Una piazza albanese, diversa dal solito
Anche a Bologna, domenica scorsa, gli albanesi d’Italia sono scesi in piazza contro il governo Rama, per proteggere l’ennesima area protetta dall’ennesimo progetto immobiliare. Ci sono andato e posso dire che non è stato come le altre volte

Durante la protesta a Bologna, giugno 2026
Durante la protesta a Bologna, giugno 2026 - Foto di Mirela Alushi
Ormai da dieci anni non vivo più in Albania. Anche per questo ho sostanzialmente smesso di scriverne: so di non esserne più in grado. Ma le piazze europee di questi giorni, al grido di «Rama vattene», mi hanno riportato con la mente al 2013, quando in Albania ci vivevo e vidi Rama vincere e archiviare il potere di Sali Berisha, il vecchio leader della transizione dal comunismo alla «democrazia» (con moltissime virgolette).
Quando si parla di «democrazia albanese» le virgolette vanno messe per onestà, perché due partiti non fanno una democrazia: negli anni Novanta non ci furono, come nell’Italia post-fascista, diverse culture politiche che scrissero insieme un nuovo patriottismo costituzionale; accadde – semplifico molto, ma è solo per far inquadrare la dinamica ai lettori che non conoscono il paese – che il Partito del Lavoro Albanese, il partito unico del regime comunista, si divise in due: il Partito Democratico di Sali Berisha (la «destra», particolarmente radicata nel nord: Berisha è di Tropojë) e il Partito Socialista (la «sinistra», più radicata al sud, dal quale veniva anche il dittatore Enver Hoxha).
Ciò detto, chi è intellettualmente onesto ricorderà che Edi Rama, già sindaco di Tirana e personalità poliedrica nota all’estero, vinse anche sulla spinta di un consenso popolare libero da logiche clientelari. Anche per questo l’Unione europea fu ben lieta di cambiare interlocutore; anche per questo molti albanesi, d’Albania e delle diaspora, sperarono sinceramente che il proprio paese potesse cambiare corso. Tredici anni dopo, Edi Rama è al terzo mandato ed è evidente che non è andata così. Al pari del suo predecessore, Rama oggi non ha un progetto e non rappresenta il futuro. Incarna il sistema. La maggioranza degli albanesi ha concluso questo, e una sostanziosa parte di questa maggioranza desidera dirglielo in faccia. Da qui nascono le piazze, inclusa quella di Bologna.
Dove stanno le novità
Io credo che il caso che porta oggi gli albanesi in piazza – ovvero la difesa di un’area protetta alla foce del fiume Vjosa, a nord di Valona, da un progetto immobiliare di lusso – abbia poco valore in sé. Certo, il valore simbolico è alto: sono in ballo paesaggi nazionali molto cari, incisi nella memoria di tante persone; e l’idea che questo patrimonio di immaginario shqiptar venga «venduto alla figlia di Donald Trump» (la società che dovrebbe realizzare il progetto appartiene a Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti) è dinamite per gli algoritmi di Instagram. Qualcosa di simile era già avvenuto per il Teatro nazionale, o per altre «distruzioni» o cessioni di Edi Rama (non da ultimo gli inutilissimi e impraticabili, prima ancora che moralmente disprezzabili, centri per migranti di Gjadër e Shengjin concessi al governo Meloni come una sorta di enclave italiana in Albania).
Si potrebbe benissimo scrivere un articolo un po’ cattivo tutto incentrato sulla mobilità del consenso al tempo dei social network; sulla debolezza di queste piazze estere, che non esisterebbero senza la viralità dei meme e comunque composte da persone da anni lontane dal paese di cui parlano; si potrebbe anche ricordare che lo stesso Edi Rama nell’ultimo decennio ha usato la potenza di questi stessi mezzi propagandistici per creare un brand Albania che è stato consumato volentieri dalla diaspora albanese all’estero, che da sempre è stato il suo primo bacino di consenso; insomma il materiale per denunciare queste «incoerenze» e sminuire questa ondata di proteste ci sarebbe tutto, va ammesso.
