Da spazi a luoghi, rigenerare i villaggi danubiani con il “placemaking”
Tra spopolamento e riscoperta culturale, un network di organizzazioni prova a restituire senso e vitalità alle aree periferiche dell’Europa sudorientale. Un reportage

Museo Ivan Patzaichin presso Mila 23, Romania
Museo Ivan Patzaichin presso Mila 23, Romania - Foto © Mani Gutău, Ivan Patzaichin Mila 23 Association
Quasi tutto, nel Delta del Danubio, si sviluppa in orizzontale, al livello degli occhi: le case dei villaggi, le barche, i volti dei barcaioli che le guidano. Persino gli uccelli migratori appollaiati sulle bitte di Sulina, la città-porto alla bocca del fiume che per qualche secolo è stato un microcosmo con abitanti provenienti da ogni angolo d’Europa e del Medio Oriente, e di cui porta tracce indelebili negli edifici, nella memoria collettiva, nella lingua.
“City at eye level” è uno dei concetti chiave del placemaking, un approccio di pianificazione urbana partecipato, pensato dal punto di vista delle persone che vivono città e villaggi. E il Delta, con il suo intreccio inestricabile di culture ed ecosistemi, è un luogo ideale per praticarla.
Lo sanno bene gli organizzatori di PlaceCRAFT, progetto Interreg che insieme al “fratello” Danube Ruralscapes nasce dall’esperienza di DANUrB, iniziativa dedicata alla rivitalizzazione delle aree periferiche del bacino danubiano: territori colpiti da spopolamento, emigrazione e progressiva scomparsa degli spazi comuni, precipitati in una sorta di “apatia rurale”. Non a caso, per il loro primo viaggio di studio hanno scelto proprio la foce del grande fiume.
Da spazi a luoghi
Da Marc Augé in poi, la distinzione tra luoghi vissuti e semplici spazi è ormai familiare anche fuori dagli ambienti accademici.
Il Danubio non appartiene certo, di per sé, a questa categoria; in molte sue aree rurali, però, le dinamiche demografiche stanno svuotando progressivamente i luoghi della loro funzione sociale, soprattutto in quelle più multiculturali, finite ai margini e spesso ai confini degli stati nazionali.
Non sono problemi astratti: quando identità e vivibilità si indeboliscono, gli effetti negativi si amplificano. Anche i turisti — spesso l’unica prospettiva economica — smettono di arrivare.
“Il placemaking punta a trasformare uno ‘spazio’ in un ‘luogo’: un posto dove le persone vogliono stare insieme e si sentono al sicuro”, spiega l’urbanista Laura Kovács dell’ungherese KÉK (Centro di architettura contemporanea), capofila di PlaceCRAFT.
Attivo dal 2025 al 2027 con un budget di 1,3 milioni di euro, il progetto coinvolge cinque paesi del bacino del Danubio: Ungheria, Croazia, Serbia, Romania e Bulgaria.
“Aiutiamo le comunità a organizzare eventi e incontri per rivitalizzare i luoghi non solo fisicamente, ma socialmente, attraverso processi di co-creazione”, aggiunge la project manager Renáta Gallai.
L’idea è ricostruire appartenenza e valorizzare le competenze locali per avviare iniziative sostenibili. Per farlo punta soprattutto sul patrimonio culturale, anche quello immateriale come danza, artigianato e tradizioni, cercando di superare l’artificiosità di una semplice riproposizione del passato avviando, tra le altre iniziative, una serie di residenze artistiche. “Raramente questo patrimonio è reinterpretato in modo contemporaneo. Ma se vogliamo un turismo davvero sostenibile – spiega Kovács – la chiave è questa”.
Laboratori e “urbanistica tattica”
PlaceCRAFT lavora su cinque aree pilota, una per paese, ma punta ad avere un impatto sull’intero bacino danubiano. Per individuare buone pratiche da condividere, ad esempio, sono stati analizzati 18 contesti territoriali di sette paesi, mentre alla fine del percorso verrà prodotto un “Manuale del Placemaking Rurale” destinato a enti pubblici e agenzie di sviluppo dell’area Interreg Danube. Dopo il Delta, altri viaggi di studio avranno luogo in altri siti estranei al progetto: prossimi sulla lista sono la Slovenia e Banja Luka in Bosnia Erzegovina.
Tra le azioni previste spiccano laboratori partecipativi, percorsi di formazione culturale e interventi di “urbanistica tattica” per restituire alla comunità trasformare gli spazi inutilizzati. Ma, sottolinea Kovács, il punto centrale è il processo: “Conta soprattutto ciò che le persone imparano, gli incontri, la consapevolezza che il cambiamento sia possibile”.
Architettura e identità
Il Delta del Danubio – racconta Angelica Stan, architetta e docente all’università “Ion Mincu” di Bucarest, tra le organizzatrici del viaggio – può essere letto più come un “timescape” che un semplice paesaggio: i villaggi si sono evoluti seguendo il tempo liquido del fiume, adattandosi per forma, materiali e stile di vita ad anse e piene.
Un equilibrio messo alla prova dalla modernizzazione e dall’uso indiscriminato del cemento. La sfida, scrive Stan, è reinterpretare la tradizione in chiave contemporanea, conciliando sostenibilità ed efficienza economica.
È ciò che si è tentato di fare a Mila 23, villaggio a maggioranza lipovana che ha dato i natali al campione olimpico Ivan Patzaichin, simbolo del Delta. Qui l’architetto Teodor Frolu ha fondato insieme a lui l’associazione che ha rilanciato nel segno dell’ecoturismo tradizioni come la costruzione di barche e la cucina locale, diventando anche un centro di aggregazione per la comunità. Il suo museo è riconoscibile da lontano con la sua torre di legno in parte rivestita di canne palustri, abbastanza alta da contenere una barca in verticale: un segno contemporaneo inserito con discrezione nel paesaggio.
