Kosovo, l’instabilità politica rischia di intaccare l’integrazione europea
Le terze elezioni in Kosovo in meno di un anno e mezzo – previste il prossimo 7 giugno – riducono lo spazio di manovra di Pristina con Bruxelles, dalle opportunità economiche del Piano di crescita alla domanda di adesione all’UE, ma anche per accreditarsi come partner stabile e credibile

Albin Kurti e Marta Kos
Albin Kurti e Marta Kos © Commissione europea
Il significato politico delle terze elezioni in Kosovo in meno di un anno e mezzo supera i confini nazionali e si proietta sulle stesse prospettive di Pristina di poter aspirare a una maggiore integrazione europea.
Nella campagna elettorale in vista del voto del 7 giugno i temi relativi al processo di integrazione europea “sono totalmente assenti dal dibattito politico e questo la dice lunga sullo stato della cultura politica” in un Paese che sembra non essere più in grado di uscire dal ciclo elettorale iniziato il 9 febbraio 2025, spiega Dan Ilazi, responsabile della ricerca presso il Centro kosovaro per gli Studi sulla Sicurezza (KCSS/QKSS).
“La posta in gioco è alta e la continua instabilità istituzionale sta avendo un impatto concreto”.
Conseguenze politiche ed economiche
Con cinque Stati membri dell’UE – Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna – che continuano a rifiutarsi di riconoscere la sovranità del Kosovo e con la domanda di adesione inoltrata a Bruxelles nel dicembre 2022 mai presa in considerazione dai Ventisette, a Pristina non ci sarebbe tutto questo tempo da perdere.
Secondo Ilazi, la presidenza di turno irlandese del Consiglio dell’UE – al via il prossimo 1° luglio – “offre una vera e propria finestra di opportunità per assicurarsi lo status di candidato all’UE, ma l’attuale situazione interna e il calendario elettorale rendono molto improbabile che possa essere colta”.
La posta in gioco, dunque, non è solo l’esito del voto, ma anche la capacità della classe politica kosovara di “ricominciare a ricostruire il livello minimo di fiducia necessario per governare insieme”.
Anche perché il primo compito del Parlamento neoeletto non sarà formare un governo, ma eleggere un nuovo Presidente della Repubblica.
Senza istituzioni pienamente funzionanti, il Paese non rischia solo di vedere sfumare una grossa opportunità di integrazione europea a Bruxelles, ma “farà anche fatica a realizzare le riforme richieste” dal Piano di crescita per i Balcani occidentali.
Bruxelles ha stanziato per il Kosovo un totale di 939,2 milioni di euro in fondi UE. Tuttavia, la commissaria per l’Allargamento, Marta Kos, ha recentemente avvertito che, senza le riforme richieste, i finanziamenti promessi nell’ambito del Piano di crescita non saranno erogati.
In altre parole, se le riforme – a cui è vincolata l’erogazione dei fondi – non saranno attuate entro il mese di giugno, il Kosovo rischia di perdere 68,8 milioni di euro.
“Le conseguenze finanziarie di tale fallimento saranno reali”, avverte Ilazi.
Credibilità a rischio
L’instabilità istituzionale sta però già minando la credibilità di un Paese che vorrebbe essere riconosciuto come candidato all’adesione all’UE.
In occasione della prima visita ufficiale da parte della commissaria Kos lo scorso 15 maggio, ad accoglierla c’erano solo rappresentanti delle istituzioni senza pieni poteri – la presidente ad interim Albulena Haxhiu e il primo ministro ad interim Albin Kurti.
“In circostanze istituzionali diverse, questa visita avrebbe potuto rappresentare una vera e propria svolta nelle relazioni del Kosovo con l’UE, sia con gli Stati membri sia con le istituzioni di Bruxelles”, si rammarica Donika Emini, ricercatrice presso l’Università di Graz.
Il primo viaggio della commissaria europea per l’Allargamento era già previsto per il 12 marzo, ma era poi stato annullato a causa della situazione di crisi istituzionale legata all’elezione della presidenza della Repubblica.
“Il Kosovo non disponeva di istituzioni pienamente costituite e legittime in grado di fungere da interlocutori credibili”.
Un mese più tardi il Paese non è stato in grado di sfruttare la seconda chance avuta, nonostante “l’enorme importanza della visita della commissaria” per le speranze di integrazione europea di Pristina.
“Marta Kos si è affermata come una delle commissarie più impegnate e serie che i Balcani occidentali abbiano visto negli ultimi anni”, ricorda Emini a proposito dello slancio dato dalla commissaria slovena alla politica di allargamento dell’UE, in particolare nei Balcani occidentali.
Mentre la Commissione “ha cercato di essere presente” anche a Pristina, come nelle altre capitali balcaniche, le istituzioni kosovare “non sono sempre state in grado di rispondere con autorità e continuità”.
Secondo la ricercatrice dell’Università di Graz è proprio questo che rende l’assenza di istituzioni pienamente funzionanti “particolarmente costosa”.
Nonostante la complessa relazione tra l’UE e il Kosovo legata al non riconoscimento da parte di cinque Stati membri, la commissaria Kos è stata tra le personalità a Bruxelles che hanno condannato in modo più esplicito il regresso dello Stato di diritto in Serbia, una questione che Pristina ha a lungo sollecitato perché venisse affrontata dall’Unione dentro e fuori il dialogo Belgrado-Pristina.
“La sua posizione politica offre un raro momento di allineamento tra le aspettative strategiche del Kosovo e l’attuale orientamento della Commissione verso la regione”, spiega Emini.
Nonostante l’impegno proseguirà soprattutto a livello tecnico, “la fiducia politica e lo slancio sono più difficili da sostenere quando le controparti non dispongono di piena autorità istituzionale, quando gli impegni di riforma non vengono rispettati e quando le visite ufficiali devono essere riprogrammate a causa di disfunzioni interne”.
In altre parole, Emini avverte che “questa situazione sta erodendo la credibilità e l’influenza” delle istituzioni kosovare.
Tutto questo in un momento in cui non solo queste qualità sono “particolarmente necessarie”, ma soprattutto in cui “la finestra geopolitica per l’allargamento potrebbe non rimanere aperta a tempo indeterminato”.










