Ucraina

Un volontario dell'esercito ucraino - foto di Paolo Bergamaschi

Il viaggio e gli incontri di una delegazione del Parlamento europeo in un'Ucraina. Dalla capitale Kiev sino al cuore del conflitto. Un reportage realizzato nei giorni successivi all'abbattimento del Boeing della Malaysia Airlines sui cieli dell'Ucraina

28/08/2014 -  Paolo Bergamaschi Kiev

Volti tesi, sguardi circospetti e molti posti liberi sul volo per Kiev. D’altronde non può che essere così dopo l’abbattimento del Boeing delle aviolinee della Malaysia nei cieli dell’Ucraina orientale, avvenuto solo poche ore prima. Per tutta la notte ero rimasto incollato allo schermo della televisione per carpire qualche aggiornamento sugli ultimi sviluppi della situazione ma solo una telefonata di Kyryl dalla capitale mi aveva indotto a partire infischiandomi delle notizie non certo rassicuranti provenienti dall’ex repubblica sovietica. Hostess fin troppo gentili e sorridenti a bordo con i passeggeri che, all’atterraggio, rispolverando antiche abitudini sfogano la tensione con un lungo e convinto applauso liberatorio.

Da quattro mesi l’Ucraina è in guerra ma non vuole ammetterlo. Governo e media parlano di operazioni anti-terrorismo nelle regioni orientali ma il conto dei morti in continua evoluzione e il crescente numero degli sfollati ribalta la versione ufficiale sul conflitto impantanato nei territori del Donbass. Peraltro, anche il tono delle dichiarazioni ha perso ogni prudenza diplomatica confermando che allo scontro di accuse fra Kiev e Mosca corrisponde, purtroppo, l’incancrenimento dei combattimenti tra le forze governative e le milizie pro-russe. Nella capitale, però, la vita scorre all’apparenza tranquilla anche se il paese è sull’orlo del baratro sia dal punto di vista economico che da quello sociale, con una situazione politica all’insegna dell’instabilità cronica.

Il presidente Poroshenko con l'eurodeputata tedesca Rebecca Harms - Paolo Bergamaschi

L’elezione a presidente del magnate del cioccolato Petro Poroshenko a maggio non è stata sufficiente a raddrizzare le sorti di uno stato ancora profondamente lacerato dagli scontri che a inizio anno avevano portato alla caduta del regime di Yanukovic. L’Ucraina ha un bisogno urgente di riforme, ma le uniche riforme adottate sono state quelle imposte dal Fondo Monetario Internazionale che per rimettere in sesto le disastrate casse dello stato ha vincolato i prestiti a una rigida disciplina di bilancio. Le forze politiche, intanto, non cessano di beccarsi accentuando la debolezza di un governo che sopravvive solo perché in questo momento il paese non può permettersi di rimanere senza. Dietro le quinte, però, fervono i preparativi per le elezioni anticipate. L’attuale parlamento, infatti, rispecchia ancora in buona parte vecchi equilibri di un quadro politico oggi completamente mutato. E nuove forze politiche si affacciano sulla scena sulla spinta delle richieste di cambiamento radicale e genuino rinnovamento provenienti dalla grande mobilitazione di Maidan Nezalezhnosti.

Volja, aria nuova?

Il quartier generale di Volja si trova all’ultimo piano di uno stabile che fronteggia l’edificio a tinte forti che ospita la Banca Centrale di Ucraina. C’è un intenso via vai di giovani che si muovono frenetici tra una stanza e l’altra nella sede di questa nuova formazione politica il cui nome nell’idioma locale vuol dire sia “libertà” che “volontà”. Iegor Soboliev mi accoglie con un caloroso abbraccio mentre ci raggiunge anche Rebecca Harms, l’eurodeputata tedesca che accompagno. Iegor è stato uno degli animatori della prima ora del movimento spontaneo che ha portato all’occupazione della Maidan. Erano studenti, intellettuali, associazioni di cittadini e gente comune senza etichetta quelli che rivendicavano alla fine di novembre dello scorso anno nella grande piazza della capitale un taglio netto con il passato. Poi, in un secondo momento, si sono sovrapposti alla protesta i partiti di opposizione mal sopportati dai primi dimostranti che li consideravano corresponsabili del naufragio del paese. E’ in questo contesto che nasce Volja, dalla voglia di sbarazzarsi della vecchia politica per dare vita ad un nuovo corso, dal desiderio di imprimere una svolta di democrazia e trasparenza nella gestione corrotta e torbida degli affari dello stato.