Sono esperienze come queste a ispirare gli altri siti pilota. Nei dintorni di Ruse, in Bulgaria, la “Elias Canetti Society” lavora per contrastare la scomparsa dell’architettura tradizionale, organizzando workshop e iniziative che collegano villaggi in declino e città.
Nel Banato romeno, invece, Euroland Banat punta a salvare l’archeologia industriale austro-ungarica e la storica ferrovia Oravița-Anina. «È un simbolo della nostra storia multiculturale», spiega Andrei Szabo, ricordando la presenza di un’attiva comunità ceca e il contributo degli operai italiani nel costruire la linea.
Il tema della trasformazione industriale in valore sociale trova un esempio potente in Croazia, nell’ex insediamento popolato da operai provenienti da tutta l’ex Jugoslavia sorto intorno al vecchio zuccherificio di Šećerana.
Memoria, sapori e l’arte di ricostruire la fiducia
Nel piccolo museo “Sulina Veche” che ha allestito personalmente, Gheorghe Comârzan ha accumulato un’infinità di oggetti donati o recuperati dalle case abbandonate della città, dagli strumenti di navigazione alle reti da pesca alle fotografie alle icone. Attraverso questi frammenti e i racconti che li accompagnano Sulina recupera almeno in parte la memoria della sua stagione cosmopolita.
All’altro capo del Delta, vicino a Tulcea, è stato ricreato un villaggio tradizionale di pescatori. “Quelle dei russi lipovani sono tradizionalmente azzurre, quelle degli ucraini verdi”, spiega la guida Ștefania Sahanschi indicando le case colorate dai tetti di canne. Tra queste, Alex-Iulian Onofrei costruisce una lotca, la tradizionale barca lipovana, attività di cui è uno degli ultimi custodi.
Per PlaceCRAFT il “cuore sociale” non coincide solo con il recupero del passato, ma con la creazione di spazi dove le persone possano tornare a riconoscersi come comunità.
Nel Banato serbo, spiega Milana Mijatović dell’organizzazione Placemaking Western Balkans, questo processo prende in sei villaggi tra il Tibisco e il Danubio, in un territorio multiculturale dove convivono diverse nazionalità e lingue. Qui il progetto realizzerà un aula verde, un anfiteatro in legno, un’eco-giardino aperto a tutta la comunità e un mercato all’aperto.
In Ungheria il lavoro è partito invece dalla ricostruzione della fiducia, soprattutto nei centri a forte la componente multietnica come Lórév, a maggioranza serba: il team ha condotto oltre trenta interviste porta a porta prima di avviare uno spazio comune, “Placemaking Hub”, in un ex pub nel villaggio di Szigetújfalu.
Mentre la regione della Baranja, nell’est croato, rifiorisce grazie al turismo eno-gastronomico basato sulle comunità locali, già vincitore di numerosi riconoscimenti nel paese, in Bulgaria le azioni per coinvolgere i giovani passano dai luoghi fisici: dalla commemorazione con una targa delle vittime di un campo di prigionia del regime comunista, fino alla riscoperta nelle scuole di un antico taccuino di ricette franco-bulgare, a testimonianza del passato cosmopolita della zona.
Un progetto più ampio
PlaceCRAFT procede parallelamente a Ruralscapes, altro progetto nato dall’eredità di DANUrB, iniziativa nell’ambito delle politiche di coesione europee lanciato ormai 10 anni fa. “Sono percorsi complementari”, spiega Bálint Kádár del dipartimento di Urbanistica e Design di Budapest e anima storica di DANUrB: “PlaceCRAFT lavora sull’animazione territoriale e la progettazione partecipativa, Danube Ruralscapes si concentra sulla governance e sugli strumenti per aiutare le micro-regioni danubiane ad autogestirsi; fornirà, ad esempio, guide di architettura regionale per aiutare le comunità a ristrutturare le case tradizionali. Abbiamo iniziato nel 2017 con DANUrB Urban Brand – spiega Kádár – con cui abbiamo creato una mappatura del territorio: è una rete che è diventata ormai quasi una famiglia. Poi, con DANUrB+, ci siamo dedicati ai piccoli villaggi rurali e alle regioni più tradizionali”.
È seguita una fase in cui il gruppo non ha ottenuto finanziamenti, fino al lancio dei progetti attuali. Il lungo cammino di questo network consente a Kádár di evidenziare virtù e limiti di questo genere di iniziative: “i cicli di progetto troppo brevi rischiano di produrre progetti fantasma incapaci di lasciare tracce durature. La nostra sfida, per questo, punta moltissimo su continuità e fiducia. I nostri progetti attuali poggiano sulla stessa eredità, e sono uniti da una piattaforma che è rimasta la stessa”.
Durante il viaggio di studio, Kádár ha raggiunto anche Izmail, sulla sponda ucraina del Danubio, partner di Ruralscapes ma impossibilitata a partecipare pienamente a causa della guerra.
Per Kádár, il senso di tutto sta proprio qui: collegare territori che la storia ha tenuto o tiene forzatamente separati. “Il Danubio non è mai stato una barriera: le popolazioni si sono sempre mescolate, i commerci e le culture hanno sempre circolato. Oggi proviamo a costruire su questa eredità, collegando villaggi e regioni che imparano a collaborare”.
Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EuSEE, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.
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