Kosovo: quando memoria e dibattito storico entrano in tribunale

Una mostra e un libro sui crimini di guerra serbi durante il conflitto in Kosovo del 1998-1999 riaprono ferite aperte insieme ad un procedimento penale nei confronti dell’autore, Shkëlzen Gashi. Una vicenda che riaccende il dibattito tra memoria storica e libertà di espressione

04/05/2026, Arta Berisha Pristina
La mostra "Massacri in Kosovo 1999-99" - archivio personale Shkëlzen Gashi

La mostra “Massacri in Kosovo 1999-99” – archivio personale Shkëlzen Gashi

La mostra "Massacri in Kosovo 1999-99" - archivio personale Shkëlzen Gashi

A quasi due anni dalla pubblicazione, il libro “Massacri in Kosovo 1998-1999”, dell’autore di Pristina Shkëlzen Gashi, sta suscitando accesi dibattiti. Il Parlamento del Kosovo ha sollevato dubbi sulla veridicità dei dati presentati in merito al numero di persone uccise in massacri come quello del carcere di Dubrava e al loro status, ovvero se le vittime, al momento dell’uccisione da parte delle forze serbe, fossero civili o armati.

La procura ha avviato un’indagine su Gashi, sospettato di “incitamento alla divisione e all’intolleranza”, reato penale nel paese.

“Sono ancora sotto inchiesta. Non ci sono stati nuovi sviluppi. Nonostante la mia richiesta, il mio telefono, il mio computer portatile e il libro confiscato non mi sono ancora stati restituiti”, ha dichiarato Gashi a OBCT, mentre la procura non ha voluto rilasciare ulteriori commenti.

La storia, tuttavia, non è iniziata con il libro.

Tutto ha avuto inizio con una mostra basata sul libro, presentata nella piazza principale di Pristina in occasione dell’anniversario dei bombardamenti della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia (FYR) nel 1999. In esposizione, 49 immagini raccapriccianti con descrizioni dei massacri, tra cui alcuni degli eventi più tragici accaduti in Kosovo tra il 1998 e il 1999.

Secondo gli organizzatori, il libro, la mostra e un sito web sullo stesso argomento fanno parte di un progetto volto a documentare i massacri avvenuti durante la guerra in Kosovo.

La mostra, che avrebbe dovuto durare due settimane ed è stata finanziata dal Parlamento del Kosovo, è stata chiusa dopo soli tre giorni a causa delle polemiche. Sono seguite le critiche nei confronti del libro, dell’autore e delle due organizzazioni della società civile che lo hanno pubblicato e che stanno lavorando alla creazione del sito web grazie a finanziamenti pubblici.

“L’affermazione secondo cui 48 delle vittime erano albanesi armati, mentre 58 erano civili, è completamente falsa. In quel massacro genocida, nessun albanese è stato ucciso in veste di combattente. Eravamo tutti disarmati e indifesi”, ha scritto Enver Dugolli, membro del parlamento del partito Levizja Vetëvendosje e sopravvissuto al massacro del carcere di Dubrava, sul suo account Facebook.

Dugolli ha aggiunto che questo materiale può essere utilizzato per rafforzare la falsa narrazione serba sulla presunta ribellione dei prigionieri albanesi all’epoca del massacro.

Sebbene il libro si basi principalmente su quella che l’autore definisce ricerca documentale (articoli della stampa straniera, rapporti di organizzazioni internazionali per i diritti umani, sentenze dei tribunali, ecc.), sembra che una delle principali lacune derivi dalle fonti utilizzate, come l’elenco fornito dal Centro per il diritto umanitario (FHP) di Belgrado.

Pertanto, la prefazione del libro afferma che “sebbene la lista dell’FHP sia una fonte di riferimento consolidata, presenta degli errori in merito ad alcuni massacri, in quanto gli individui uccisi vengono registrati come armati, mentre al momento del loro assassinio erano civili disarmati”.

Il Partito democratico del Kosovo ha presentato una risoluzione parlamentare per proteggere la verità storica della guerra del 1998-1999, approvata con 90 voti dopo essere stata armonizzata insieme agli altri partiti.