Le ultime tende a Majdan, Kiev - Paolo Bergamaschi

“Basta con le ideologie, l’Ucraina ha bisogno di una competizione politica fondata sui programmi”, attacca Yuri, membro della segreteria, durante l’incontro che si tiene nella piccola sala riunioni. Continua, quindi, Iegor che illustra i cinque punti della piattaforma del partito. “Al primo posto senz’altro la ‘lustrazione’, cioè l’epurazione dall’amministrazione pubblica dei personaggi e dei politici più compromessi del vecchio regime che si sono macchiati di gravi misfatti e poi nell’ordine la liberalizzazione dell’economia, la riforma dell’esercito, nuove leggi di auto-governo e democrazia diretta e la riforma del settore radio-televisivo”.

Nel breve scambio di vedute che segue abbiamo modo di mettere meglio a fuoco gli elementi esposti che denotano, almeno dal punto di vista terminologico, (l’incontro si tiene in inglese) una forte influenza dei temi cari della destra americana. Si è molto discusso del ruolo svolto dai think tank repubblicani nelle rivoluzioni avvenute in Georgia ed Ucraina nella metà dello scorso decennio e, più recentemente, nella mobilitazione della Maidan. Le ricche fondazioni d’oltreoceano hanno senz’altro elargito finanziamenti a molte organizzazioni non governative che sono spuntate come funghi, ma non hanno né orientato né diretto la vivace società civile ucraina da sempre in fermento. Fa un certo effetto, comunque, ascoltare amici di vecchia data cavalcare cavalli di battaglia come la de-regulation economica o la militarizzazione della società che si pensavano estranei alla tradizione politica del vecchio continente o almeno fuori contesto in un paese afflitto da gravissimi problemi sociali.

A Kharkiv

E’ mattino presto ma nonostante l’orario antelucano la stazione ferroviaria di Kiev brulica di persone come se fosse pieno giorno. File di taxi intasano il piazzale di accesso mentre la gente si accalca sui binari, in maggioranza vacanzieri che abbandonano la capitale alla ricerca di un po’ di refrigerio in qualche dacia sperduta. Le mete marine quest’anno, a causa dei recenti tumulti, sono sconsigliate e la Crimea, terra di vacanze per antonomasia, è da qualche mese off limits dopo l’annessione alla Federazione Russa.

E proprio dalla Crimea, mi racconta Kyryl mentre ci accomodiamo nei posti assegnati sul vagone, giungono notizie di una stagione estiva fallimentare. Hotel vuoti e spiagge deserte e non può che essere così visto che il 90% dei turisti era solitamente di provenienza ucraina. Il viaggio per Kharkiv scorre liscio e confortevole oltre ogni aspettativa. Gli ingenti investimenti infrastrutturali in occasione dei Campionati Europei di Calcio del 2012 hanno dotato l’Ucraina di una efficientissima rete ferroviaria di treni ad alta velocità che collegano le principali città del paese.

Igor Baluta, il nuovo governatore della regione, ci riceve in una delle poche sale del palazzo che ospita la sede dell’amministrazione locale risparmiate dai dimostranti filo-russi che nell’aprile scorso avevano preso d’assalto l’edificio. Le pareti dei corridoi di ingresso odorano ancora di pittura fresca mentre muratori ed elettricisti sono al lavoro per riparare i danni. Nella grande piazza antistante, intanto, sotto l’ingombrante statua di Lenin poche decine di attivisti pro-russi manifestano al sole sorvegliati da una nutrita schiera di poliziotti.

