Quarneride: la traversata, Rimini-Cherso
Dalla costa romagnola a Cherso, un attraversamento dell’Adriatico seguendo lo Scirocco. Con il vento come unica rotta, la navigazione verso il Quarnero si trasforma in un racconto di miti, fari, isole e memorie dell’Adriatico

Faro di Galiola – foto di f. Fiori
Faro di Galiola - foto di f. Fiori
Ogni volta che alziamo una vela rinnoviamo una ritualità antica.
Ieri il rito era scaramantico, perché il viaggio era sempre un salto nel buio. “Ora dunque rendiamo onore a Febo coi sacrifici, / e prepariamo subito il pranzo … / E sulla riva, costruiamo intanto un altare / in onore di Apollo, il dio che protegge gli imbarchi / che mi ha promesso nei suoi vaticini di mostrarmi le strade del mare / e di esserci guida …”, diceva Giasone ai suoi argonauti.
Oggi il rito è celebrativo, perché il viaggio è sempre un salto nel tempo, in quello remoto adriatico, quando il mare era percorso dagli eroi sulla nave Argo e da quelli in fuga da Troia, vincitori come Diomede o vinti come Antenore che fossero. Perciò quando isso la randa, lì da solo al piede dell’albero con le spalle girate a poppa e lo sguardo perso a prua, sussurro: “Apollo! Conduci alla meta la nave, con i compagni incolumi, e poi al ritorno in terra di Romagna”.
Così recito ora, parafrasando Giasone, appena scapolato il fanale rosso posto sulla nuova diga trasversale all’ingresso del porto Rimini. Una diga bianca di pietre istriane, monumentale perché è diventata “Biblioteca di pietra” a ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Attenzione! un monumento che è memento di Vittorio D’Augusta un artista libertario, nato e cresciuto a Fiume, arrivato a Rimini da bambino insieme alla famiglia nell’immediato dopoguerra, che mai ha fatto discorsi retorici su quei tragici fatti vissuti in prima persona, che sempre ha fatto opere illuminanti sulle necessità di dialogo, con maestria d’artista visionario, alla maniera di Kavafis. Perciò ha scelto le parole di autori di lingue e culture diverse per fare della diga un’opera letteraria a più voci, quelle adriatiche.
Ma kapitanja Michele che sta al timone interrompe le mie fantasie, ordinandomi di cazzare con più vigore la drizza della randa, mentre il commodoro Alessandro recupera la drizza in pozzetto. Questo l’equipaggio di Carmen, un Hanse 315 di una ventina d’anni, lungo nove metri e mezzo, perciò medio-piccola per gli standard nautici attuali che soffrono di gigantismo. Una barchetta in ordine, comoda e ben attrezzata, a partire dalle vele buone per tutte le andature e le forze. C’è la randa con due mani di terzaroli, genoa e fiocchi avvolgibili, gennaker e spinnaker per venticelli favorevoli. Vele indispensabili se l’itinerario è deciso dal vento, se il motore è bandito dallo spirito. Quindi in questo pomeriggio di fine maggio usciamo dal portocanale con uno Scirocchetto allegro di 12-15 nodi che ci permette di navigare con una mano di terzaroli e fiocco medio e prua a 60°, direzione Capo Promontore, estrema propaggine istriana.
La barca scivola sulle onde a 5 nodi abbondanti. Un gran bell’andare, a patto che non si abbia mal di mare e che non si abbia fretta. Perché a quest’ottima velocità a vela ci vogliono comunque una quindicina di ore per attraversare l’Adriatico. Più o meno lo stesso tempo che impiegavano, in condizioni altrettanto favorevoli, i trabaccoli che facevano la spola tra le due sponde. Quei legni su cui si guadagnavano il pane i nostri nonni, imbarcati già da bambini come murè, mozzi nel dialetto romagnolo. Quei velieri su cui si imbarcava Giovanni Comisso che ne di quelle esperienze fece letteratura, pubblicando i suoi racconti la prima volta ne “Il porto dell’amore”, del 1924. Fatti di cronaca marinaresca e immagini di fantasie giovanili si mescolano in uno dei rari libri di mare italiani, scritti da chi ha navigato e non solo visto da terra o ascoltando i marinai.
Al tramonto lo Scirocco s’acquieta, contemporaneamente al moto ondoso. Così possiamo permetterci una cena frugale con una delle più iconiche cibarie adriatiche: sardoncini marinati e cipolla fresca. Sardoncini che sono pesci poveri nell’accezione migliore, cioè economici ma ricchissimi in termini nutrizionali. Senza dimenticare che si tratta di proteine animali a impatto ambientale minimo.
I sardoni degli adriatici sono le alici dei tirrenici, che diventano acciughe quando di grossa taglia, per essere magari messe sotto sale. I sardoni, insieme a sardine e saraghine, compongono una triade di grande valore e tradizione.

Sarde © Shutterstock
Lunghissimo il crepuscolo solare che lascia il cielo alla strepitosa luce lunare. Selene ci accompagna fino quasi all’aurora, quando già a prua ci guida il lampeggio del faro di Promontore a cui s’associa poi quello del fanale dello Scoglio della Galiola. Quest’ultimo sta lì al centro del Quarnero, il golfo che bagna a nord le coste dell’Istria e al centro e al sud quelle delle isole Cherso e Lussino, per poi diventare Quarnerolo a levante di esse. Scoglio della Galiola che costò la vita all’irredentista Nazario Sauro, visto che lì si incagliò il sommergibile su cui era imbarcato e poi venne catturato dagli austriaci per essere processato e giustiziato a Pola nel 1916.

La baia di Martinšćica -foto di F. Fiori
Alle spalle dello scoglio s’alza la costa istriana con la vetta del Monte Maggiore che ha il profilo di un cono vulcanico a cui si legano leggende e cronache di venti, peripezie e naufragi. Per noi il vento è invece benigno, gira un poco a sud e ci permette a vele piene di mettere la prua sulla baia di Martinšćica, a metà della costa occidentale di Cherso. Da trent’anni, vento permettendo, ormeggiamo lì. Un tempo nei moletti precari del vecchio porticciolo, oggi a metà mattina sul nuovo bel molo in pietra bianca che è per noi il prolungamento ideale di quello riminese. Poche barche, aria tranquilla d’inizio stagione, gran profumi di oleandri e lavande, di rosmarini ed elicrisi. Un caffè, un tuffo, una dormita per smaltire le felici stanchezze della traversata adriatica e affrontare le prossime esplorazioni absirtidee.
Dal 1971, anno di fondazione, l’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea della Provincia di Rimini, presieduto da Oriana Maroni, fa un lavoro importantissimo anche sulle vicende riguardanti la tragedia e l’esodo giuliano-dalmata, raccogliendo testimonianze e dando voce a protagonisti, storici e artisti. L’intervista a Vittorio D’Augusta e ad altri, oltre che preziosi documenti sono anche disponibili online sul loro sito
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Tag: Adriatico | Quarneride