“Esprimiamo profonda preoccupazione per qualsiasi iniziativa, sia essa attraverso attività pubbliche, pubblicazioni o altre forme di comunicazione, che miri a distorcere, relativizzare o interpretare in modo inaccurato e tendenzioso gli eventi della guerra in Kosovo, minando così la verità storica e i sentimenti dei cittadini”, si legge nella risoluzione.

“Non ho in alcun modo sminuito la verità della guerra di liberazione in Kosovo. Anzi, questo è il primo libro a presentare prove di tutti i massacri commessi dalle forze serbe e jugoslave durante la guerra in Kosovo del 1998-1999 in tre lingue (albanese, serbo e inglese)”, ha dichiarato Gashi a OBCT, sostenendo che l’accaduto mina la libertà di espressione, la libertà accademica e soffoca il lavoro di ogni studioso indipendente.

Come ha fatto un dibattito accademico e storico a finire in tribunale?

Intervistato da OBCT, il professore associato Seb Bytyci cita la precedente mancanza di ricerche serie su questo argomento delicato e l’apparente assenza di una risposta accademica strutturata a fronte della pressione dell’opinione pubblica.

“In questo caso, è evidente anche l’assenza di pubblicazioni e posizioni chiare da parte dell’IKKL (l’Istituto per i crimini di guerra), così come la mancanza di una strategia per gli standard di ricerca da parte del KKSH, il Consiglio scientifico del Kosovo”, afferma.

Sottolineando la necessità di costruire un sistema più sostenibile di valutazione e pubblicazione accademica, Bytyci ha affermato che quanto accaduto potrebbe creare un effetto di autocensura.

“Quando i dibattiti accademici vengono gestiti attraverso meccanismi giuridici o politici, gli autori possono esitare ad affrontare argomenti delicati, soprattutto quelli relativi alla guerra in Kosovo. Tuttavia, il problema non risiede solo nella risposta istituzionale, ma anche nella mancanza di una cultura consolidata del dibattito scientifico. La responsabilità è condivisa tra autori, istituzioni e la stessa comunità accademica, così come dai media che alimentano le fiamme del populismo”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda la libertà accademica, un gruppo di accademici internazionali ha fatto circolare una risposta sui media.

“La nostra principale preoccupazione riguarda il danno che potrebbe essere arrecato alle condizioni strutturali della ricerca, allo stato di diritto e alla cultura del dibattito democratico in Kosovo”, si legge in una lettera firmata da studiosi internazionali, tra cui Florian Bieber, Sir Noel Malcolm e Oliver Jens Schmitt.

Secondo Shkëlzen Gashi, le imprecisioni riguardanti il numero dei morti e il loro status non fanno capo al libro, ma alla fonte a cui il libro fa riferimento: l’elenco di Nataša Kandić, il Libro della memoria del Kosovo dell’FHP. Pertanto, l’autore non ha intenzione di modificare il libro.

“A causa di questi errori, è essenziale che il Kosovo abbia un proprio elenco ufficiale e corretto. Una volta che la signora Kandić correggerà la sua lista, o meglio ancora, una volta che il Kosovo compilerà la propria lista ufficiale, io, facendovi riferimento, correggerò i dati sulle vittime nel libro, nella mostra e sul sito web”, ha dichiarato Gashi a OBCT.

Il futuro di una pubblicazione

“Massacri in Kosovo 1998-1999” ha fatto il giro del mondo e ha ricevuto recensioni da storici, accademici e giornalisti per il suo contributo alla memoria collettiva e per l’appello alla giustizia.

Analogamente, il libro è stato promosso dalla diplomazia del Kosovo e il governo ne ha distribuito delle copie. Tuttavia, oggi non è facile trovarlo, né fisicamente né online.

L’autore ha dichiarato a OBCT che il libro non è in vendita perché tutte le 2.000 copie sono state vendute tra settembre 2024 e dicembre 2025.

“Abbiamo ancora alcune copie, ma non sono in vendita. Sono riservate al nostro archivio, nonché a ricercatori indipendenti e organizzazioni per i diritti umani, ha aggiunto.

“Non avevamo previsto di ristampare il libro, ma visto il grande interesse suscitato, stiamo valutando la possibilità di farlo”, ha dichiarato Gashi a OBCT.

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