“Kharkiv si trova a soli a 40 km dal confine con la Russia e non può non risentire della tensione in corso fra i due paesi”, racconta il giovane governatore. “Lavoriamo sotto pressione e in condizioni sempre più difficili”, aggiunge, “basti pensare ai 30.000 sfollati dalle zone di guerra che stiamo ospitando ma anche se ci troviamo a ridosso del Donbass escludo ogni pericolo di guerra”. Secondo stime ufficiose solo il 6% della popolazione della regione appoggia Mosca ma i legami storici con il vicino sono ancora molto forti e scardinano le linee di frontiera di recente istituzione. “Dobbiamo rafforzare l’integrità territoriale del paese, ma nel contempo occorrono profonde riforme”, conclude, “senza queste siamo destinati al fallimento”.

Di opinione divergente è, invece, Oleg Veklenko che insegna alla Facoltà di Belle Arti della città. Vecchio amico di Rebecca Harms ci dà appuntamento in un originale locale dall’elegante design ideato dai suoi studenti. “C’è una calma quasi irreale a Kharkiv, il fuoco cova sotto la cenere”, afferma con un certo pessimismo, “e basta una scintilla per provocare di nuovo l’incendio”. Nella degenerazione violenta delle dimostrazioni di aprile gli osservatori concordano che un ruolo primario va attribuito alle centinaia di agitatori russi arrivati in autobus dalla vicina Belgorod, la città appena oltre frontiera. “Gli anziani sono rimasti con la testa ai tempi dell’Unione Sovietica mentre i giovani guardano all’Europa”, spiega Veklenko preoccupato dalla disparità di forze in campo ammassate su una linea di confine pressoché inesistente. “Solo recentemente si è arrivati ad una vera demarcazione, ma i controlli sono ancora insufficienti”, si lamenta mentre ci saluta con sguardo pensieroso.

Retrovie

Sarà l’aria di vacanze in combinazione con un sole convincente e brillante o, forse, solo il week-end incipiente ma Kharkiv si mostra città gradevole e accogliente anche se priva delle attrazioni in grado di catturare l’attenzione dei turisti a parte l’immenso spazio centrale di reminescenza sovietica dove campeggia la statua di Lenin.

Dmitrij Kutuvoj, Dima per gli amici, è un giovane uomo d’affari di successo nel campo delle costruzioni che fin dai primi momenti ha abbracciato la causa della Maidan organizzando a livello locale il sostegno della società civile. E’ lui che ci ha invitato nella regione per un sopralluogo nelle retrovie della zona di conflitto dandoci l’occasione di affondare nel ventre molle dell’Ucraina dove non arrivano mai le delegazioni europee incantate dalle luci e dalle vetrine di Kiev.

Casa distrutta nei pressi di Sloviansk - Paolo Bergamaschi

In una grande sala di un hotel del centro incontriamo un centinaio di persone in rappresentanza delle associazioni impegnate localmente nel processo di lustrazione. Ci presentano un documento elaborato dopo la caduta del regime in cui si invoca una legge in materia con criteri chiari e procedure efficaci per togliere dalla scena a tutti i livelli i personaggi più ingombranti legati a doppio filo con il vecchio sistema di potere. Tutti i convenuti concordano che l’Ucraina ha bisogno di un profondo cambiamento e di un taglio netto con le pratiche opache del passato. Per arrivare a questo, però, società civile e classe politica dovrebbero lavorare fianco a fianco ma le strade non sembrano convergere. Alcuni militanti portano esempi di come si è arrivati a far dimettere i vertici di alcuni uffici amministrativi dopo la segnalazione di episodi di corruzione. Di fatto con la magistratura succube del potere politico ed il progetto di legge insabbiato in parlamento le cose si muovono a rilento accentuando la frustrazione degli attivisti impazienti di raccogliere i frutti della massiccia mobilitazione.

L'effige di Lenin

“L’accordo di libero scambio con l’UE non porterà all’Ucraina alcun vantaggio”, sostiene Alla Aleksandrovska, deputata comunista che incontriamo nella sede locale del partito con le pareti di ogni stanza adornate da effigi e ritratti di Lenin. “Gli standard europei non sono negoziabili e rappresentano un ostacolo insormontabile per il mio paese”, precisa, “non è una questione geopolitica, bisogna arrivare ad armonizzare gli standard fra Unione Europea e Unione Doganale perché l’Ucraina ottenga benefici”.

