Proteste e prospettive europee: cosa succede in Georgia?

Quali sono le prospettive europee per la Georgia, come queste si relazionano con le proteste che imperversano nel paese? E qual è il valore simbolico-identitario che l’Unione Europea ha per molti georgiani? Un’intervista al nostro Giorgio Comai all’interno del programma Jean Monnet “EU-PROX”

Proteste in Georgia © Murrr Photo/Shutterstock

Proteste in Georgia © Murrr Photo/Shutterstock

Proteste in Georgia © Murrr Photo/Shutterstock

Cosa mobilita i giovani georgiani così tanto sul tema europeo, perché non smettono di scendere in piazza? 

L’Europa e l’UE, in Georgia, hanno rappresentato per molto tempo un punto di riferimento simbolico ed identitario contrapposto al passato autoritario sovietico, incarnando le ambizioni ampiamente diffuse in merito allo sviluppo politico del paese.

Il fondato timore che l’attuale governo stia trascinando il paese verso un futuro dal sapore retrò, autoritario e chiuso, spinge in particolare i giovani  georgiani a mobilitarsi  a sostegno di istanze europeiste, così da tenere viva un’idea di futuro che sembra vacillare. Scendere in piazza significa riaffermare la propria piena identità europea, e con essa il pieno diritto ad un futuro democratico e plurale, diverso da quello prospettato dal “Sogno Georgiano”.

E l’UE come sta rispondendo?

L’Unione Europea, tramite vari esponenti, ha espresso diverse dichiarazioni a sostegno delle manifestazioni portate avanti dai giovani georgiani.

Le azioni invece sono state limitate,  in particolare per via di una difficoltà strutturale dell’UE nell’influenzare le politiche di quei paesi del vicinato che non intendono effettivamente avvicinarsi all’Unione, sottomettendosi a logiche di condizionalità.

Già da tempo il governo georgiano si è posto in opposizione all’Unione Europea, screditando come influenza straniera qualsiasi critica mossa da Bruxelles e alimentando la propria narrazione, complicando la capacità Europea di ingaggiare il pubblico georgiano.

Alcune voci interne all’UE suggeriscono la necessità di un inasprimento delle sanzioni nei confronti dei membri del governo georgiano, specialmente verso coloro che hanno partecipato alla repressione delle proteste e alla falsificazione delle elezioni. Questo ci riporta però al dilemma dell’UE in merito all’esercizio della propria influenza sui paesi che non hanno intenzione di allinearsi ad essa. Questa difficoltà è emersa in passato anche con la Bielorussia, nei confronti della quale sono state imposte sanzioni anche dure con risultati altalenanti e nel complesso insoddisfacenti.

Quale è stata la risposta di Sogno Georgiano ai movimenti di protesta? Che forme ha assunto la repressione?

La linea di Sogno Georgiano è stata quella di reprimere le proteste, cercando di evitare, non sempre riuscendoci, di applicare un uso sproporzionato della forza, mirando a scongiurare una escalation delle manifestazioni, come accaduto in passato.

L’inasprimento progressivo della legislazione in materia, a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi e anni, ha reso sempre più difficile e costoso partecipare alle proteste. Da un lato sono state aumentate le multe e le pene, prevedendo la detenzione anche per la semplice partecipazione; dall’altro è stata ampliata la legislazione esistente, estendendo il divieto di occupazione della carreggiata al transito pedonale, al fine di scongiurare persino l’occupazione dei marciapiedi.

Il governo non vuole cedere o fare concessioni ai manifestanti. Si sono registrate alcune concessioni temporanee, comunque ben lontane dai segni di apertura democratica richiesti dalla società civile. La linea governativa rimane intenzionata a marginalizzare la possibilità di persone e attivisti di fare politica in modo partecipe, alimentando una escalation denigratoria in particolare nei confronti delle forze politiche vicine al partito di opposizione Movimento Nazionale Unito.

