Slobodan Ć najder, la riparazione del mondo

Un romanzo che racconta l’epopea di quei tedeschi che nel 1769 furono spinti dall’imperatrice Maria Teresa a trasferirsi in Slavonia. Recensione

28/01/2020, Diego Zandel

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Slavonia (© sbedaux/Shutterstock)

Il cognome, seppur in grafia croata, tradisce le origini tedesche dello scrittore croato Slobodan Ơnajder, che nel romanzo “La riparazione del mondo”, edito da Solferino per la traduzione di Alice Parmeggiani ha raccontato l’epopea, ù il caso di dirlo, di quei tedeschi che nel 1769 furono spinti dall’imperatrice Maria Teresa a trasferirsi in Slavonia, a causa della carestia che la Germania stava attraversando in quegli anni.

L’avvio del romanzo ha la potenza di un quadro di Bruegel il vecchio, con i contadini di un villaggio miserrimi, affamati, puzzolenti, raccolti in una stanza che, diffidenti, ascoltano un messo inviato dall’imperatrice che li convince ad andarsene dove troveranno campi da coltivare, cibo, una nuova vita. E alla fine quel viaggio lo fanno, su una chiatta, lungo il Danubio, un viaggio, così come prima l’incontro tra gli abbruttiti abitanti del villaggio e il messo imperiale, che l’autore descrive con grande vivezza dai toni fantastici.

L’attenzione del narratore si ferma sulla famiglia Kemp, che ritroveremo anni dopo, non senza ampi intermezzi storici che illustrano, mantenendo la chiave narrativa, il quadro d’epoca. Ed Ăš interessante il momento in cui i migranti tedeschi, giunti in Slavonia, chiedono all’imperatrice di mandar loro delle donne da sposare, perchĂ© quelle che c’erano, le solite prostitute presenti ovunque ci siano centri abitati e taverne, non erano raccomandabili. A scrivere la lettera, con questa precisa richiesta di donne da sposare, fu proprio un Kemp, Georg Kemp. E accade che “la Germania spedisce davvero un contingente di ragazze da marito, che in Slavonia, dove sono dirette, chiameranno snaĆĄe” (nuorine o cognatine, soprannome rispettoso di chiamare una donna di cui non si conosce il nome, n.d.r.). E Georg Kemp si trova a sposare la signorina Theresia “con le gote rosate e l’ampia gonna che avrebbe potuto sollevarla” cosa che accadde, tanto che “l’antenato Kemp scorse nel cannocchiale una giarrettiera bianca sulla calza rossa. Era troppo: si diede per vinto”.

Le generazioni che seguiranno avranno quell’impronta genetica tedesca, ma anche culturale, con il passaggio tradizionale nelle famiglie di trasmettere accanto al cognome il nome del padre e del nonno. Ma Ăš inevitabile, nella integrazione con le popolazioni e la lingua locale che i nomi si trasformino. Un cambiamento che, come in tutte le famiglie, toccĂČ anche quella dei Kemp. “Così” racconta Ć najder “anche il nome di Theresia passĂČ di generazione in generazione, da nonna a nipote. Ma occorsero comunque un centinaio d’anni perchĂ© Theresia diventasse Tereza, e poi altri cinquanta perchĂ© diventasse Reza, Rezika
”, trasformazione che, seppur piĂč lentamente, toccĂČ anche il nome di Georg che diventĂČ prima Đuro (leggasi Giuro), e quindi Đuka (Giuca). Ma non si considerarono nĂ© furono mai considerati croati. Tant’ù, racconta Ć najder, che negli anni Trenta, col montare del nazismo divennero “Volksdeutsche, ossia tedeschi fuori del Reich. Condizione di nessun buon auspicio”.