Ma in questo modo perderemmo di vista due novità che meritano di essere registrate. La prima: in queste piazze non ci sono Zeta connessi convocati da Millennial con il megafono. Ci sono tutte le generazioni. Genitori e zii che emigrarono in Italia con i mezzi di fortuna, negli anni Novanta; figli che sono italiani da decenni e sono stati in Albania poche volte; studenti albanesi che sono arrivati in Italia per studiare, da pochi mesi. Ci sono persone di diversa generazione, di diversissima storia migratoria e soprattutto di diversa estrazione sociale e diverse opinioni. L’estetica di fondo è giovanilista, è vero, è ricalcata dai modi e dalle movenze della sinistra extraparlamentare europea (che in Italia è esteticamente, drammaticamente, uguale a se stessa dagli anni Settanta, fatti salvi gli innesti green); ma la composizione reale di queste piazze è mista. Un misto che non si era mai visto prima.

La comunità albanese protesta a Bologna, giugno 2026 – Foto Mirela Alushi
La seconda notizia, collegata alla prima, è che proprio perché sono tutti mischiati, il bersaglio non è il Partito socialista o il Partito democratico, ma proprio tutto il sistema clientelare. Fa un certo effetto, anzi fa molto effetto, anzi fa un bell’effetto, sentire “Rama e Berisha andatevene”, perché nell’equazione tra i due, c’è l’amara, durissima, ma vera e dunque fondamentale ammissione che il loro avvicendamento non ha rappresentato un’alternanza, ma una continuità. Non siamo qui contro il governo di turno, siamo qui perché il sistema Albania deve cambiare. Perché non vogliamo essere una periferia dell’Europa, dove vince sempre e soltanto la legge del più forte, dove la corruzione non compete con le regole ma è essa stessa la regola cui sottostare. Questo è quello che dicono i manifestanti, ciascuno a suo modo. Vogliono in buona sostanza uno stato (d’origine o di residenza) che li tratti da cittadini.
Dove sta il problema
Se dici che l’Albania è casa tua, e poi dici a Rama di andarsene, stai dicendo che sarai tu a occuparti del futuro del paese. Certamente è questo il pensiero che attraversa le menti della delegazione Ue a Tirana, che come sempre segue con grande attenzione gli eventi in corso: ok Rama è il passato, ma se me lo togliete io poi con chi parlo? E qui casca l’asino. Il problema è che nessuno dei manifestanti di oggi saprebbe indicare un leader alternativo in grado non solo di vincere nelle urne della democrazia rituale, ma di farlo credibilmente, con un progetto che si propone di voltare pagina rispetto al metodo Berisha-Rama e di creare, di conseguenza, anche una democrazia sostanziale. Esiste questo candidato? Dove? Nella diaspora? In patria. Se esiste, non ce ne siamo accorti. E la cosa non stupisce.
Chi, oggi, volesse candidarsi al governo dell’Albania, dovrebbe dedicare la propria vita a fare tre cose molto difficili.
1) Scrivere un progetto di sviluppo realistico e autoctono (cioè incentrato sugli albanesi, diciamo pure sull’interesse nazionale albanese: produttività, salari, occupazione, welfare sono le quattro parole chiave di queste piazze).
2) Raccogliere anche un consenso pulito e non clientelare su questo progetto.
3) Provare ad attuare quanto detto, tenendo in considerazione sia la necessità di rimanere agganciati al treno europeo, e quindi alle riforme che l’Ue chiede, sia la necessità di resistere ai poteri informali e alla criminalità organizzata che ancora danno le carte nel paese, e che non scompariranno da un giorno all’altro se cade questo governo (è utopico crederlo).
Non si governa l’Albania senza pragmatismo internazionale e cinismo interno, senza sporcarsi l’anima nel tentativo di garantirsi un proprio spazio politico di azione. E di queste capacità, va detto, Edi Rama dispone ampiamente; dopodiché, come si è visto, è totalmente privo di progetto per gli albanesi, ma le altre capacità necessarie le ha. Non va mai dimenticato.
Chi verrà dopo Edi Rama, per fare meglio, dovrà tentare di creare quel ceto medio che in Albania ancora manca, dopo quasi quarant’anni di transizione: 300-400 mila votanti che si spostano sulla base delle proposte politiche, magari scomposti in uno o più corpi sociali, ma capaci di pesare elettoralmente a prescindere dalle logiche clientelari e dagli interessi criminali. Senza un ceto medio produttivo e senza tutele salariali minime, il voto delle persone difficilmente diventerà libero e i partiti difficilmente scriveranno programmi alternativi. Il sistema rimarrà lo stesso. Questo è il tema, purtroppo. Sarebbe bello fossero i fenicotteri.
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