Fino ad oggi cosa è stato ottenuto dalle proteste? 

Le proteste hanno mantenuto vivo un sogno, quello europeo. Questa è stata la loro principale virtù, dimostrando la tenacia e la caparbietà dell’opposizione, nonostante l’apparato repressivo del governo sempre più forte.

L’opposizione continua ad essere viva e vivace, e nonostante faccia fatica a trovare una espressione elettorale vincente, rallenta tramite la costante presenza di piazza le attività dell’attuale governo fungendo da freno alla deriva autoritaria. Anche se  repressi e ignorati, i manifestanti rappresentano una forza politica della quale il governo deve tenere conto, seppur espressa da una posizione di debolezza strutturale che richiede un grande sforzo organizzativo.

Le manifestazioni hanno una funzione cruciale nel contrastare una retorica governativa che altrimenti risulterebbe onnipresente. Grazie alle proteste, chi vive nella capitale non può ignorare l’esistenza di una visione di Georgia differente rispetto a quella proposta da “Sogno Georgiano”.

Magyar in Ungheria è riuscito a convogliare i sentimenti di opposizione in una spinta di unità nazionale contro il regime illiberale di Viktor Orban. Vede qualche analogia tra il contesto ungherese e quello georgiano?

Il panorama politico georgiano è estremamente frammentato, come per altro era quello ungherese, e attualmente non vi è un esponente in grado di fungere da leader unificante.

In passato, alcune figure come l’ex presidente Salomé Zourabichvili, hanno goduto di ampia visibilità, non riuscendo però a capitalizzarla in termini di leadership politica.

I partiti di opposizione, molti dei quali di tipo personalistico, hanno fra loro numerosi punti di contrasto. Coalizzare tanti partiti di questo tipo è ancor più difficile che coalizzare partiti uniti da idee.

Nel panorama politico georgiano, rispetto a quello ungherese, manca un elemento scandalistico scatentante che delegittimi il governo, oltre che una figura politica fresca in grado di unire effettivamente le forze in campo. Nonostante ciò, il contesto appare sufficientemente maturo affinché queste condizioni appaiano.

Il governo georgiano gode di un sostegno piuttosto ampio, anche se non entusiastico, basato su un sistema clientelare di distribuzione delle risorse, il quale pone i presupposti necessari per l’emergere di grandi scandali legati alla corruzione.

Qualora ciò si avverasse, la speranza è che l’opposizione non si concentri su un singolo leader carismatico, bensì su figure in grado di concertare le posizioni di insoddisfazione nel senso più ampio possibile. Una forza di coalizione con queste caratteristiche appare plausibile, seppur non nell’immediato.

Alla base di questa mobilitazione può  esserci un malcontento economico che si somma a quello politico?

In questa fase la questione economica rimane secondaria nel movimento di protesta rispetto all’elemento ideologico.

La prospettiva di una svolta autoritaria, oltre a scontrarsi con le aspirazioni democratiche diffuse nel paese, ferisce anche un certo orgoglio caucasico. L’ex-presidente Saakashvili assunse delle modalità di governo piuttosto arroganti ed impositive, che causarono risentimento e malcontento nel paese, contribuendo alla sua caduta.

L’evoluzione dell’attività di governo del Sogno Georgiano sta assumendo una parabola simile, che sembra non tenere conto della riluttanza della popolazione nel sentirsi imporre ciò che è accettabile o ciò che è consentito fare.

La situazione economica in Georgia non è facile, ma in questo momento particolare il paese risulta relativamente stabile, anche grazie ai nuovi flussi economici creatisi in seguito alla guerra in Ucraina.

Negli ultimi anni infatti, alcuni settori dell’economia hanno registrato buoni risultati, trainati sia dall’afflusso di persone e capitali dalla Russia, sia dal ruolo assunto dal paese come intermediario commerciale verso Mosca. Ad oggi, è pertanto possibile affermare che la matrice delle proteste è politica e non economica.

Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EU-Prox, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.

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