Allargamento Ue, dopo Orbán Bruxelles cerca strade sostenibili

Con l’uscita di scena del premier ungherese Viktor Orbán, si aprono nuove possibilità di rilanciare il processo di allargamento dell’Ue, sia verso l’Ucraina che per i Balcani occidentali. Trasformare le potenzialità in un vero rilancio del processo, però, richiede la capacità di esplorare anche strade nuove

15/06/2026, Paolo Begamaschi
© Alexandros Michailidis/Shutterstock

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Anche se originariamente non compariva fra i punti all’ordine del giorno, il tema dell’allargamento dell’Unione è destinato a rivestire un ruolo di primo piano alla prossima riunione del Consiglio europeo, fissata per metà giugno.

Il disgelo delle relazioni fra Bruxelles e Budapest delle scorse settimane – cui ha fatto seguito l’accordo con il governo di Kyiv sulla tutela della piccola minoranza ungherese – ha sbloccato il cammino di avvicinamento dell’Ucraina all’Ue.

Viktor Orbán, per ragioni strumentali, aveva fatto della contrapposizione all’Ucraina uno dei suoi cavalli di battaglia; Peter Magyar, che ha preso il suo posto, ha stemperato i toni imprimendo una svolta nella direzione opposta.

Il 28 febbraio del 2022, quattro giorni dopo l’inizio dell’aggressione russa, Volodymyr Zelensky era corso a Bruxelles per presentare domanda di adesione all’Ue. Nel giugno dello stesso anno il Consiglio rispondeva positivamente conferendo ufficialmente all’Ucraina lo status di paese candidato.

È solo grazie all’arte diplomatica dell’allora primo ministro tedesco Olaf Scholz, tuttavia, se nel dicembre del 2023 il Consiglio ha dato luce verde all’apertura dei negoziati di adesione con Kyiv convincendo Orbán ad uscire dalla sala durante il voto che passa così – unica volta nella storia dell’Unione – con l’unanimità dei presenti ma con l’assenza di un Paese Membro.

Nel giugno del 2024 vengono formalmente aperti i negoziati fra Ue e Ucraina ma si tratta soltanto di un atto cerimoniale, perché non si entra nel vivo di trattative estremamente complesse, minuziose e ingarbugliate che riguardano tutta la legislazione comunitaria a 360 gradi e i principi fondanti dell’Unione.

Dal 2013, quando è entrata la Croazia, non si registrano nuovi ingressi nell’Ue. Per alcuni Paesi candidati il percorso di adesione si è trasformato in una vera e propria Via Crucis, con cocenti umiliazioni e frizioni pretestuose.

Emblematico è il caso della Macedonia del Nord che attende dal 2004, anno in cui ha presentato la domanda, di sedersi al tavolo con i tecnocrati di Bruxelles a causa delle interferenze prima della Grecia e poi della Bulgaria.

Si calcola che siano circa 150 i voti all’unanimità che il Consiglio è chiamato ad esprimere nel corso del processo di adesione di un paese. La prospettiva europea dell’Ucraina, comunque, non è in discussione. E il dibattito italiano di questi ultimi giorni appare del tutto fuorviante e fuori tempo massimo, come spesso avviene da noi quando si tratta di questioni europee.

Per quanto riguarda l’Ucraina non si tratta di decidere “se” ma “quando” e “come”. Il governo italiano si è già espresso a favore dell’ingresso di Kyiv in Europa nel 2022 senza sollevare, allora, particolari obiezioni anche se oggi c’è chi ambisce, Lega e Cinque Stelle in testa, a raccogliere il testimone del “No” facendo da staffetta a Orbán.

A meno che il disegno sia quello di convalidare le tesi e le ambizioni di Vladimir Putin, che non più tardi di un anno fa dal podio del Forum Economico di San Pietroburgo – sostenendo che russi e ucraini sono un unico popolo – affermava che “tutta l’Ucraina è nostra”.

Intanto le diplomazie dei paesi europei stanno articolando diverse proposte. Una fra tutte, quella del primo ministro tedesco Friederich Merz che ha suggerito l’inclusione di Kyiv nelle istituzioni comunitarie come “membro associato”, status che non esiste nei trattati ma potrebbe servire per facilitare il percorso.

Secondo il cancelliere, l’Ucraina dovrebbe essere integrata nelle politiche comunitarie a pieno titolo, mentre a livello istituzionale godrebbe dello status di osservatore senza diritto di voto. Altri propongono un’inclusione per fasi mentre altri ancora prospettano un’adesione “rovesciata” ovvero la piena integrazione prima delle riforme necessarie che dovrebbero avvenire in un secondo tempo.

Ma il punto fermo del processo di allargamento è il merito, ovvero l’adozione e l’attuazione delle riforme richieste per allinearsi al diritto comunitario. Da anni i Paesi dei Balcani occidentali sono in lista di attesa. La buona notizia è che da poche settimane è stato creato il gruppo di lavoro incaricato di redigere il trattato di adesione del Montenegro che, a vent’anni dall’indipendenza è in dirittura finale per il completamento dei negoziati.

In mancanza di una riforma dei trattati, a Bruxelles si cerca di inserire una clausola di salvaguardia che sospenda il diritto di veto ai nuovi membri per evitare di ripiombare in una situazione di stallo analoga a quella dei tempi di Orbán.

Va sottolineato, inoltre, che l’adesione dell’Ucraina potrebbe rientrare in un accordo di soluzione complessiva del conflitto. Nessuno in Europa, inutile dirlo, è disposto ad accogliere un paese in guerra; se cessano le ostilità, però, l’Ue potrebbe offrire le indispensabili garanzie di sicurezza.

D’altronde già oggi nell’Unione c’è un Paese Membro, Cipro, con una parte del territorio occupata da forze straniere, l’esercito turco. È uno scenario possibile anche per l’Ucraina? È una delle opzioni sulle quali la diplomazia europea sta ragionando.

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