Nonostante critichi apertamente Yanukovic l’Aleksandrovska denuncia, in sintonia con Mosca, la presa di potere delle forze di opposizione “con l’attiva partecipazione di fascisti e ex collaboratori degli occupanti nazisti durante la Seconda guerra mondiale” giudicandola un vero e proprio colpo di stato. “La gente non conosce i termini dell’Accordo di Associazione”, puntualizza, “abbiamo raccolto tre milioni di firme per ottenere un referendum sulla questione ma la nostra richiesta è stata ignorata”. “E la corruzione”, afferma la deputata comunista, “non riguarda solo il vecchio regime ma tutto il sistema politico”.

Alla, poi, ci fornisce la sua versione dei fatti a proposito delle manifestazioni pro-russe di aprile “c’erano più di 100.000 persone in piazza ed io sono intervenuta per sostenere la proposta di federalizzazione dello stato”. Accusa, quindi, le forze dell’ordine di avere attaccato violentemente chi manifestava pacificamente. “E’ solo grazie a Putin”, conclude, “se non mi hanno ancora impiccata ad un albero”. Ci congediamo con una cordiale stretta di mano dopo avere inutilmente obiettato che l’assalto e la distruzione del palazzo dell’amministrazione locale è stata opera di dimostranti che così “pacifici” in fin dei conti non erano contando su un forte, e neanche troppo discreto, sostegno esterno.

Dopo l'attentato

Le circostanze dell’attentato di fine aprile al sindaco di Kharkiv Gennadij Kernes, avvenuto dopo il suo pronunciamento a favore dell’unità del paese con un clamoroso quanto opportunista voltafaccia, non sono mai state chiarite. Personaggio ambiguo inviso alla società civile ci riceve nel suo Hotel National dove trascorre la convalescenza sottoponendosi ad una lenta e graduale riabilitazione. Un’infermiera lo introduce sulla sedia a rotelle nella sala dell’incontro dove lui ci ha dato appuntamento.

“Kharkiv fa parte dell’Ucraina e qui non si ripeterà quello che sta accadendo nel Donbass”, esordisca a mezza voce, “perché c’è tolleranza per entrambe la fazioni”. “Il sostegno per i separatisti è scarso”, sostiene il sindaco una volta fervente sostenitore di Yanukovic, “anche se l’opinione pubblica locale parteggia per una effettiva decentralizzazione dello stato con poteri reali agli enti locali”. E per quanto riguarda il conflitto in corso a pochi chilometri di distanza insiste per una soluzione politica. “Più si combatte e più si restringono gli spazi per il dialogo”, afferma.

Kernes ci racconta di essere stato in comunicazione costante con i suoi colleghi delle regioni orientali ma che da qualche tempo, con l’aggravarsi della crisi, tutti i contatti si sono interrotti. “Occorre giungere in tempi rapidi ad un cessate-il-fuoco”, sottolinea, “per preparare il terreno a veri negoziati accompagnati da una amnistia a condizione che gli insorti rinuncino ai propri obiettivi”. La città si appresta a celebrare il trecentocinquantesimo anniversario dalla sua fondazione. Il sindaco vorrebbe farlo in condizioni di pace e noi glielo auguriamo di cuore.

Autonomia di giudizio

Non sempre i sopralluoghi delle delegazioni parlamentari sono utili per farsi un quadro fedele della situazione. Quelli ufficiali, ad esempio, rischiano spesso di essere controproducenti passando per i canali governativi, con le autorità del posto intente a filtrare o manipolare le notizie mostrando solo dettagli funzionali ai propri interessi. Ecco perché durante le missioni è sempre consigliabile muoversi autonomamente se si vuole davvero raccogliere informazioni di prima mano che riflettono la situazione reale sul campo.

