso la storia di Hasan e ai momenti più crudi del documentario, fino all’abbraccio e saluto finale tra me e lui… come due realtà che alla fine si toccano, si intrecciano. E, senza rivelare troppo… è proprio in quel momento che emerge il fulcro del documentario: l’importanza di dare ascolto a chi è sopravvissuto.

“No one will hurt you/Nessuno ti farà del male” (2025, 75′ bhs/ita/eng, sottotitoli eng) è prodotto da Fiumi Film e co-prodotto da RSI – Radiotelevisione Svizzera. Presentato al Sarajevo Film Festival 2025 e al Trieste Film Festival 2026, Premio Visioni al Solothurner Filmtage (Giornate cinematografiche di Soletta).

“E se fosse successo a noi?”. Da questa domanda nasce “Nessuno vi farà del male“, il documentario di Dino Hodić che torna in Bosnia per confrontarsi con le memorie della guerra e le sue eredità ancora vive. Tra archivi familiari e presente, il film intreccia memoria privata e storia collettiva, fino all’incontro con Hasan, sopravvissuto al genocidio di Srebrenica, la cui testimonianza apre uno spazio di ascolto profondo e necessario.

Vai al trailer di “Nessuno vi farà del male“.

Hai trovato risposte alle tue domande?

Noi, della seconda generazione, non abbiamo vissuto il conflitto ma in qualche modo siamo stati segnati dalla guerra e ci portiamo dentro tante domande. No, direi che non ho trovato risposte; forse per me era più importante pormi e attraversare queste domande, piuttosto che trovare delle risposte. Ha sicuramente funzionato come strumento di elaborazione personale. Un po’ come quando ti consigliano di scrivere in un diario i tuoi pensieri, o ciò che ti accade, per elaborare un problema, un disagio o un trauma…

Ciò detto, in tutte le guerre ci sono dei punti in comune, per cui penso che questo documentario, pur parlando di una guerra di trent’anni fa, possa rappresentare un luogo di riflessione purtroppo molto attuale se guardiamo i conflitti armati in corso: la disumanizzazione dell’altro, la propaganda nazionalista, l’ONU che non interviene.

Ma anche nel discorso pubblico, il “sarcasmo” usato verso persone, comunità e popoli – come emerge nei girati d’archivio che ho inserito – che tempo dopo vengono privati di diritti o annientati.

Come un’asticella che si alza sempre di più, finché ad un certo punto diventa troppo tardi, non si può più tornare indietro…