È a questo punto che il romanzo, da saga si trasforma in una vicenda di guerra e d’amore, con epicentro i Balcani, la storia di questi nel Novecento vissuta con protagonista un Kemp, Đuka Kemp, nato nel 1919, alla fine della Prima guerra mondiale. Il racconto di Ć najder si allarga al momento storico, a come i tedeschi della Slavonia – i Kemp vivevano nella cittadina di NuĆĄtar, nei pressi di Vukovar – seguissero assai poco ciĂČ che avveniva in Germania, e all’avvento di Hitler non diedero piĂč importanza di un fatto accaduto in un mondo che non li riguardava personalmente. Ma poi scoppiĂČ la guerra e accadde l’imprevedibile: dal Reich arrivĂČ a NuĆĄtar un emissario che un po’ alla volta, facendo leva sulle origini tedesche dei Volksdeutsche vennero coinvolti in una passione tale per quella patria lontana per cui “a un tratto erano tutti ‘camerati’, anche quelli che come veri scavezzacolli della Slavonia se l’erano date di santa ragione nelle fiere paesane.”

In realtĂ  la situazione Ăš piĂč complicata, perchĂ© nel paese la divaricazione ideologica, con i comunisti dalla parte opposta, si fa piĂč marcata. Tra ustascia e comunisti “i Volksdeutsche sono un gruppo a parte; Ăš come se fossero schierati in tanti, che perĂČ dall’esterno sono percepiti come uno solo”. E ancora: “Solo da poco hanno scoperto la propria germanicitĂ , non sanno bene chi seguire, dove schierarsi. E tutti oggi vorrebbero aderire lealmente a un’idea, e in tal modo eventualmente nascondersi; o forse vincere”. Il fatto che nel 1941 la Germania riporti vittorie su vittorie Ăš uno stimolo non da poco a scegliere di schierarsi con Hitler. Đuka Kemp, il nostro protagonista, diventerĂ  soldato tedesco, ritrovandosi sul fronte orientale. CiĂČ che incontra e vede lo segnerĂ  per sempre. Ć najder ci regalerĂ , a riguardo, pagine superbe di guerra e umanitĂ  – Treblinka, Auschwitz, Jasenovac – mai disgiunte dal quadro storico e militare, attraverso le quali vedremo passare il destino di Đuka che, a un certo momento, diserterĂ  per tornare a casa in bicicletta dove troverĂ  una situazione completamente diversa da quella che aveva lasciato. La figura di Tito compare tra le pagine, insieme all’amore per una partigiana, Vera, che sposerĂ . Ma il peso dei fronti opposti che i due avevano servito resterĂ  tra loro un macigno che li porterĂ  al divorzio, anche perchĂ© drammatiche veritĂ , risvolti taciuti della guerra partigiana emergeranno tra loro, con rimozioni da parte di Vera, che esploderanno in liti con il marito. Sono pagine interessanti che, in filigrana raccontano anche quel che succedeva in Jugoslavia, dal campo di sterminio di Jasenovac all’espulsione del Partito Comunista Jugoslavo dal Cominform e, piĂč avanti, dentro lo stesso Partito.

Ć naider lo racconterĂ  per vie traverse con accostamenti di diversi materiali, come per esempio l’accusa di corruzione all’interno dello stesso Partito, accusa che a profferire Ăš la stessa Vera che in un testo di suo pugno scrive: “O io non sono una brava persona, o nel Partito ci sono persone negative! Ammettere che nel Partito ci sono persone negative significa farla finita con l’idealizzazione dei superuomini del Partito. Ma allora, chi sono io per mettere su un piatto della bilancia ciĂČ che penso e sento, e sull’altro il nostro Partito?” e conclude con una frase che esprime il masochismo ideologico di chi vive un Partito come una Chiesa: “Ho paura di essere terribilmente superba e di dover essere punita”, pur di fronte a una veritĂ  della quale, nella sua purezza, si era resa conto: “Per quanto apparissero un ‘gruppo’ monolitico, i partigiani erano diversi fra loro”.

Da parte sua Kemp, che si era avvicinato al socialismo, scrivendo anche versi interessanti, morirà la stessa notte in cui dalla Germania aveva ricevuto una telefonata con la quale lo informavano che, fuggito dall’esercito tedesco, ufficialmente non era stato considerato un disertore bensì
 un disperso. Il che gli sembra confermare l’onta del suo passato. Da qui il senso della sua morte. Gli ultimi passaggi vengono affidati al figlio di Kemp, che scriverà in prima persona. Il che legittima il lettore a chiedersi quanto di Slobodan Ơnajder ci sia in questo figlio.