Nel nostro caso avevamo affidato il compito di accompagnarci nella zona di combattimento agli amici della società civile di Kharkiv escludendo deliberatamente ministeri e amministrazioni competenti. L’appuntamento è di prima mattina alle porte della città sull’arteria principale che porta verso Donetsk. Direzione Donbass. Equipaggio 1: Roman, Volodja, Rebecca e Kyryl su un comodo Suv giapponese (noblesse oblige per gli eurodeputati); equipaggio 2: Sasha, Dima, Natalia e il sottoscritto su uno squinternato furgone tedesco dai sedili instabili e traballanti che in qualsiasi altro paese europeo non avrebbe mai passato la revisione. Meta: Sloviansk e, se possibile, Artemovsk.

Campo di girasoli in Ucraina - foto di Paolo Bergamaschi

Campo di girasoli in Ucraina - foto di Paolo Bergamaschi

Il nostro lasciapassare è Volodja, nome di battesimo Vladimir. Leader dell’auto-Maidan a Kiev (i caroselli di automobili che inseguivano e infastidivano pacificamente gli esponenti di spicco del vecchio regime) Volodja è uno strano personaggio con una difficile storia alle spalle. Armeno di origine, reduce della guerra in Nagorno-Karabakh, è arrivato in Ucraina agli inizi degli anni novanta dove ha messo radici e ha costruito la sua seconda vita acquisendone la cittadinanza. Da aprile, quando è iniziato il conflitto, si è trasferito nelle regioni orientali mettendo in piedi una rete di assistenza agli sfollati, in particolare donne e bambini, in fuga dalle zone di combattimento. Spesso, però, supplisce anche alle carenze logistiche dell’esercito rifornendo, come volontario, di generi di prima necessità i soldati nei presidi sparsi sul territorio. Nessuna sorpresa, quindi, se sono costretto a viaggiare fra pile di contenitori di acqua, stecche di sigarette, cocomeri, meloni, pacchi di caffè e perfino creme protettive anti-sole che Volodja distribuisce ai commilitoni di ogni check-point che incontriamo mano a mano che ci avviciniamo all’area di conflitto.

Poco più di 200 km separano Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dalla guerra con sterminati campi di girasole su entrambi i lati della strada. “E’ la bandiera del mio paese”, mi fa notare Dima indicandomi, con un certo orgoglio, dal finestrino dell’auto che corre veloce la striscia di giallo intenso dei grandi fiori che sconfina all’orizzonte con l’azzurro brillante del cielo.

Sloviansk e oltre

Sloviansk, una delle prime roccaforti dei separatisti filo-russi, è stata liberata da pochi giorni. A parte qualche inevitabile foro di kalashnikov su alcuni edifici e un paio di tetti sfondati dai colpi di artiglieria non porta segni diffusi di combattimento. Decidiamo quindi di spingerci oltre, a ridosso della linea del fronte. In prossimità di Artemovsk il tradizionale biglietto da visita della guerra non ha bisogno di ulteriori elementi: case distrutte, insegne abbattute, blindati bruciati, detriti di mattone e di metallo con schegge di granata sparsi ovunque sulla strada. In città, però, all’apparenza la vita sembra avere ripreso il suo corso con la gente che passeggia tranquilla alla ricerca di generi di prima necessità.

In un piccolo condominio di un’area residenziale si trova il quartiere generale del Battaglione Donbass costituito da volontari accorsi da tutto il paese per dare man forte all’esercito regolare. Si tratta di gente di ogni età con storie e provenienze di vario genere. Vladimir, per esempio, poco più di trent’anni di età, viveva da 12 anni a San Pietroburgo ma allo scoppio del conflitto si è sentito in dovere di tornare per difendere la patria. “Dalla Russia vogliamo solo turisti ed amici”, mi racconta in un inglese stentato, “Putin fa il doppio gioco perché da una parte invoca la pace ma dall’altra fornisce le armi ai separatisti per ricostruire l’Unione Sovietica”. Un altro commilitone si aggiunge denunciando il tradimento di Mosca, rea di avere violato il trattato di Budapest del 1994 con cui si impegnava a rispettare l’integrità territoriale dell’Ucraina. Un altro ancora lamenta l’indifferenza dell’Europa, capace solo di parole mentre un suo compagno accusa i politici ucraini di scarsa attenzione nei confronti dei volontari. “I separatisti sono tutti mercenari ben pagati” , mi dice, “noi, al contrario, a parte qualche vaga promessa, non riceviamo nulla”.

Alcuni soldati appaiono piuttosto spaesati e male organizzati con uniformi improvvisate di vario genere recuperate chissà dove e calzature di ogni tipo. La maggioranza delle tute mimetiche che vedo, ad esempio, porta le insegne dell’esercito britannico, probabile merce di seconda mano acquistata per pochi spiccioli dal ministero della Difesa del Regno Unito. “Abbiamo bisogno di tutto”, spiega Vladimir, “sia di sostegno morale che di cibo e armi moderne” conclude mostrandomi il suo antiquato kalashnikov della Seconda guerra mondiale con la pistola in dotazione che porta la data del 1954.

L'incontro con Vitali Klitchko - Paolo Bergamaschi

A pochi chilometri di distanza troviamo un’unità dell’esercito ucraino accampata ai lati di una via secondaria. Mentre il comandante ci mostra un lanciarazzi a spalla di fabbricazione russa sottratto nei giorni precedenti agli insorti a riprova del coinvolgimento di Mosca nel conflitto arriva Anja, una giovane donna che abita nelle vicinanze, portando ai soldati un po’ di alimenti. Anche se meglio organizzate del battaglione di volontari incontrato poco prima le truppe regolari mostrano, comunque, carenze evidenti. Ai soliti tendoni militari di tonalità verde scuro, infatti, si affiancano piccole tende colorate da camping di uso comune donate dalla popolazione. Persino i sacchi a pelo, mi conferma un soldato, provengono dalla generosità dei cittadini. Consumiamo un breve pranzo a base di scatolette e minestra riscaldata su una vecchia cucina da campo. “Bello il picnic all’aria aperta”, commenta il militare seduto al mio fianco, “un po’ meno bello quando i razzi volano sulle nostre teste”, chiosa amaro, però, subito dopo. Ad una mia precisa domanda Anja risponde che i militanti filo-russi del suo villaggio erano solo una decina e che quattro di loro sono stati giustiziati dai compagni quando si sono rifiutati di seguire gli altri al momento della ritirata per rimanere a casa. Mi racconta anche delle accese proteste dei suoi compaesani nei confronti degli insorti che avevano deliberatamente piazzato le batterie di artiglieria fra le abitazioni scatenando la risposta dell’esercito ucraino che aveva messo a rischio l’incolumità degli abitanti.

C’è un nuovo passeggero sul mio furgone che ha preso il posto della merce consegnata ai soldati. Si chiama Taras, 22 anni, ed è un volontario del Battaglione Donbass che torna a casa in licenza. Non smette un secondo di parlare, preda di uno stato di sovraeccitazione. E’ ancora sotto shock. Durante uno scontro a fuoco ha portato per quattro chilometri a spalla il compagno ferito che è morto poco dopo in ospedale. Avrebbe bisogno di un efficace conforto psicologico con una adeguata terapia anti-trauma ma l’esercito non è in grado di fornire questo tipo di cura. Chissà se riuscirà a mai a vincere le sue angosce; la guerra non fa sconti.

Nelle tre ore del viaggio di ritorno Roman, Dima, Natalia e Taras conversano animatamente in russo coinvolgendomi ogni tanto, in inglese, quando si affrontano argomenti che mi riguardano direttamente come la politica europea. D’altronde il russo è la lingua più parlata a Kharkiv così come nel Donbass ma nessuno, per questo, si è mai sentito discriminato al contrario di quanto afferma Mosca. I veri problemi della regione sono di natura economica ma il conflitto in corso non fa che esacerbarli aggravando ulteriormente la situazione. Russofoni che combattono contro russofoni. La narrativa di Putin gode di molto credito sui media occidentali ma le parole sono smentite dai fatti. A Kiev, il giorno dopo, c’è ancora il tempo per un breve incontro con il neo eletto sindaco Vitali Klitchko. Lo stesso Klitchko, poche ore prima, si era recato sulla Majdan per convincere gli ultimi manifestanti ad abbandonare la grande piazza occupata dal novembre scorso. L’Ucraina ha bisogno di voltare pagina. Nel silenzio delle armi.

 

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